Diritto e Fisco | Articoli

Sono in pensione ma voglio lavorare

11 Agosto 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Agosto 2018



Il pensionato può svolgere un’attività di lavoro dipendente, parasubordinato o autonomo: pensione di vecchiaia, anticipata, d’inabilità, assegno d’invalidità.

Finalmente hai raggiunto il diritto alla pensione, ma il trattamento è basso rispetto alle tue esigenze e vorresti integrarlo, ad esempio con uno stipendio part time o un compenso extra; inoltre sei piuttosto dinamico, hai ancora voglia di sentirti produttivo e di essere impegnato in un’attività lavorativa. Insomma, sicuramente stai pensando «Sono in pensione ma voglio lavorare»: tuttavia, hai paura che la tua rendita mensile possa essere tagliata a causa del reddito da lavoro. Ma è possibile lavorare in pensione? A questo proposito, devi sapere che, per la generalità delle pensioni dirette, come quella anticipata, di anzianità e di vecchiaia, il divieto di cumulo tra lavoro e pensione è stato abolito dal 2008 [1]. Restano, però, limitatamente cumulabili coi redditi da lavoro alcune pensioni, come la pensione anticipata precoci, l’Ape sociale, l’assegno d’invalidità e la pensione d’inabilità alle mansioni e a proficuo lavoro. Ma procediamo per ordine e vediamo in quali casi è possibile cumulare lavoro e pensione in modo pieno, e quando, invece, opera ancora il limite di cumulo, parziale o totale.

Si può lavorare con la pensione di vecchiaia, anticipata o di anzianità?

Se l’interessato percepisce una pensione di vecchiaia, di anzianità o anticipata, può svolgere un’attività lavorativa senza che la prestazione si riduca. La libertà di sommare i redditi da lavoro con la pensione vale sia per le pensioni dirette liquidate con il sistema di calcolo retributivo e misto, sia per quelle calcolate col sistema contributivo.

Nel caso in cui, però, l’assegno sia liquidato esclusivamente col sistema contributivo, perché sia permesso il pieno cumulo della pensione coi redditi da lavoro il diritto al trattamento deve essere raggiunto con almeno 60 anni d’ età per le donne e 65 anni per gli uomini, oppure con 40 anni di contributi, o, ancora, con la quota 96 (somma di età e contributi), con almeno 35 anni di contribuzione e 61 anni di età: questi risultano, difatti, i requisiti vigenti precedenti alla riforma Fornero, ancora applicabili in queste ipotesi.

Si può lavorare con la pensione anticipata precoci?

Chi ha diritto alla pensione anticipata precoci non può cumulare con il trattamento pensionistico con i redditi di lavoro, dipendente o autonomo, per un periodo di tempo corrispondente alla differenza tra l’anzianità contributiva necessaria per la pensione anticipata standard, cioè 42 anni e 10 mesi di contributi (o 41 anni e 10 mesi per le donne) e l’anzianità contributiva al momento del pensionamento con il requisito contributivo agevolato, pari a 41 anni di contribuzione.

In pratica, se il lavoratore si pensiona con 41 anni di contributi non può lavorare per un anno e 10 mesi; se la lavoratrice si pensiona con 41 anni di contributi non può lavorare per 10 mesi.

Si può lavorare con la pensione opzione Donna?

L’opzione Donna, o opzione contributiva Donne, è un regime sperimentale che permette alle lavoratrici di pensionarsi con soli 57 anni e 7 mesi d’età (58 e 7 mesi se autonome), e 35 anni di contributi (ad oggi, salvo future proroghe, il requisito contributivo deve essere raggiunto al 31 dicembre 2015, ed il requisito di età al 31 luglio 2016), optando per il ricalcolo contributivo della prestazione. Il calcolo della pensione con opzione Donna, tuttavia, ha delle piccole differenze rispetto al calcolo contributivo ordinario (ad esempio è prevista l’integrazione al trattamento minimo): da una lettura logica della norma non sembrerebbero, comunque, esserci ostacoli al cumulo pieno della pensione coi redditi da lavoro. In ogni caso, la Legge Maroni [2] inserisce l’opzione Donna tra le pensioni di anzianità, quindi non vi sono dubbi sul fatto che si tratti di una pensione diretta.

Si può lavorare con l’assegno ordinario d’invalidità?

Ci sono invece dei limiti al cumulo tra la pensione e l’assegno ordinario d’invalidità (che non va confuso con la pensione d’invalidità civile, che è invece una prestazione di assistenza). I titolari di questo trattamento, infatti, subiscono un taglio del 25% se il reddito totale supera quattro volte il trattamento minimo, e del 50% se lo supera cinque volte; una volta decurtato il trattamento, se l’assegno risulta ancora più alto del trattamento minimo, il pensionato subisce una seconda riduzione, la stessa che subisce, come vedremo più avanti, chi percepisce una pensione d’inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro.

