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Modifica mantenimento figli: come si fa?

12 Agosto 2018
Modifica mantenimento figli: come si fa?

Separazione, per la revisione dell’assegno di mantenimento non basta l’accordo dei coniugi, ma è necessaria sempre la sentenza del giudice che modifichi la propria precedente pronuncia.

Quando si parla di assegno di mantenimento si è sempre dinanzi a una situazione in continuo divenire. Se anche, in linea teoria, il mantenimento dell’ex moglie può durare una vita e quello dei figli fino a quando questi non raggiungono la piena indipendenza economica, vi sono diversi fattori che ne possono determinare la modifica. Uno di questi è, ad esempio, il mutamento delle condizioni economiche di colui che versa l’assegno: ad esempio, la nascita di un nuovo figlio, l’avvio di una seconda famiglia (diritti questi ultimi tutelati dalla Costituzione), una sopraggiunta invalidità con conseguente diminuzione della capacità lavorativa. Di converso, anche un incremento delle risorse economiche del genitore che percepisce l’assegno può comportare una revisione dell’assegno di mantenimento. Insomma, tutte le circostanze sopravvenute alla prima sentenza che ha fissato l’ammontare del contributo mensile, suscettibili di mutare le condizioni reddituali del padre o della madre, possono dar luogo a una revisione dell’assegno di mantenimento. Una recente sentenza del Tribunale di Verona [1] però spiega che, per rendere operativo il nuovo assetto economico dei reciproci doveri dei genitori, c’è sempre bisogno del giudice: bisogna cioè presentare un ricorso in tribunale. Ma procediamo con ordine e vediamo come si fa la modifica del mantenimento ai figli.

Chi stabilisce l’assegno di mantenimento dei figli?

Di regola gli avvocati dei coniugi, nella predisposizione delle condizioni concordate fra i coniugi nei casi di separazione consensuale e di divorzio congiunto, prevedono che un genitore paghi all’altro un assegno periodico di mantenimento relativo ai figli.

In alternativa è possibile prevedere l’adempimento degli obblighi di mantenimento  secondo una delle seguenti modalità previste nella pratica e ammesse dalla giurisprudenza. Questo accordo viene poi ratificato dal giudice e la sentenza diventa obbligatoria per le parti. Nell’importo dell’assegno si intendono comprese le spese ordinarie per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli.

Se il padre e la madre non riescono a mettersi d’accordo si finisce ugualmente dal giudice ed è quest’ultimo, nel contenzioso tra le parti, a fissare l’ammontare del mantenimento.

Come si determina l’assegno di mantenimento dei figli?

Stabilita la necessità di pagare un assegno di mantenimento per i figli a favore del genitore presso cui questi vanno a vivere, in assenza di accorto tra i genitori il giudice lo quantifica tenendo conto dei seguenti parametri:

  • le attuali esigenze del figlio;
  • il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori;
  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di entrambi i genitori;
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Per quanto riguarda le esigenze del figlio spetta ai genitori – anche dopo la separazione o il divorzio – di mantenere, istruire ed educare i figli, far fronte non solo all’obbligo alimentare ma anche di soddisfare le loro esigenze generali. I genitori devono quindi garantire anche l’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, l’assistenza morale e l’opportuna predisposizione (fin quando la loro età lo richieda) di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione.

Modifica dell’assegno di mantenimento dei figli: come si fa?

Anche dopo che il tribunale ha fissato l’ammontare dell’assegno di mantenimento dei figli, tale importo può essere aumentato o diminuito oppure può anche essere soppresso a causa di circostanze sopravvenute.

Come abbiamo anticipato, la causa più comune che spinge uno dei coniugi a richiedere la revisione del mantenimento sono il cambiamento (in meglio o in peggio) delle capacità economiche, la costituzione di un nuovo nucleo familiare oppure le accresciute esigenze dei figli.

Per modificare l’assegno di mantenimento si può procedere in due modi:

  • con ricorso al tribunale
  • mediante un accordo dei genitori.

Vedremo qui di seguito più nel dettaglio tali due modalità.

Ricorso al giudice

Il genitore interessato (separato o divorziato) o entrambi i genitori possono chiedere al giudice la modifica o la cessazione del contributo dovuto per i figli, se ricorrono fatti o circostanze nuovi o sopravvenuti. Bisogna presentare un ricorso in tribunale. Il giudice fissa la prima udienza e poi si avvia l’istruttoria per verificare che sussistano nuovi fatti che giustificano la rettifica del mantenimento. Qualsiasi rilevante modifica della situazione personale ed economica dei genitori ha effetti concreti sulla vita dei figli e, di conseguenza, sulle condizioni già concordate nella separazione consensuale (o nel divorzio congiunto) o stabilite nella sentenza di separazione giudiziale (o di divorzio contenzioso).

