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Sono in pensione posso buttare le buste paga?

11 agosto 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 agosto 2018



Una volta arrivato al pensionamento il lavoratore dipendente si può sbarazzare dei cedolini di stipendio e dei modelli Cu e Cud?

Finalmente in pensione: un nuovo capitolo della tua vita è iniziato, e proprio per questo vuoi voltare pagina e buttare tutti i documenti relativi al tuo rapporto di lavoro, approfittandone per fare un po’ d’ordine e sbarazzarti di noiose scartoffie, come i Cud e i cedolini dello stipendio. Ti starai dunque sicuramente chiedendo «Dato che sono in pensione posso buttare le buste paga?». Cedolini paga e modelli Cu e Cud potrebbero ancora servire? Cestinare le buste paga e la documentazione inerente al rapporto di lavoro è un’imprudenza che potrebbe costarti cara: potrebbero difatti sorgere delle contestazioni, sia in merito al rapporto lavorativo, che in merito al calcolo della pensione. Anche se hai ricevuto il provvedimento dell’Inps di liquidazione della pensione e la liquidazione del Tfr, e secondo te i calcoli sono corretti, potrebbero comunque nascere dei problemi successivamente, ad esempio a causa di un ricalcolo dell’Inps, o di una contestazione o di un errore del datore di lavoro o, ancora, della riliquidazione della tassazione del Tfr da parte dell’Agenzia delle Entrate. È dunque opportuno conservare buste paga e Cud/Cu per almeno 10 anni. Ma procediamo per ordine e vediamo quali situazioni problematiche potrebbero crearsi dopo la pensione, alle quali è possibile rimediare conservando le buste paga.

Che cos’è la busta paga?

La funzione della busta paga è quella di documentare quanto il lavoratore percepisce:

  • in un dato periodo lavorativo,
  • da parte di un determinato datore di lavoro,
  • in ottemperanza al contratto collettivo nazionale di lavoro applicato.

Secondo le previsioni della legge sulla busta paga, tutti i datori di lavoro sono obbligati a consegnare ai propri dipendenti il prospetto paga, in cui devono essere indicati:

  • il nome, cognome e la qualifica professionale del lavoratore;
  • il periodo cui la retribuzione si riferisce, gli assegni familiari e tutti gli altri elementi che, comunque, compongono la retribuzione;
  • le singole trattenute.

Dal 2008, il libro paga, ossia il libro in cui sono conservati tutti i cedolini paga dei lavoratori dell’azienda, non è più obbligatorio, ed è stato sostituito, assieme al libro presenze ed al libro matricola, dal libro unico del lavoro. Il libro unico del lavoro, o Lul, contiene, sostanzialmente, le stesse indicazioni del libro paga e del libro presenze.

Contestazioni del datore di lavoro sulle spettanze

Nonostante il lavoratore sia in pensione, potrebbero sorgere delle contestazioni sul dare/avere tra ditta e dipendente: l’azienda, ad esempio, potrebbe essersi accorta di aver liquidato degli importi non spettanti. Relativamente a questi casi è bene sapere che, secondo il nostro codice civile, le somme che compongono la retribuzione si prescrivono in 5 anni da quando dovevano essere corrisposte, salvo alcune eccezioni (come l’indennità sostitutiva delle ferie), rispetto alle quali la prescrizione è di 10 anni. Secondo la Corte costituzionale, i 5 anni decorrono dalla cessazione del rapporto per quei rapporti di lavoro per i quali, in caso di licenziamento illegittimo, non è possibile chiedere la reintegra sul posto di lavoro.

È dunque raccomandabile, per essere in grado di dimostrare le proprie ragioni, la conservazione dei cedolini paga e dei modelli Cu e Cud per almeno 10 anni.

Contributi non versati dal datore di lavoro

Non buttare le buste paga potrebbe essere determinante anche nel caso in cui si scopra che il datore di lavoro, per una qualsiasi ragione, non ha versato i contributi in uno o più periodi. In questo caso, il cedolino di stipendio potrebbe essere la prova “chiave” per ottenere il pagamento della pensione:

  • se non sono passati 5 anni, si applica il principio dell’automaticità delle prestazioni: in pratica, verificati i periodi, i contributi vengono accreditati d’ufficio;
  • se sono trascorsi 5 anni, il lavoratore può rimediare all’omesso versamento dei contributi riscattandoli, con la costituzione di rendita vitalizia, ma deve prima dimostrare l’esistenza del rapporto in quel dato periodo, la sua durata e l’ammontare della retribuzione; per approfondire: Come recuperare i contributi non versati.

