Diritto e Fisco | Articoli

Orari di chiusura e apertura dei negozi: il sindaco ha poteri?

10 agosto 2018


Orari di chiusura e apertura dei negozi: il sindaco ha poteri?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 agosto 2018



L’amministrazione comunale può regolare l’attività degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, stabilendo orari di apertura e chiusura al pubblico?

Il tuo negozio è nel mezzo del centro urbano, in una zona ad alta densità urbanistica, dove le case sono vicine ed è facile che i rumori si propaghino da un lato all’altro della strada. La mattina apri prima degli altri e la sera sei sempre l’ultimo a chiudere. D’un tratto però arriva un vigile urbano che vuol farti una multa: «Non sai che le attività di questo quartiere non possono aprire prima delle 8 e 30 di mattina?» ti dice con tono retorico. Cadi dalle nuvole perché sapevi che gli orari di apertura e chiusura dei negozi sono stati liberalizzati già da tempo. Lui però non ne vuole sapere e, sulla scorta del principio secondo cui “la legge non ammette ignoranza” è pronto a sanzionarti. «Quale legge?» gli chiedi candidamente. E lui, per tutta risposta, ti cita un articolo di un regolamento comunale. Al che provi a fargli notare che un sindaco non può derogare una normativa nazionale – che peraltro deriva da quella dell’Unione Europea – che ha invece lasciato liberi gli esercenti ad aprire e chiudere quando vogliono loro. Chi ha ragione? Sugli orari di chiusura e apertura dei negozi il sindaco ha poteri? Un caso identico al tuo è stato deciso, proprio di recente dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi in materia.

C’era una volta un’epoca in cui i titolari di negozi ed altri esercizi commerciali dovevano rispettare orari prefissati per l’apertura e la chiusura al pubblico delle proprie attività, orari stabiliti dalla legge e che non potevano essere derogati dall’imprenditore. Chi violava la normativa subiva delle sanzioni amministrative. Insomma, la libertà economica sancita dalla Costituzione veniva fortemente limitata almeno dal punto di vista organizzativo. Finalmente il cosiddetto decreto Salva Italia [2] ha cancellato tutte le restrizioni, stabilendo che “le attività commerciali … e di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni… (quali) il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio”. In pratica questo significa che i negozianti sono liberi di aprire e chiudere quando vogliono.

Tuttavia “la circostanza che il regime di liberalizzazione degli orari sia applicabile indistintamente agli esercizi commerciali e a quelli di somministrazione, non preclude all’amministrazione comunale la possibilità di esercitare il proprio potere di inibizione delle attività, per comprovate esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché del diritto dei terzi al rispetto della quiete pubblica”. Tanto corrisponde anche a un parere già espresso, in passato, dal Consiglio di Stato [3].

Detto in parole povere, secondo i giudici, solo eccezionalmente il sindaco può approvare ordinanze contingenti che possono, per particolari esigenze da individuare nel provvedimento stesso, limitare l’autonomia degli imprenditori. Tali esigenze possono essere quelle di garantire la tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente, ivi incluso l’ambiente urbano, e dei beni culturali. Il potere del sindaco è limitato ai casi contingibili e urgenti. Ad esempio si è detto che il sindaco può disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali siano installate apparecchiature per il gioco e che ciò può fare per esigenze di tutela della salute, della quiete pubblica, ovvero della circolazione stradale.

In sintesi, come già la Corte Costituzionale ha detto due anni fa [4], nessuna legge regionale può intervenire in materia di orari degli esercizi commerciali, trattandosi di materia che la nostra Costituzione [5] riserva alla esclusiva competenza dello Stato.

Successivamente il cosiddetto “decreto Minniti[6] rimette in mano ai sindaci la possibilità di firmare ordinanze – sia contingibili e urgenti che no – per limitare gli orari di vendita, anche per asporto, e di somministrazione di alimenti e bevande per negozi, attività artigianali di gastronomia con connesso commercio di bevande, pubblici esercizi di somministrazione di alimenti e bevande. Non si tratta però di un potere generale; esso è infatti esercitabile solo per tutelare la sicurezza delle città e del decoro e della vivibilità urbana. Insomma, il sindaco si può muovere solo per preservare la tranquillità dei residenti in aree del territorio caratterizzate da notevole afflusso di persone, per esempio i centri storici di maggior richiamo, può disporre limitazioni agli orari di vendita e somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche per un periodo massimo di 60 giorni. L’ordinanza del primo cittadino deve essere motivata, deve indicare specificamente le ragioni per cui essa viola la legge e la liberalizzazione avvenuta nel 2011 e deve essere, infine, precisamente determinata nel contenuto e nelle modalità.

note

[1] Cass. ord. n. 20073/18 del 30.07.2018.

[2] Art. 31 DL201/2011: «Art. 31. Esercizi commerciali

1. In materia di esercizi commerciali, all’articolo 3, comma 1, lettera d-bis, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, sono soppresse le parole: “in via sperimentale” e dopo le parole “dell’esercizio” sono soppresse le seguenti “ubicato nei comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte”.

2. Secondo la disciplina dell’Unione Europea e nazionale in materia di concorrenza, libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi, costituisce principio generale dell’ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente, ivi incluso l’ambiente urbano, e dei beni culturali. Le Regioni e gli enti locali adeguano i propri ordinamenti alle prescrizioni del presente comma entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, potendo prevedere al riguardo, senza discriminazioni tra gli operatori, anche aree interdette agli esercizi commerciali, ovvero limitazioni ad aree dove possano insediarsi attività produttive e commerciali solo qualora vi sia la necessità di garantire la tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente, ivi incluso l’ambiente urbano, e dei beni culturali.