Se cambiano le condizioni di reddito di uno dei due genitori o di entrambi, chi versa l’assegno di mantenimento ai figli deve sempre far prima ricorso al giudice: non può cioè decidere unilateralmente di ridurre l’importo senza essere stato in precedenza autorizzato da un provvedimento giudiziale, provvedimento che deve accertare la sussistenza dei “giustificati motivi”. Quindi, chi ritiene ad esempio che il figlio sia divenuto autonomo perché ha iniziato a lavorare non può smettere di pagargli gli alimenti, ma deve innanzitutto rivolgersi al tribunale: è il magistrato ad autorizzare l’interruzione dei versamenti.

Accordo dei genitori

I genitori possono, in ogni momento, concordare un nuovo importo per l’assegno di mantenimento per i figli (ad esempio quando il figlio diventa maggiorenne e acquista l’indipendenza economica). Lo possono fare firmando una scrittura privata valida tra di loro. Questa soluzione evita il ricorso al procedimento giudiziale, sicuramente più lungo e dispendioso. Ma tale accordo – secondo la sentenza del tribunale di Savona qui in commento – non ha alcun valore se non viene, anche in questo caso, ratificato dal tribunale. Il giudice ricorda che, pur essendovi la possibilità per i coniugi di raggiungere accordi modificativi delle disposizioni del decreto di omologazione della separazione anche in assenza dell’apposito procedimento, è in ogni caso esclusa la possibilità di modificare le «condizioni in punto affido e mantenimento dei figli adottate nell’accordo omologato, dal momento che la legge rimette al Giudice il controllo su tali disposizioni». Ciò posto, il Tribunale sottolinea come nessun accordo modificativo delle condizioni di mantenimento può intercorrere autonomamente tra i coniugi, a maggior ragione per mezzo di un presunto meccanismo di silenzio-assenso da parte della destinataria della comunicazione.

L’interpretazione non è però condivisa da tutta la giurisprudenza. Altri giudici hanno accordato all’intesa scritta dei genitori il valore di prova per ottenere un decreto ingiuntivo per il pagamento delle mensilità non corrisposte. Certamente però la sentenza del tribunale costituisce un titolo esecutivo che consente l’avvio del pignoramento, valenza che la scrittura privata non ha.

Il mantenimento va dato anche se i figli vivono per un periodo dal genitore non affidatario

Secondo la Cassazione [2], l’assegno di mantenimento va versato anche nei periodi in cui il figlio va a vivere con il genitore non collocatario. Questo perché, in tema di separazione personale dei coniugi, il contributo al mantenimento dei figli minori, determinato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario, non costituisce un rimborso delle spese sostenute da quest’ultimo nel mese corrispondente, bensì una rata mensile di un assegno annuale determinato, in funzione delle esigenze della prole rapportata all’anno; ne consegue che il genitore non affidatario non può ritenersi sollevato dall’obbligo di corresponsione dell’assegno per il tempo in cui i figli, in relazione alle modalità di visita disposte dal giudice, si trovino presso di lui ed egli provveda pertanto, in modo esclusivo, al loro mantenimento.

Il giudice, regolando la contribuzione del genitore non convivente con la prole, stabilisce una somma astratta in una unica soluzione, quantificandola, sostanzialmente, in denaro: ogni anno, in via anticipata, il genitore non collocatario della prole è tenuto a versare all’altro genitore l’importo stabilito. Trattandosi, assai spesso di un onere rilevante, il giudice, al solo fine di agevolare il debitore, può stabilire che il pagamento avvenga in misura rateale o frazionata, con una previsione che di regola è frequente nelle obbligazioni pecuniarie, specie qualora sia il debitore a richiederlo. Ne deriva la prassi di fissare l’assegno di mantenimento della prole secondo rate mensili, di regola in dodici rate mensili. Ne consegue che nessuna sospensione o riduzione è ammissibile per i mesi estivi, e di frequente nel mese di agosto, mese in cui assai spesso il genitore non collocatario ospita la prole: l’importo della rata mensile di agosto altro non è che la “rata” della somma globale (annuale) che va erogata per quella periodicità [3].


note

[1] Trib. Savona, sent. n. 253/18 del 1.03.2018.

[2] Cass. sent. n. 16351/18.

[3] Trib. Milano, sent. del 1.07.2015.

Tribunale di Savona – Sezione civile – Sentenza 1 marzo 2018| n. 253

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI SAVONA

In persona del Giudice Dott. Fabrizio Pelosi

ha pronunciato la seguente

Sentenza

nella causa tra:

(…), difeso dall’avv. Pa.Do. per procura in calce alla comparsa di nuovo difensore. ATTORE

CONTRO

(…), difesa dall’avv. En.Be. per procura in calce alla comparsa di costituzione. CONVENUTO

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Savona, con provvedimento del 4 aprile 2014, reso nell’ambito della causa di separazione personale tra i coniugi (…) e (…), per quanto qui interessa, ha disposto che il sig. (…) versasse alla sig.ra (…) Euro 1.600,00 mensili per il mantenimento della figlia, oltre al 50% delle spese mediche, ludiche, sportive, scolastiche e ricreative previamente concordate e documentate.

Con atto di precetto del 31 gennaio 2017, la sig.ra (…) ha lamentato che, dall’aprile 2015, il sig. (…) le aveva versato il minor importo di Euro 1.200,00 mensili e non aveva versato le spese straordinarie.

Ha, quindi, intimato il pagamento della somma di Euro 9.148,48 oltre spese legali.

Il sig. (…) ha proposto opposizione avverso il precetto notificato, evidenziando che era stato raggiunto un accordo tra le parti in ordine alla riduzione dell’assegno di mantenimento portato ad Euro 1.200,00; ha, inoltre, fatto valere un proprio controcredito da portare in compensazione.

Ha, quindi, chiesto la sospensione del precetto.

La sig.ra (…) ha chiesto il rigetto dell’opposizione.

Respinta l’istanza di sospensione, in corso di causa, il sig. (…) ha pagato alla controparte l’importo di Euro 5.473,57.

La causa è stata istruita con prove documentali e, all’esito, le parti hanno precisato le conclusioni come in epigrafe.

L’opponente ha sostenuto che tra le parti era stato raggiunto un accordo per ridurre l’assegno di mantenimento a 1.200,00 Euro mensili.

Questi, con lettera del 19 marzo del 2015, aveva comunicato alla sig.ra (…) che l’importo di Euro 1.600,00 mensili non era per lui più sostenibile a seguito del mutamento della propria condizione economica e che l’avrebbe, quindi, ridotto ad Euro 1.200,00, così come, poi, aveva fatto.

La sig.ra (…) per 22 mesi nulla aveva detto, salvo, poi, notificare l’atto di precetto.

Per queste ragioni, il sig. (…) aveva fatto affidamento sull’avvenuto raggiungimento di un accordo.

Va premesso che è principio pacifico in giurisprudenza che, con l’opposizione al precetto relativo a crediti maturati per il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento, possono proporsi soltanto questioni relative alla validità ed efficacia del titolo, mentre non possono dedursi fatti sopravvenuti, da farsi valere col procedimento di modifica delle condizioni della separazione di cui all’art. 710 cod. proc. civ. (sul punto, da ultimo Cass. 20303/14; Cass. 22491/06; Cass. 6975/05; Cass. 13872/01; Cass. 8235/00).

Ne discende che non è questa la sede per valutare se vi è stato un peggioramento delle condizioni economiche dell’opponente tale da giustificare una revisione degli accordi di separazione.

Inoltre, la giurisprudenza ammette sì la possibilità per i coniugi di raggiungere accordi modificativi delle disposizioni del decreto di omologazione della separazione anche in assenza di procedimento ex art. 710 c.p.c., però, a condizione che non riguardino diritti indisponibili e purché non interferiscano con l’accordo omologato, ma ne specifichino il contenuto con disposizioni maggiormente rispondenti agli interessi ivi tutelati (Cass. 218/16).

Deve, quindi, escludersi che i genitori, al di fuori del giudizio ex art. 710 c.p.c., possano assumere decisioni in contrasto con le condizioni in punto affido e mantenimento dei figli adottate nell’accordo omologato, dal momento che la legge rimette al Giudice il controllo su tali disposizioni (art. 158 co. 2 c.c.), come conferma la disciplina più recente (art. 6 D.L. n. 134 del 2014).

In ogni caso, stando alla stessa tesi di parte attrice, l’accordo in esame si sarebbe concluso in forma tacita, in quanto, alla lettera del 19 marzo del 2014, in cui il sig. (…) chiese alla opposta di ridurre l’assegno di mantenimento, questa non fece valere alcuna opposizione.