Se, però, il pensionato possiede almeno 40 anni di contributi, decade del tutto il limite di cumulo con i redditi da lavoro, a qualunque categoria appartengano. Inoltre, quando l’assegno d’invalidità è convertito in trattamento di vecchiaia, al raggiungimento dell’età pensionabile, può essere liberamente sommato coi redditi da lavoro.

Per approfondire: Quando si riduce l’assegno d’invalidità.

Si può lavorare con l’Ape sociale?

Il lavoratore, per aver diritto all’anticipo pensionistico a carico dello Stato, cioè all’Ape sociale, deve cessare l’attività lavorativa. Successivamente può rioccuparsi, ma non deve superare i seguenti limiti di reddito:

  • per l’attività lavorativa dipendente o parasubordinata, 8mila euro all’anno;
  • per l’attività di lavoro autonomo, 4.800 euro annui.

Si può lavorare con l’Ape?

Se, anziché all’Ape sociale, il lavoratore ha diritto all’Ape volontario, questa prestazione, non essendo assimilata al reddito di lavoro, è pienamente compatibile con l’attività lavorativa, subordinata o autonoma. Ricordiamo che l’Ape volontario consiste in un anticipo della pensione, che può andare dal 75% al 90% del futuro trattamento spettante, e che è erogato se non mancano più di 3 anni e 7 mesi al compimento dell’età pensionabile, se l’interessato possiede almeno 20 anni di contributi nella gestione previdenziale prescelta.

L’Ape volontario è ottenuto attraverso il prestito di una banca, i cui costi sono totalmente a carico del lavoratore, salva la possibilità di fruire di un credito d’imposta. Le rate di restituzione del prestito, che comprendono anche il premio per l’assicurazione obbligatoria contro il rischio di premorienza e i contributi per l’accesso al fondo di garanzia, sono prelevate direttamente dalla futura pensione, una volta liquidata.

In base a quanto osservato, si può lavorare con l’Ape volontario e non c’è alcuna incompatibilità tra l’assegno e il reddito derivante dall’attività svolta, considerando che l’Ape deriva da un prestito bancario e non costituisce reddito di lavoro. Continuare a lavorare mentre si sta percependo l’Ape volontario, anche in regime di part time, risulta per di più molto utile: da una parte, infatti, l’assegno Ape consente al lavoratore un impegno minore negli ultimi anni prima dell’uscita dal lavoro, dall’altro lato l’attività lavorativa consente di incrementare i contributi posseduti e, quindi, di incrementare la misura della pensione.

Peraltro, considerando che l’assegno Ape volontario non è tassato, il lavoratore non viene penalizzato nemmeno dal punto di vista fiscale.

Per approfondire: Ape volontario, Ape sociale e redditi di lavoro.

Si può lavorare con la pensione d’inabilità?

Nessun cumulo, nemmeno parziale, è invece concesso per la pensione d’ inabilità, quando è riconosciuta un’inabilità permanente e assoluta a qualsiasi attività lavorativa: questa prestazione è infatti incompatibile con ogni tipo di attività lavorativa, dipendente o autonoma, anche se svolta all’estero.

Basta anche la sola iscrizione a un albo professionale o a un elenco di lavoratori per far scattare la revoca della pensione d’inabilità; tuttavia, se ne ricorrono le condizioni, il lavoratore non perde tutto, ma può aver diritto a un assegno ordinario di invalidità.

Non c’è incompatibilità con l’attività lavorativa, invece, se la pensione è riconosciuta, a seguito di dispensa dal lavoro, per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro (questi due trattamenti sono riconosciuti solo ai dipendenti pubblici).

Si può lavorare con la pensione d’inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro?

Le pensioni per inabilità alle mansioni e inabilità a proficuo lavoro sono riconosciute ai dipendenti pubblici, in presenza di determinati requisiti contributivi (15 o 20 anni di anzianità di servizio, a seconda della gestione previdenziale e della specifica inabilità riconosciuta), quando è constatata una forte riduzione della capacità lavorativa: la riduzione è più limitata nel primo caso (alle sole specifiche mansioni ricoperte) e più ampia nel secondo (a qualsiasi proficuo lavoro), ma non è estesa in modo assoluto, come nel caso dell’inabilità a qualsiasi attività lavorativa.

L’inabilità a proficuo lavoro e l’inabilità alle mansioni, quindi, non coincidono con l’inabilità a qualsiasi attività lavorativa: per quanto riguarda, nello specifico, l’inabilità a proficuo lavoro, che consiste in una riduzione della capacità lavorativa più ampia rispetto all’inabilità alle mansioni, questa è intesa come impossibilità di continuare a svolgere un’attività lavorativa continua e remunerativa, ma non impedisce di lavorare, perché è solo l’inabilità a qualsiasi attività lavorativa ad avere una valenza assoluta.

