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La Cassazione può aumentare la pena?

13 Agosto 2018 | Autore:
La Cassazione può aumentare la pena?

Cos’è e quali sono i poteri della Corte di Cassazione? La Cassazione può determinare la pena? Cosa significa che è giudice di legittimità?

La giustizia italiana è complessa ed è strutturata in maniera tale che un caso non sia affrontato da un solo giudice. Se decidi di ricorrere in tribunale per tutelare i tuoi diritti, devi sapere che la causa che hai intrapreso molto probabilmente non terminerà davanti a quel giudice: contro la decisione di quest’ultimo, infatti, è data la possibilità alla parte soccombente (cioè, a quella che ha perso) di fare appello, cioè di impugnare la sentenza davanti ad altro giudice. Lo stesso accade nel caso in cui il processo sia intrapreso contro una persona imputata per aver commesso un reato. Questo sistema consente di avere maggiori garanzie: una cosa, infatti, è che una vicenda sia affrontata solamente da un giudice; un’altra, invece, è che sulla stessa se ne esprima anche un altro. Due teste sono meglio di una, insomma. Contro la decisione in appello è ammessa addirittura una seconda impugnazione, questa volta direttamente alla Corte di Cassazione, con unica sede a Roma. Quindi, se sei di Milano e, dopo due gradi di giudizio, decidi di ricorrere per Cassazione, il terzo grado si celebrerà direttamente a Roma. In alcuni casi è la stessa Costituzione a prevedere che vi debbano essere almeno due gradi di giudizio: in ambito penale, contro le sentenze e contro i provvedimenti che incidono sulla libertà personale (si pensi all’ordinanza con cui vengono disposti gli arresti domiciliari) pronunciati dagli organi giurisdizionali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. A differenza degli altri organi giurisdizionali, la Corte di Cassazione non può entrare nel merito della vicenda, ma può esprimersi solamente in relazione alla legalità della pronuncia, cioè al suo rispetto della legge. Non a caso, si dice che la Corte di Cassazione è giudice di legittimità e non di merito. Cosa significa ciò? Quali sono i suoi poteri? E, soprattutto, la Cassazione può aumentare la pena?

Corte di Cassazione: cos’è?

La Corte di Cassazione è l’ultimo e più alto grado di giurisdizione conosciuto in Italia: ciò significa, in poche parole, che la Corte di Cassazione ha l’ultima parola sulla vicenda, non essendo possibile mettere in discussione quanto da essa stabilito. Se, quindi, hai perso in primo grado davanti al tribunale, nel secondo davanti alla corte di appello e, infine, anche in Cassazione, non potrai farci più nulla: la vicenda sottoposta alla giurisdizione italiana deve ritenersi chiusa e decisa in maniera definitiva (salvo ricorso alla Corte Europea: leggi questo articolo per sapere cos’è).

Corte di Cassazione: quando si può ricorrere?

Chiunque può ricorrere in Cassazione contro una decisione a sé sfavorevole: il requisito della soccombenza è fondamentale per poter accedere alla Corte di Cassazione. Quindi, sia che tu abbia deciso di intraprendere una causa (in veste di attore) sia che tu sia stato citato in giudizio (in qualità di convenuto), se alla fine risulti soccombente potrai comunque ricorrere per Cassazione. Lo stesso dicasi nel caso in cui tu sia imputato in un processo penale: all’esito dello stesso, se sarai condannato, potrai in ogni caso impugnare la decisione che ritieni ingiusta. Se, invece, verrai assolto o condannato ad una pena che il pubblico ministero non condivide, sarà la procura a poter fare ricorso. È possibile ricorrere in Cassazione essenzialmente in due modi:

  • impugnando la decisione resa dal giudice di secondo grado (giudice d’appello);
  • impugnando direttamente la sentenza del giudice di primo grado, senza passare per l’appello (tecnicamente, si parla di ricorso per saltum).