In queste ipotesi, la busta paga può costituire un elemento centrale per provare il rapporto o integrare le prove del rapporto, per cui è consigliabile la conservazione sino a 10 anni.

Ricorso all’Inps per il calcolo della pensione

Potrebbe anche accadere che la pensione del lavoratore sia stata calcolata male all’Inps: in questo caso è possibile inoltrare un ricorso amministrativo contro l’istituto per ottenere il riconoscimento delle spettanze corrette. Le buste paga ed i modelli Cu e Cud possono costituire un elemento chiave anche in questi casi, ad esempio per dimostrare che l’estratto conto Inps è errato.

Ricordiamo che il ricorso contro i provvedimenti dell’Inps deve essere diretto allo specifico organo, centrale o periferico, competente a decidere la controversia: ad esempio, per contestazioni che riguardano i contributi dei lavoratori subordinati iscritti al fondo pensioni lavoratori dipendenti, il ricorso va fatto al comitato amministratore del fondo competente per territorio, mentre per gli iscritti ed i pensionati della pubblica amministrazione ci si deve rivolgere ai comitati della gestione dipendenti pubblici.

Il ricorso deve essere inoltrato all’organo competente, normalmente entro 90 giorni (per i dipendenti del settore privato), che decorrono:

  • da quando è stato ricevuto l’atto amministrativo da impugnare: la data risulta dal timbro apposto dall’ufficio postale sull’avviso di ricevimento (se si tratta di una raccomandata);
  • dal 121° giorno successivo a quello di presentazione della relativa domanda, se non si ricorre contro un provvedimento dell’Inps, ma contro una mancata risposta dell’istituto a un’istanza, perché si tratta di un’ipotesi di silenzio rigetto.

Nel caso della pensione errata, il ricorso è, ovviamente, contro un provvedimento Inps, quindi i termini per ricorrere partono dal ricevimento del provvedimento di liquidazione.

In caso di rigetto del ricorso, o di mancata risposta, deve essere effettuato un ricorso alla Corte dei Conti: il termine di decadenza per fare causa all’Inps è pari a 3 anni.

Ricostituzione della pensione

Se si verifica un fatto sopravvenuto, come l’acquisizione tardiva di contributi, l’accredito tardivo di uno stipendio, l’acquisizione del diritto a una maggiorazione nel calcolo, o, ancora, se dopo la pensione sono riconosciuti dei contributi figurativi o da riscatto, il lavoratore può chiedere la ricostituzione della pensione. La ricostituzione della pensione può essere attivata anche su iniziativa dell’Inps, quando i contributi sono accreditati d’ufficio dopo la liquidazione della prestazione.

La domanda di ricostituzione non ha un termine di decadenza, quindi il pensionato può inviare la domanda quando vuoi, ma i ratei arretrati sono soggetti a un termine di prescrizione.

La ricostituzione può dar luogo anche a una riliquidazione in negativo, ad esempio se vengono annullati dei contributi, o viene spostata in avanti la decorrenza del trattamento: in tutti questi casi è quindi fondamentale conservare buste paga, Cu e tutta la documentazione inerente al rapporto di lavoro, per evidenziare eventuali errori nel ricalcolo della pensione.

Riliquidazione del Tfr

Anche se il datore di lavoro, al momento del pagamento del Tfr (il trattamento di fine rapporto), trattiene le imposte, la tassazione non è a titolo definitivo, ma deve essere ricalcolata entro 5 anni dalle Entrate.

L’Agenzia delle entrate, in particolare, ricalcola le imposte dovute sul Tfr in base all’aliquota media di tassazione dei 5 anni precedenti a quello della cessazione del rapporto.

Effettuata la riliquidazione dell’imposta sul Tfr invia al contribuente un avviso bonario con la somma dovuta, se risulta a debito di almeno 100 euro: il lavoratore, a seconda dell’anzianità di servizio e del reddito, può dunque ritrovarsi, senza colpa, a pagare somme ingenti, per cui è costretto a chiedere la rateazione e a pagare gli interessi. È importante conservare buste paga, Cu, e ulteriori documenti, come la dichiarazione dei redditi: potrebbero esserci ad esempio degli errori nelle spettanze dichiarate dal datore di lavoro, alla base della determinazione della tassazione.

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