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Canapa light: come aprire uno stand pubblicitario fuori dal negozio

7 settembre 2018


Canapa light: come aprire uno stand pubblicitario fuori dal negozio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 settembre 2018



Da qualche tempo produciamo e commercializziamo la cosiddetta “canapa light”, ma riscontriamo grosse difficoltà a livello di strategia pubblicitaria. Abbiamo già organizzato degli eventi al di fuori dei nostri negozi, dove però non era possibile testare il prodotto nonostante la serata fosse stata organizzata direttamente da noi insieme ai proprietari dei locali coinvolti. Vorremmo che nel prossimo evento sia possibile far testare i nostri prodotti. Dal punto di vista legale abbiamo fatto un pò di brain storming, pensando di utilizzare un’associazione per raggiungere il nostro scopo. Con i nostri strumenti non sappiamo però se è questa la strada percorribile per poter lavorare tranquillamente. Cosa possiamo fare?

Di per sé, non è una condotta illecita voler sponsorizzare la propria attività anche al di fuori dei locali commerciali, purché vengano rispettate le ordinarie norme amministrative previste per tale attività.

In realtà, problemi per la particolarità dei prodotti venduti potrebbero sorgere in alcune circostanze, che qui di seguito si espongono:

– innanzitutto, nel concetto di “testare” la canapa light vanno escluse tutte le condotte che prevedono la combustione della canapa: la legge n. 242/2016, all’art. 2, esclude tale attività dall’elenco di quelle consentite. Nello specifico, la suddetta legge individua cinque punti relativi alle finalità della coltivazione della canapa in Italia: il sostegno e la promozione riguardano in primis la coltivazione e la trasformazione della canapa. Inoltre l’Italia sostiene l’impiego e il consumo di semilavorati, specie locali, e lo sviluppo di filiere territoriali per rendere gli investimenti sostenibili. In più sono stimolate la produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi e la realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attività didattiche e di ricerca. Seguendo questi requisiti, dalla canapa è poi possibile ottenere fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali, dal cibo alla cosmesi fino all’energia. Inoltre si possono realizzare coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca o destinate al florovivaismo. L’erba legale, quindi, non si può fumare;

– la legge di riferimento (la citata 242/2016) obbliga a lavorare e conservare la canapa in appositi locali; le autorità potrebbero quindi ravvisare in ciò un impedimento alla sponsorizzazione della canapa al di fuori dei locali commerciali;

– ancora oggi la pubblicizzazione della canapa light incontra degli ostacoli: ad esempio, su facebook pare che molti post vengano rimossi e le pagine siano costrette a chiudere; stessa cosa su Instagram. Per non parlare, poi, della cannabis: un coltivatore è stato condannato per il reato di istigazione a delinquere per aver pubblicizzato la vendita di oltre 91mila semi di cannabis e di attrezzature per la coltivazione della canapa. Secondo la Cassazione (sent. 8 gennaio 2018 n. 196), il reato istigato è stato individuato in quello di coltivazione di sostanze stupefacenti, sempre punibile a prescindere dalla destinazione della droga coltivata, e il carattere di concreta idoneità della condotta di istigazione è stato giustificato con il richiamo alle modalità con la quale la stessa si è realizzata, dato che la detenzione dei semi era accompagnata da specifiche indicazioni circa le modalità con le quali le piantine ottenute con gli stessi avrebbero dovuto essere coltivate.

In linea di massima, comunque, non sembra a parere dello scrivente che ci sia qualcosa di illecito nella condotta dei lettori: semplicemente devono chiedere le normali autorizzazioni che qualunque commerciante domanderebbe nel voler momentaneamente allestire uno stand (o altro) al di fuori del proprio locale ai fini pubblicitari. Il vero problema è che sulla normativa c’è ancora molta ambiguità: la legge del 2016 sembrava aver aperto una nuova frontiera sulla quale molti hanno immediatamente investito, ma le zone grigie sono numerose e ancora scarsa è l’applicazione giurisprudenziale da cui ricavare suggerimenti concreti.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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