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Carcere minorile: è davvero utile?

7 agosto 2018 | Autore:


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I problemi dei minori che si presentano alla magistratura penitenziaria: quali sono i rischi di una gioventù dietro le sbarre.

Benevento, rivolta in carcere per mancanza di sigarette sedata grazie all’intervento di una trentina di agenti provenienti da altri penitenziari e devastata un’ala intera della struttura. Una notizia di qualche tempo fa che ci fa tornare a riflettere su un tema sempre attuale: il carcere minorile è davvero utile? Risolve le problematiche e le difficoltà del minore? La risposta a mio avviso è negativa.

Il carcere non risolve le problematiche e le difficoltà di nessuno e tanto meno dei minori, in questo caso direi che le aggrava. Per i minori il carcere non fa che riproporre l’emarginazione, la separatezza di certi individui nei confronti della società, ed è spesso a contatto con soggetti ancora più pericolosi con basi più stabilizzate verso la via del reato, del delitto e di conseguenza una vera e propria scuola di delinquenza.

Se anche il nuovo ordinamento penitenziario, applicabile anche ai minori, è propenso alla finalità rieducativa e d’integrazione sociale, tale perseguimento trova notevoli difficoltà. Vuoi per la vita artificiosa nelle prigioni, per l’isolamento, per il rapporto conflittuale che si viene a creare tra le guardie carcerarie e i detenuti che, tra detenuti e detenuti.

Sempre più frequenti sono le rivolte, le evasioni, le aggressioni. Il luogo creato per correggere i delitti diviene esso stesso luogo per la loro commissione. Si possono intensificare i controlli, la disciplina ma questo non basta, in particolare per quanto riguarda i minori e il carcere penitenziario a loro adibito. Ancor di più il minore ha conseguenze più catastrofiche nella società. Il minore condannato e imprigionato, è etichettato come delinquente, fuorviante per essere inserito nella società, irrecuperabile.

Con la rivolta in carcere a Benevento di circa quarantanove minori di cui dodici (tra i 21 – 25 anni, colpevoli di reato quando erano minorenni), emerge la consapevolezza che i problemi dei minori che si presentano alla magistratura penitenziaria hanno gli stessi problemi della gioventù fuori dal carcere. Sono i problemi che ogni adolescente, nella sua età di mezzo, l’età della “latenza”, deve affrontare per vivere e crescere. Appare evidente che alla base del disagio c’è la carenza della famiglia.

Troppe volte il minore si trova a essere giudicato ma senza comprenderne la ragione, allorché il fatto che dalla società l’atto è reato, e quindi punito, non è da lui compiuto con la consapevolezza di compiere un illecito. Molte volte l’adolescente compie il gesto per fare dispetto ai genitori che non si curano di lui, per attirare l’attenzione, per farsi “ascoltare”, e ancora, ribellarsi a una società de

ficitaria e inadeguata su tutti i fronti.

La famiglia, cui si riferisce una fondamentale funzione di soddisfacimento dei bisogni espressivo-emotivi per i rispettivi componenti, è per questo la sede di una particolare dinamica di rapporti interpersonali, scandita dal sistema dei ruoli, con la delineazione del sé e dei suoi membri componenti.

Da una parte esiste la famiglia sensibile al consenso e all’ascolto in cui la dinamica predominante si caratterizza nella ricerca della vicinanza, unione tra i membri, dall’altra invece esiste la famiglia sensibile alla distanza interpersonale in cui i membri appaiono disaggregati tra loro. In quest’ultima ognuno è in silenzio con l’altro per mancanza di tempo o peggio non avere voglia. L’adolescente paga le conseguenze.

Iniziare un discorso sull’adolescenza suscita tanta perplessità perché ogni teoria rischia di essere contraddetta dalle osservazioni che si fanno giorno dopo giorno, tanto che sorge il dubbio che certe tematiche di conflitto siano causate non tanto dai conflitti psicologici e fisiologici di questa età, quanto dai

modelli di comprensione verso l’adolescenza adottati dal periodo storico e dal contesto sociale in cui si vive. Ciò non vuol dire che bisogna dare l’ostracismo a ogni teoria sulla psicologia di questa età, ma bisogna riconoscere che essa non può diventare fonte di comprensione nella misura in cui può facilmente rischiare di trascurare la differenza fra i sessi, dall’estrazione sociale dei singoli individui.

L’adolescente avverte in modo intenso il primato della vita interiore, deve fare i conti con il mondo del passato, con il mondo attuale che lo circonda e con il futuro troppo incerto, privo di stabilità in ogni settore, problematico. Scopre il mondo adulto che non sa tutto e non può tutto ed ecco la realtà esterna deludente e quella interna angosciante. L’una e l’altra realtà risospingono l’Io alle soglie del primo anno di vita, nella mancanza di sicurezza ed ecco il bisogno della famiglia.

Il minore trascurato evidenzia un alto grado di narcisismo, scarsa capacità di controllare le tensioni, si delinea una sorta di Super-Io con carenza di senso di vergogna e di colpa, scaricando per converso gli impulsi all’esterno con reati alla persona o all’ambiente in cui vive.

Si cerca il gruppo di adolescenti simili che contesta il mondo adulto assumendo un’ideologia contro-culturale. In gruppo ci si sente forti ma sono solo un branco alle dipendenze del più forte, di chi li trascina nel reato promettendo un’isola che non c’è. Niente è dato gratuitamente. La famiglia è l’isola se ha la capacità e se purtroppo è carente, deve intervenire la società, sana e strutturata.

Le conclusioni dovrebbero illustrare ogni proposta sociale e pedagogica utile a fare in modo che lo sviluppo dell’adolescente sia protetto e non spento per non ritrovare i minori in un penitenziario e in rivolta.

Bisogna che si assuma un impegno costante e mettere in discussione di fronte ai conflitti dei minori, quello che si fa e quello che si è e non dare importanza a una società basata sul consumo che annega il desiderio del futuro adulto.

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