Tuttavia, a ben vedere, nessun accordo, peraltro invalido, anche sotto il profilo formale, fu mai raggiunto, neanche in forma tacita. “In tema di formazione del contratto, l’accettazione non può essere desunta dal mero silenzio serbato su una proposta, pur quando questa faccia seguito a precedenti trattative intercorse tra le parti, delle quali mostri di aver tenuto conto, assumendo il silenzio valore negoziale soltanto se, in date circostanze, il comune modo di agire o la buona fede, nei rapporti instauratisi tra le parti, impongano l’onere o il dovere di parlare, ovvero se, in un dato momento storico e sociale, avuto riguardo alla qualità dei contraenti e alle loro relazioni di affari, il tacere di uno possa intendersi come adesione alla volontà dell’altro. (Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, si è ritenuto che il silenzio di un istituto di credito, seguito ad una proposta transattiva formulata da un correntista mediante una missiva, non avesse i caratteri di accettazione della proposta, di cui agli artt. 1326, primo comma, e 1335 cod. civ.). (Cass. 10533/14).

Parte attrice ha, poi, sostenuto che il credito fatto valere dall’opponente dovesse essere compensato con un credito dallo stesso vantato nei confronti dell’opposta.

Dagli atti di causa emerge, infatti, che, con il provvedimento presidenziale del 18 giugno 2009, pronunciato nell’ambito del giudizio di separazione, come poi modificato dalla Corte di Appello di Genova, con provvedimento del 6 novembre 2009, era stato posto a carico di (…) un contributo (pari ad Euro 1.200,00 mensili) per la locazione dell’immobile ove poi la sig.ra (…) si era trasferita con la figlia L. a seguito della separazione. Tale contributo era stato revocato con il provvedimento del Tribunale di Savona del 25 febbraio del 2013.

Secondo parte opponente, il provvedimento in esame aveva dato atto del fatto che il contratto di locazione era, in realtà simulato, in quanto il proprietario di casa era convivente della sig.ra (…).

Quanto pagato per i mesi di dicembre 2012, gennaio e febbraio 2013, prima della revoca del provvedimento, doveva essere restituito, quindi, all’opponente.

Il suddetto credito doveva, quindi, essere compensato con quello precettato.

Sul punto, però, la Cassazione ha affermato: “Il carattere sostanzialmente alimentare dell’assegno di mantenimento a beneficio dei figli, in regime di separazione, comporta la non operatività della compensazione del suo importo con altri crediti. (Nella specie, la S.C., confermando l’ordinanza di merito, ha ritenuto l’inadempimento del coniuge onerato, che aveva operato una illegittima compensazione tra quanto dovuto a titolo di assegno in favore dei figli e il proprio credito per rate di mutuo). (Cass. 23569/16; analogamente, Cass. 13609/ 16 e Cass. 28987/08).

Ne discende che nessuna compensazione è possibile; avendo parte opponente pagato Euro 5.473,57 in corso di causa, il precetto mantiene efficacia unicamente per la differenza.

Parte attrice ha, comunque, proposto domanda riconvenzionale per ottenere la condanna della opposta al pagamento del suddetto credito.

Tale domanda è ammissibile.

Infatti, non è ostativo al suo esame la circostanza che la stessa è stata proposta in sede di opposizione a precetto, dal momento che tale giudizio rappresenta un ordinario giudizio di cognizione soggetto alle regole ordinarie del c.p.c.

La giurisprudenza ha sostenuto che quando la domanda riconvenzionale proposta non incida sulla competenza, la connessione ex art. 36 c.p.c. può essere valutata con minor rigore. In particolare, non è richiesta l’identità della “causa petendi”, ma è sufficiente “una comunanza della situazione o del rapporto giuridico dal quale traggono fondamento le contrapposte pretese delle parti, ovvero come comunanza della situazione, o del rapporto giuridico sul quale si fonda la riconvenzionale, con quello posto a base di un’eccezione” (Cass. 6520/07). In sostanza, basta che “sussista fra le opposte pretese un collegamento obiettivo che implichi l’opportunità della trattazione e decisione simultanea” (Cass. 8207/06; Cass. 27564/11).

Nel caso di specie, i crediti in contestazione derivano dal matrimonio intercorso tra le parti; inoltre, l’accertamento del credito fatto valere dall’opponente non richiede alcuna attività istruttoria ulteriore.

Si deve, quindi, decidere nel merito.