Di conseguenza, essendo solo l’inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa ad essere incompatibile con qualsiasi attività lavorativa, le altre due tipologie d’inabilità permettono di rioccuparsi.

Bisogna però considerare che le pensioni per inabilità alle mansioni e a proficuo lavoro sono cumulabili limitatamente con i redditi da lavoro, nella generalità dei casi, a meno che l’interessato non raggiunga 40 anni di contributi.

In particolare, se l’assegno è superiore al trattamento minimo (507,42 euro al mese per il 2018) il rateo di assegno eccedente il trattamento minimo può subire una riduzione qualora l’interessato svolga un’attività lavorativa.

La riduzione varia a seconda della provenienza del reddito:

  • se il reddito è da lavoro dipendente, il taglio della pensione è pari al 50% della quota eccedente il trattamento minimo, fermo restando che la decurtazione non può superare il reddito stesso;
  • se il reddito è da lavoro autonomo, la riduzione è pari al 30% della quota eccedente il trattamento minimo, e comunque non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

In ogni caso la riduzione non si applica:

  • se il reddito conseguito è inferiore al trattamento minimo Inps;
  • se il pensionato è impiegato in contratti a termine la cui durata non superi le 50 giornate nell’anno solare;
  • se il reddito deriva da attività svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani in attività socialmente utili, promosse da enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private;
  • se il lavoratore è occupato in qualità di operaio agricolo;
  • se il pensionato è occupato in qualità di addetto ai servizi domestici e familiari;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepite per l’esercizio della funzione di giudice di pace;
  • se il reddito conseguito è un’indennità o un gettone di presenza percepiti dagli amministratori locali;
  • se il reddito conseguito è un’indennità comunque connessa a cariche pubbliche elettive;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepita dai giudici onorari aggregati per l’esercizio delle loro funzioni;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepita dai giudici tributari.

Nel caso in cui la riduzione sia applicata, la trattenuta viene effettuata direttamente sulla retribuzione, a cura del datore di lavoro, oppure sugli arretrati di pensione, dall’ente previdenziale, in caso di tardiva liquidazione della prestazione, per i lavoratori subordinati.

Per i lavoratori autonomi la trattenuta è invece effettuata sulla pensione, dall’ente previdenziale.

Si può lavorare con la pensione di reversibilità?

Per quanto riguarda la pensione ai superstiti, che può essere di reversibilità o indiretta, il divieto di cumulo è parziale: il beneficiario, se il reddito supera tre volte il trattamento minimo, si vedrà tagliare l’assegno tra il 25% e il 50%, a meno che non vi siano nel nucleo familiare figli minori di età, o studenti o inabili.

Secondo la Legge Dini [3], nel dettaglio, è possibile cumulare la pensione ai superstiti con gli altri redditi del beneficiario, sino alle seguenti soglie:

  • se il reddito del pensionato è superiore a 3 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld), la percentuale di cumulabilità della pensione di reversibilità è pari al 75%: in parole semplici, la reversibilità è ridotta del 25% se il reddito dell’interessato supera i 19789,38 euro (pari a 3 volte il trattamento minimo del 2018 moltiplicato per 13 mensilità);
  • se il reddito del pensionato è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 60%: in pratica, la reversibilità è ridotta del 40% se il reddito dell’interessato supera i 26.385,84 euro (valore 2018);
  • se il reddito del pensionato è superiore a 5 volte il trattamento minimo annuo, la percentuale di cumulabilità della pensione di reversibilità è pari al 50%: in pratica, la reversibilità è dimezzata se il reddito dell’interessato supera i 32.982,30 euro (valore 2018).

Il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità ridotta non può, però, essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

Nessuna decurtazione è prevista, invece, per i “vecchi superstiti pensionati”, cioè per i titolari di pensione di reversibilità precedente al primo settembre 1995: tuttavia, per loro, le rate di pagamento sono congelate, dunque non ottengono aumenti fino a quando non viene riassorbita l’eccedenza.

Per pensionarsi ci si deve licenziare?

È importante, infine, non dimenticare che, per poter conseguire il trattamento di vecchiaia, anzianità o anticipato, a prescindere dal regime, deve terminare il rapporto di lavoro subordinato. Non è necessario, invece, cessare l’attività di lavoro autonomo.

In base a quanto chiarito da una recente sentenza della Corte di Cassazione in materia [4], difatti, sia per quanto concerne la pensione di vecchiaia, che per quella di anzianità o anticipata, per ricevere il trattamento è necessario cessare l’attività di lavoro dipendente sino alla decorrenza della pensione. In parole semplici, la pausa lavorativa, che serve ad evitare il rischio di rigetto della domanda di pensione, deve protrarsi almeno sino alla data di decorrenza della pensione stessa.

note

[1] Art. 19 Legge 133/2008.

[2] Art. 1, Co. 9, legge 243/2004.

[3] L. 335/1995.

[4] Cass. sent n. 5052 del 15/03/2016.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI