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Diffamazione: si può insultare chi non paga?

8 agosto 2018


Diffamazione: si può insultare chi non paga?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 agosto 2018



Assolto dal reato di diffamazione chi accusa l’amministratore di una società di essere disonesto e derubare le brave persone. Per i giudici c’è l’esimente della provocazione perché il manager non aveva pagato le fatture per le prestazioni eseguite.

Reputando affidabile un’offerta lavorativa apparsa su internet, hai svolto un’attività in favore di una società per un paio di mesi in cambio di un corrispettivo che, tuttavia, non ti è stato mai pagato. Senza voler scomodare un avvocato, hai più volte sollecitato il legale rappresentante dell’azienda con delle e-mail dal tono sereno e collaborativo. In esse hai richiesto il versamento della retribuzione concordata senza dare dei “termini ultimi” entro cui adempiere. L’amministrazione ti ha fornito rassicurazioni, garantendoti l’imminente pagamento ma, nei fatti, è rimasto inerte. Alle tue ulteriori e insistenti pretese non ha più fatto riscontro, rimanendo completamente in silenzio. Così, col timore di essere stato truffato, hai fatto una ricerca su internet e ti sei accorto che la stessa ditta, in passato, si era già comportata nello stesso modo, non pagando i suoi collaboratori. Preso dall’ira hai pubblicato un post su un forum ingiuriando i suoi vertici, definendoli ladri e bravi solo a “rubare ai poveracci”. Solo in questo momento la risposta dell’azienda si è fatta sentire: il capo ha minacciato di denunciarti per diffamazione. Ma a tuo avviso, siccome stai dicendo la pura verità, non hai commesso alcun reato. Cosa prevede la legge a riguardo? Si può insultare chi non paga o c’è diffamazione? Un caso molto simile al tuo è stato di recente deciso dalla Cassazione [1]. Ecco cosa è stato chiarito in questa occasione dai giudici supremi che, peraltro, hanno sancito un principio ormai consolidato in giurisprudenza in tema di offese al debitore.

Se c’è provocazione si può diffamare?

Non si tratta di “legittima difesa” ma quasi. La legge mostra comprensione nei confronti di chi ha un raptus e reagisce rabbiosamente a un torto, a condizione che tale reazione sia solo verbale. Si può quindi essere perdonati se si diffama o si ingiuria un’altra persona colpevole di un comportamento ingiusto. Non si può essere però perdonati quando si passa ai fatti (ad esempio, si usano le mani o si passa alle minacce).

Il codice penale [2] stabilisce che non è punibile per diffamazione chi ha commesso il fatto in uno stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui. Ci si chiede, allora, se la norma in questione possa essere applicata anche al caso di chi non ha ottenuto un pagamento dovuto. La risposta, ad avviso dei giudici, è positiva, ma bisogna fare delle importanti considerazioni.

Le condizioni per poter applicare l’esimente in questione sono due:

  • lo stato d’ira;
  • il fatto ingiusto altrui.

Bisogna analizzare singolarmente questi due presupposti per poter capire se si può insultare chi non paga.

Il fatto ingiusto

Secondo la Cassazione esiste l’esimente della provocazione prevista dal codice penale nel caso in cui lo stato di ira che ha provocato la reazione ingiuriosa sia stato determinato dall’inadempimento a un contratto della controparte che, «a fronte della richiesta di rassicurazione sui pagamenti, abbia serbato un comportamento volutamente silenzioso». E ciò a maggior ragione «in un contesto nel quale la predetta controparte sia stata descritta in più occasioni – su alcuni forum di discussione – come soggetto inadempiente».

Tale interpretazione è stata fermata più volte dalla Corte [3] secondo cui l’esimente della provocazione si configura in presenza di un comportamento contrario alle norme giuridiche oppure all’insieme delle regole sociali vigenti in un contesto di civile convivenza. Ebbene il comportamento silenzioso alle richieste di pagamento è considerato dalla giurisprudenza come una violazione delle buone regole di pratica commerciale e di interlocuzione tra i contraenti, percepito negativamente dal creditore. È quindi giustificabile la reazione che il creditore abbia posto in essere tramite l’invio delle e-mail di contenuto ingiurioso.

Lo stato d’ira

Perché si possa parlare di “stato d’ira” è necessario che la reazione sia immediata o comunque contestuale. Chi scrive la frase dopo numerosi giorni dall’acquisita consapevolezza di essere stato truffato non può più richiamarsi alla causa di giustificazione essendo tale comportamento dettato non da un’impulsiva reazione ma da un proposito vendicativo. E la vendetta non è tutelata dal nostro ordinamento. Per cui o la diffamazione avviene subito, e in tal caso è perdonata, oppure resta punibile.

note

[1] Cass. sent. n. 38131/2018.

[2] Art. 599 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 43637/2015.

Cassazione penale, sez. V, 09/03/2018,  n. 21133 

Diffamazione: il licenziamento non può costituire fatto idonea a determinare lo stato d’ira che fonda l’esimente della provocazione

Il comportamento provocatorio, di cui alla causa di non punibilità prevista dall’art. 599, comma 2, cod. pen., anche quando non integra gli estremi di un illecito codificato, deve essere contrario alla civile convivenza secondo una valutazione oggettiva e non in ragione della percezione negativa che del medesimo abbia avuto l’agente, e sussiste non solo quando il fatto ingiusto altrui integra gli estremi dell’illecito civile o penale, ma anche quando esso sia lesivo di regole comunemente accettate nella civile convivenza (nella specie, la Corte ha sottolineato che l’intenzione del datore di lavoro di procedere al licenziamento di uno o più lavoratori, lungi dall’integrare un illecito civile o penale, o un fatto contrario alla civile convivenza, rappresenta l’esercizio di un diritto, che, dunque, non può essere in alcun modo suscettibile di integrare un “fatto ingiusto altrui” idoneo a determinare lo stato d’ira che fonda l’esimente della provocazione).