Cassazione: quali sono i suoi poteri?

Come anticipato nell’introduzione, la Corte di Cassazione è giudice di legittimità e non di merito. Cosa significa? In pratica, vuol dire che i giudici della Cassazione non stabiliscono se la valutazione del giudice precedente è giusta o sbagliata, ma se tale decisione sia conforme alla legge. Si tratta di un controllo formale e non sostanziale. Facciamo un esempio. I giudici di primo e secondo grado hanno ritenuto attendibili le dichiarazioni rese da un testimone circa un fatto accaduto. Davanti alla Cassazione, non si potrà impugnare la sentenza e dire che, in realtà, i giudici hanno sbagliato perché il teste era inattendibile: questa valutazione è sottratta alla Suprema Corte la quale potrà solamente esprimersi circa la conformità a legge della testimonianza stessa. Ad esempio, la Cassazione potrebbe rilevare che la testimonianza non poteva essere affatto resa perché la persona sentita non aveva assistito ai fatti, ma aveva semplicemente narrato una vicenda che gli era stata raccontata da terzi.

La discrezionalità che la legge lascia al giudice di merito (quello di primo e secondo grado), quindi, non può essere messa in discussione dalla Corte di Cassazione, la quale dovrà necessariamente attenersi alle valutazioni contenute nella motivazione della sentenza impugnata.

Cassazione: può aumentare la pena?

Da quanto appena detto si evince chiaramente la risposta alla domanda di questo articolo: la Cassazione può aumentare la pena? No, non può farlo, perché anche la pena inflitta all’imputato rientra nella valutazione che la legge concede alla discrezionalità del giudice. Com’è noto, per ogni reato la legge prevede una pena che è contenuta entro un limite minimo e uno massimo: ad esempio, il furto semplice è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Toccherà al giudice scegliere l’entità concreta della pena all’interno della forbice che la legge gli mette a disposizione; tale scelta dovrà essere motivata sulla base delle risultanze processuali. Da tanto deriva l’impossibilità per la Corte di Cassazione di modificare la pena: essa, quindi, non potrà né aumentarla né diminuirla.

Cassazione: può influire sulla pena?

Ora, se è vero che la pena è un elemento valutativo lasciato alla determinazione del giudice di merito, è anche vero che quest’ultimo non può decidere liberamente in base al proprio capriccio: la pena è sempre il risultato di un calcolo guidato dalle norme. Facciamo un esempio: abbiamo detto che il furto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Poniamo il caso di un incensurato che, a causa dell’estremo stato di bisogno in cui versa, rubi del cibo al supermercato per sfamarsi. Ora, escludendo l’applicabilità della scriminante dello stato di necessità, possiamo ipotizzare questa sanzione: pena base sei mesi, diminuita di un terzo per l’attenuante comune dell’esiguità del danno patrimoniale cagionato a mesi quattro, ulteriormente diminuita di un terzo per la concessione delle attenuanti generiche. Totale della pena: ottanta giorni. La pena viene confermata in appello.

Poniamo che il pubblico ministero ricorra per Cassazione ritenendo illegittima la pena: per giurisprudenza costante, infatti, il furto in supermercato è qualificabile come furto aggravato, con reclusione che va da un minimo di due anni a un massimo di sei. Orbene, la Corte di Cassazione ben potrebbe criticare il ragionamento fatto dal giudice di merito, secondo il quale la condotta dell’imputato era un furto semplice. In questa ipotesi, la Cassazione può decidere di annullare la sentenza nel punto in cui il fatto commesso dall’imputato sia stato qualificato come furto semplice e non furto aggravato, rinviando alla corte di appello per una nuova decisione che tenga conto di questo principio. Così facendo, la Corte di Cassazione non ha direttamente aumentato la pena ma, obbligando il giudice del rinvio a qualificare la condotta come reato più grave, di fatti vincolerà quest’ultimo ad aumentare la sanzione.



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