(comma così modificato dall’art. 30, comma 5-ter, legge n. 98 del 2013, poi dall’art. 22-ter della legge n. 116 del 2014)».

[3] Cons. Stato sent. n. 3271/2014 del 30.06.2014. 

[4] C. Cost.  sent. n. 239/2016.

[5] Art. 117 Cost. 

[6] Dl 14/2017.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 15 marzo – 30 luglio 2018, n. 20073

Presidente D’Ascola – Relatore Casadonte

Fatto e diritto

Ritenuto in fatto:

La Bru-Nello S.r.l. proponeva opposizione contro ordinanze ingiunzione emesse dal Comune di Bologna che contestavano tutte la violazione delle prescrizioni contenute nell’ordinanza comunale n. 228958 del 28 settembre 2012, limitatrice dell’orario di chiusura notturno degli esercizi ubicati in un tratto della locale via Petroni.

L’opposizione era rigettata dal giudice di pace, con sentenza confermata in grado d’appello dal Tribunale di Bologna.

Per la cassazione della sentenza la società ha proposto ricorso, affidato a due motivi, illustrati con memoria.

Il Comune di Bologna ha resistito con controricorso.

Considerato in diritto:

Il primo motivo denuncia errata e illogica interpretazione della legge (art. 360, comma primo, n. 3, c.p.c.).

La ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui questa ha riconosciuto le sanzioni legittimamente irrogate sulla base di ordinanza sindacale emessa ai sensi dell’art. 50 del d.lgs. 267 del 2000.

La società sostiene che tale norma di carattere generale non accorda al sindaco il potere di imporre limitazione agli orari di apertura dei locali.

Siffatta possibilità è invero prevista dall’art. 13 del Regolamento comunale di Polizia Urbana, subordinatamente alla mancata adesione degli interessati rispetto alla richiesta di assunzione di precisi impegni di cui al terzo comma della norma stessa: tale presupposto nella specie mancava.

Il motivo è infondato.

Le amministrazioni comunali possono regolare l’attività degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, a termini dell’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000 (nel testo applicabile ratione temporis), graduando, in funzione della tutela dell’interesse pubblico prevalente, gli orari di apertura e chiusura al pubblico.

Tale potere è stato ridimensionato nei suoi contenuti dall’art. 31 del d.l. n. 201 del 2011, convertito nella L. n. 214 del 2011 (c.d. decreto “salva Italia”), che ha riformato l’art. 3 del D.L. n. 223 del 2006 statuendo, che “le attività commerciali, come individuate dal d.lgs. 31 marzo 1998, n. 114, e di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni… (quali) il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio”.

Tuttavia “la circostanza che il regime di liberalizzazione degli orari sia applicabile indistintamente agli esercizi commerciali e a quelli di somministrazione, non preclude all’amministrazione comunale la possibilità di esercitare il proprio potere di inibizione delle attività, per comprovate esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché del diritto dei terzi al rispetto della quiete pubblica” (Cons. Stato, 30 giugno 2014, n. 3271).

Il secondo motivo denuncia mancato esame di aspetto decisivo del giudizio (art. 360, comma primo, n. 5, c.p.c.).

La ricorrente evidenzia che le esigenze sottese all’ordinanza sindacale, costituente il presupposto delle sanzioni irrogatele, ricorrevano pure per altre zone del centro universitario di Bologna, tanto è vero che con ulteriore provvedimento, emesso dopo la definizione della causa in grado d’appello, il Sindaco aveva esteso ad esse il medesimo regime adottato per via (…).

Il tribunale non avrebbe considerato che, in forza dei documenti prodotti, quella condizione era già in essere all’atto della emanazione di quella stessa ordinanza, conseguendone un vizio di legittimità tale da giustificare la disapplicazione del provvedimento amministrativo.

Il motivo è infondato.

Tale aspetto è stato considerato dal giudice di merito, per cui il ricorrente censura in effetti la logicità e la sufficienza della motivazione con la quale il rilievo è stato superato.

Il vizio di motivazione, però, non è più censurabile in cassazione ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 5, c.p.c. nel nuovo testo applicabile ratione temporis (Cass., S.U., n. 8053/2014).

Nell’ambito del motivo in esame la ricorrente rimprovera al tribunale di avere considerato in modo parziale la circostanza della contemporanea pendenza del giudizio amministrativo promosso per l’annullamento dell’ordinanza sindacale.

Esso, infatti, aveva posto l’accento, a discapito della ricorrente, sul fatto che il giudice amministrativo aveva negato la sospensione del provvedimento, mentre avrebbe dovuto disporre la sospensione del giudizio civile in attesa della decisione di merito.

La censura è infondata: nella specie non ricorreva una ipotesi di sospensione necessaria del processo.

“La pregiudiziale amministrativa (da ritenersi configurabile anche in presenza del nuovo testo dell’art. 295 c.p.c., che pure non ne reca più l’esplicita menzione) può astrattamente sussistere solo nel caso in cui il giudice amministrativo sia chiamato a definire questioni di diritto soggettivo nell’ambito di attribuzioni giurisdizionali esclusive, ma non nel caso di controversia avente ad oggetto l’impugnazione di provvedimenti a tutela di interessi legittimi, potendo il giudice ordinario disapplicare tali provvedimenti, a tutela dei diritti soggettivi influenzati dagli effetti degli stessi” (Cass. n. 1607/2018; conf. 12901/2013, richiamata dagli stessi ricorrenti).

In conclusione il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stat o – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 della sussistenza dell’obbligo del versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.300,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge;

dichiara ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012 la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI