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Sequestro di siti internet e di blog

4 Marzo 2013 | Autore:
Sequestro di siti internet e di blog

Iniziare una nuova attività commerciale passa necessariamente attraverso una pianificazione del webmarketing su un sito internet; tuttavia, la facilità di pubblicazione su Internet di contenuti testuali e multimediali, unita alla facilità di propagazione degli stessi su scala mondiale e all’assenza di controlli preventivi prima della diffusione, pone grossi problemi nel contrasto agli illeciti sul web.

Seppur ossequiose della libertà di espressione, le ampie facoltà concesse da internet a ogni utente costituiscono un problema di non facile soluzione in termini concreti ed effettivi. Si pensi, per esempio, ai contenuti diffamatori di un articolo o alla diffusione di materiale protetto da copyright o ad immagini a sfondo pedopornografico.

Peraltro, a ciò si aggiunge un’incertezza giurisprudenziale ancora troppo incline alle interpretazioni personali dei singoli magistrati. Così, nel ricorso allo strumento del sequestro del sito internet si registrano casi giudiziari a volte eccessivamente rigorosi o, comunque, sproporzionati rispetto alle finalità perseguite. Dall’altro lato, tuttavia, non può nascondersi la quasi inutilità di tale strumento (il sequestro), inutilità derivante dal confronto tra gli elefantiaci tempi della giustizia e la rapidità fulminea con cui si realizzano e si moltiplicano i danni da illeciti informatici.

Pur se la Convenzione di Budapest [1] ha creato una sorta di corsia preferenziale nel contrasto ai crimini informatici, attraverso la previsione di nuovi reati e una più concreta cooperazione tra le autorità internazionali, il problema reale resta sempre quello della tempestività dell’intervento giudiziale e dell’efficacia dello stesso.

Misure di tutela

Un sito internet, in teoria, può essere oggetto di sequestro probatorio o di sequestro preventivo. Il sequestro dovrebbe colpire non già il sito per intero o (peggio) il server, inteso come struttura hardware: bensì le sole pagine che ospitano il contenuto illecito. Diversamente, sarebbe come pensare al sequestro di tutto Facebook solo perché un utente ha postato un contenuto diffamatorio.

Il sequestro si applica attraverso due forme diverse:

a) l’inibizione agli utenti dell’accesso al sito (attraverso filtraggio a livello di DNS o di IP);

b) l’oscuramento del sito stesso (già dal server web): in questo caso, la homepage viene sostituita da una pagina in cui capeggia il comunicato “il sito è sottoposto a sequestro”.

Non sempre però ciò è concretamente possibile in tempi brevi: così, quando il server è posizionato all’estero, è necessaria una rogatoria internazionale.

Per aggirare il problema, si suole intervenire direttamente nei confronti dei provider: l’autorità giudiziaria, in caso in cui debba operare un sequestro di un sito, ordina a tutti i provider, nel frattempo, di inibire ai propri utenti la possibilità di accedervi. In questi casi, i provider realizzano sistemi di filtraggio DNS e IP.

Questo speciale potere inibitorio, per quanto atipico, è stato anche confermato dalla Corte di Cassazione [2].

 

Come si attua il sequestro

Il giudice competente a decidere del sequestro è quello dove è stato compiuto il reato. Se il fatto è stato posto all’estero, il danneggiato può agire alternativamente:

­- dove egli ha residenza;

– nello Stato dove è avvenuto l’illecito;

– nei singoli Stati ove egli ha subìto i danni per l’illecito (ma, in tal caso, si potrà richiedere il risarcimento solo nei limiti della misura del danno prodottosi in quello specifico Stato) [3].

Il sequestro si attua, materialmente, attraverso due passaggi:

1) l’estrazione dal server di tutti i file contenuti nella cartella del sito web pubblicato;

2) la certificazione dei contenuti estratti per renderli immodificabili nel tempo e garantire la loro corrispondenza all’originale, affinché possano valere come prova.

La responsabilità dell’ISP e dell’hosting

Si è ormai consolidata la tesi, tra le aule dei tribunali, secondo cui l’Internet Service Provider non sia responsabile per i contenuti pubblicati sullo spazio internet messo a disposizione dei propri clienti. Questo perché non esiste una norma che imponga ai provider un generale obbligo di controllo sui contenuti veicolati dai netizen. Peraltro, sugli ISP non ricade neanche la cosiddetta responsabilità per esercizio di attività pericolose, non essendo tale l’attività commerciale da essi svolta.

Lo stesso principio si applica ai fornitori di servizi hosting [4], con la precisazione che essi possono essere considerati responsabili (per i contenuti caricati sui propri server da parte di terzi) solo se sono a conoscenza (anche a seguito di informazione fornita da un’autorità giudiziaria) dell’illecito posto dall’utente stesso. In tale caso, il fornitore di hosting ha l’obbligo di inibire l’accesso alle informazioni e rimuoverle.

 

I blog

Le stesse regole che presiedono al sequestro dei siti internet, riguardano anche i blog.

Si è a lungo dibattuto sull’equiparazione tra blog e testata giornalistica al fine di stabilire se il primo sia soggetto o meno all’obbligo di registrazione in tribunale. La giurisprudenza unanime (specie quella della Cassazione) esclude tale equiparazione. La registrazione della testata telematica in tribunale è quindi condizione solo per godere delle sovvenzioni dell’editoria.

Parimenti, si esclude la possibilità di accordare una responsabilità a titolo di colpa sul direttore responsabile del blog, anche se si tratti di blog non moderato [5].

 

note

[1] Convenzione del 23.11.2001, recepita in Italia con la L. 18.03.2008 n. 48, quando già molte delle condotte contemplate nella Convenzione stessa erano state superate da nuove fattispecie delittuose.

[2] Cass. sent. n. 49437/2009.

[3] Corte di Giust. UE, sent. 25.10.2011, nelle cause riunite C 509/09 e C 1616/10.

[4] Art. 13 D.lgs. n. 70/2033.

[5] Trib. Roma, sent. 4.07.1998.


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