Cassazione penale, sez. V, 20/06/2017,  n. 37950 

L’esimente della provocazione è applicabile anche quando l’azione dell’agente è diretta verso persona diversa dal provocatore

In materia di delitti contro l’onore, l’esismente della provocazione, di cui all’art. 599 c.p., è applicabile anche nel caso in cui la reazione dell’agente sia diretta nei confronti di persona diversa dal provocatore quando quest’ultimo sia legato all’offeso da rapporti tali da giustificare la reazione offensiva nei suoi confronti. (In applicazione del principio la Corte ha annullato con rinvio la decisione del giudice di secondo grado che aveva tralasciato di verificare il rapporto esistente tra la vittima ed il provocatore).

Tribunale Lucca, 30/11/2016,  n. 2506 

Diffamazione: la causa di non punibilità della provocazione sussiste in presenza dell’immediatezza della reazione, da intendersi in senso relativo

In tema di diffamazione , con riferimento all’esimente prevista dall’art. 599 c.p. ( secondo la quale “non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dall’articolo 595 c.p. nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui e subito dopo di esso”), la causa di non punibilità della provocazione sussiste in presenza dell’immediatezza della reazione, concetto da intendere in senso relativo, richiedendosi che tra l’insorgere della reazione ed il fatto ingiusto altrui vi sia una reale contiguità temporale, senza che sia necessariamente richiesta una reazione istantanea. Inoltre, ai fini dell’applicabilità della predetta esimente non costituisce “fatto ingiusto” l’esercizio di un diritto.

Cassazione penale, sez. V, 15/09/2016,  n. 21226 

Esclusa l’esimente della provocazione se sono decorsi alcuni giorni dalla pronuncia delle parole ingiuriose

Ai fini del riconoscimento dell’esimente della provocazione nei delitti contro l’onore, sebbene sia sufficiente che la reazione abbia luogo finché duri lo stato d’ira suscitato dal fatto provocatorio, non essendo necessaria una reazione istantanea, è richiesta tuttavia l’immediatezza della reazione, intesa come legame di interdipendenza tra reazione irata e fatto ingiusto subito, sicché il passaggio di un lasso di tempo considerevole può assumere rilevanza al fine di escludere il rapporto causale e riferire la reazione ad un sentimento differente, quale l’odio o il rancore (nella specie, le parole ingiuriose che l’imputato avevo rivolto alla persona offesa, rea, a suo dire, di averlo raggirato a causa del mancato riconoscimento di una vincita nel gioco “Gratta e vinci’, non erano state pronunciate nella immediatezza dei fatti, ma qualche giorno dopo).

Cassazione penale, sez. V, 15/09/2016,  n. 21226 

Esclusa l’esimente della provocazione se sono decorsi alcuni giorni dalla pronuncia delle parole ingiuriose

Ai fini del riconoscimento dell’esimente della provocazione nei delitti contro l’onore, sebbene sia sufficiente che la reazione abbia luogo finché duri lo stato d’ira suscitato dal fatto provocatorio, non essendo necessaria una reazione istantanea, è richiesta tuttavia l’immediatezza della reazione, intesa come legame di interdipendenza tra reazione irata e fatto ingiusto subito, sicché il passaggio di un lasso di tempo considerevole può assumere rilevanza al fine di escludere il rapporto causale e riferire la reazione ad un sentimento differente, quale l’odio o il rancore (nella specie, le parole ingiuriose che l’imputato avevo rivolto alla persona offesa, rea, a suo dire, di averlo raggirato a causa del mancato riconoscimento di una vincita nel gioco “Gratta e vinci’, non erano state pronunciate nella immediatezza dei fatti, ma qualche giorno dopo).

Cassazione civile, sez. I, 04/02/2016,  n. 2197 

La provocazione ex art. 599 c. 2 c.p. si configura non tanto come esimente ma quale scusante

La provocazione di cui all’art. 599, comma 2,c.p., escludendo la punibilità del reato di diffamazione ma non anche la natura di illecito civile del fatto, né la conseguente obbligazione risarcitoria del danno subito dal soggetto leso, si configura non tanto come esimente ma quale scusante, idonea ad eliminare solo la rimproverabilità della condotta dell’autore del fatto in ragione delle motivazioni del suo agire, pur restando il fatto imputabile a titolo di dolo e, dunque, illecito.

Cassazione penale, sez. I, 05/05/2016,  n. 26312 

Non si applica alla molestia tramite telefono la causa di non punibilità della reciprocità

La causa di non punibilità della reciprocità prevista per il reato di ingiuria non è estendibile al reato di molestia e disturbo tramite mezzo telefonico.

Cassazione penale, sez. V, 24/11/2015,  n. 9513 

Ai fini del riconoscimento dell’esimente della provocazione nei delitti contro l’onore, non è necessario che la reazione venga attuata nello stesso momento in cui sia ricevuta l’offesa (nella specie, le ingiurie erano scriminate dal comportamento non proprio irreprensibile dell’avvocato, che aveva predisposto una parcella sproporzionata rispetto all’opera svolta ed aveva ottenuto la promessa di un compenso con la prospettazione di defatiganti azioni giudiziarie, omettendo anche di rilasciare fattura per il compenso percepito).

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