La giurisprudenza ha sostenuto che le somme versate a titolo di mantenimento, sia in favore del coniuge separato o divorziato che dei figli minori o maggiorenni ma non autosufficienti, non sono ripetibili, nel caso in cui il provvedimento di assegnazione del contributo sia in seguito revocato o modificato (Cass. 13609/16; Cass. 15186/15; Cass. 6864/09; Cass. Cass. 13593/06; Cass. 11029/99; Cass. 4198/98; Cass. 9641/96).

A tale risultato si è giunti attraverso una sostanziale equiparazione tra prestazione di alimenti e di mantenimento. In particolare, tale conclusione è stata giustificata ipotizzando una presunzione di pressoché istantanea utilizzazione degli alimenti, destinati per loro natura ad essere consumati rapidamente, con conseguente assenza in capo al beneficiario del dovere di accantonarne una certa quantità in previsione di un eventuale provvedimento di modifica o di revoca.

Tuttavia, ciò vale, evidentemente, per quelle somme destinate ad una concreta funzione alimentare. Il principio di irripetibilità resta, quindi, limitato a prestazioni dirette ad assicurare unicamente, per la loro misura e le condizioni economiche del percipiente, i mezzi necessari per fare fronte alle esigenze essenziali di vita.

Laddove tale funzione alimentare non sussista, il principio della irripetibilità non ha più ragione di esistere. In questo senso, si veda Cass. 11489/14 (relativo ad una domanda di ripetizione proposta nei confronti di figli maggiorenne ed autosufficienti; in questo caso, la S.C. ha escluso che l’assegno avesse funzione alimentare nel caso in cui il contributo risulti destinato a favore di chi abbia già raggiunto una posizione di indipendenza economica e non necessiti più del sostentamento assicurato dal genitore ed ha, quindi, accolto la domanda di restituzione proposta dal genitore obbligato) o Cass. 2182/09 (in cui una parte è stata condannata a restituire le somme percepite, grazie alla sentenza di primo grado, a titolo di assegno divorzile, in misura superiore a quella determinata in sede di appello, considerando la natura non alimentare delle somme suddette alla luce della consistente entità dell’assegno). Il principio in esame è stato ribadito poi in motivazione da Cass. 6864/09.

Così, nel caso di specie tale funzione alimentare è del tutto assente: dal provvedimento del Tribunale di Savona del 25 febbraio 2013, emerge che la sig.ra (…) non avesse diritto ad ottenere alcun contributo per le spese di locazione, in quanto, all’epoca, non stava sostenendo alcuna spesa di tale natura, avendo solo simulato un contratto di locazione con il proprio convivente. Manca, quindi, la prova del carattere di alimento delle somme versate, con la conseguenza che viene meno l’irripetibilità sopra descritta e si applica il principio generale posto dall’art. 2033 c.c.

E’, quindi, evidente che, con tale provvedimento, è stata disposta la revoca del provvedimento presidenziale in parte qua. Essendo accertata la insussistenza originaria della causa del pagamento, la decorrenza della revoca è retroattiva.

Tuttavia, dato che parte attrice ne ha chiesto la revoca a far data dal gennaio 2013 (si veda il ricorso proposto sub doc. 5 di parte attrice), è evidente che, in assenza di diverse indicazioni nel provvedimento, per il principio di cui all’art. 112 c.p.c., è solo da tale momento che il contributo al canone di locazione non era più sorretto da alcun provvedimento giurisdizionale.

Ne discende che la domanda riconvenzionale è parzialmente fondata, dovendo essere rimborsati i canoni di gennaio e febbraio 2013, cui debbono aggiungersi interessi dal pagamento o rivalutazione, si di maggior misura (Cass. 25589/10).

Le spese di lite sono compensate al 50% tenuto conto della soccombenza reciproca.

La maggior soccombenza di parte opponente (in relazione al maggior credito fatto valere dall’opposta determinato considerando anche quanto pagato in corso di causa) giustifica la sua condanna al versamento della restante frazione.

La non particolare difficoltà della controversia giustifica una liquidazione delle spese corrispondente ai minimi, con esclusione della fase istruttoria.

P .Q.M.

Ogni contraria istanza ed eccezione respinta

Dichiara efficace il precetto notificato da (…) a (…) nei limiti dell’importo di Euro 3.674,91 oltre accessori indicati in precetto;

Condanna (…) a pagare a (…) Euro 2.449,94 oltre interessi dalle date dei pagamenti; Compensa le spese di lite al 50%;

Condanna (…) a rifondere a (…) la restante frazione delle spese di lite, frazione che liquida in Euro 1.369,00 per compensi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Così deciso in Savona, l’1 marzo 2018. Depositata in Cancelleria l’1 marzo 2018.


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