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Emanuele Carta: l’avvocato si occupa di persone, non di tecnica

18 Agosto 2018
Emanuele Carta: l’avvocato si occupa di persone, non di tecnica

A diciotto anni avevo una grande passione per la politica. Era nata tra i banchi del liceo classico Tommaso Gargallo di Siracusa. Durante le assemblee scolastiche avevo imparato a parlare in pubblico e a sostenere con passione le mie idee. Erano gli anni dal 68 in poi. Gli anni della contestazione giovanile, dei miti che ispiravano il cambiamento. Anni che vissi felicemente. A diciotto anni lasciai il mio amato Liceo. Il distacco fu reso un po’ più doloroso dal fatto che dovetti subito abbandonare i miei compagni e l’amore nato sui banchi scolastici per andare a Dublino. Avevo superato un concorso organizzato dal Ministero. Il mio tema sulla comunità europea era quello prescelto per la Sicilia e la Calabria e venivo premiato assieme agli studenti di altre regioni con un viaggio in un paese che, se non ricordo male, stava per entrare nella Comunità. Tornato da Dublino, scelsi giurisprudenza perché volevo capire meglio come funzionava la nostra società. Una scelta, in qualche modo politica, consolidata dall’ascolto di una meravigliosa arringa. Fu un grande avvocato penalista, Giuseppe Alessi, a declamarla in difesa di un padre e di un fratello che avevano “vendicato” la violenza consumata
in danno della loro congiunta.
Gli anni universitari furono meno felici a causa della malattia di papà che lo condusse alla morte prematuramente. Ciò rallento’ il mio corso di studi. Riuscii comunque a concluderlo ottenendo la lode in quasi tutte le materie (in civile solo trenta) e la lode all’esame di laurea. Il grande giurista e filosofo del diritto Pietro Barcellona, allora docente di diritto privato, che mi esaminò per primo, continuò a seguirmi anche dopo la laurea.
Contravvenendo, però, ai suoi consigli che mi indirizzavano più verso la docenza e la magistratura, iniziai la pratica forense. Scelsi uno studio che si occupava principalmente di amministrativo ossia della disciplina più vicina ai miei interessi.
I pomeriggi trascorrevano a leggere e rileggere le riviste i repertori tutti rigorosamente cartacei.
A volte serviva un intero pomeriggio per trovare la sentenza giusta.
Dopo il decesso del mio primo maestro, Armando Corpaci, che era stato presidente del nostro Ordine, superato l’esame di procuratore legale, completai la mia formazione in uno studio catanese che si occupava in modo eccellente, oltre che di amministrativo, di diritto civile, nelle sue varie branche. In quegli anni, sotto la guida dell’Avvocato Toto Mauceri, uomo di raffinata cultura non solo giuridica, ho cominciato ad assumere i miei primi incarichi. Gli uffici che frequentavo di più erano quelli dei Tar e dei giudici del lavoro. Direi che negli anni sono rimasti principalmente quelli, anche se non ho disdegnato di dedicarmi ad altro. Accanto alla attività forense ho assolto ad altri incarichi. Mi piace richiamare la lunga e bella esperienza in Commissione Ortigia su designazione del nostro Ordine. Si trattava di una commissione edilizia speciale volta alla tutela del centro storico della città di Siracusa oggi patrimonio dell’Unesco.
Ad un certo punto direi che il tempo ha cominciato a scorrere più velocemente. E’ come se il tempo avesse accelerato. Questa accelerazione è iniziata con i fax. Essi consentivano anche a chi non ti voleva proprio bene di raggiungerti in tempo reale. Le email hanno dato il colpo di grazia: il tempo è diventato così veloce che ti sfuggiva da tutte le parti. Per trovare le soluzioni in un tempo così accelerato eri costretto ad andare nel web. In quegli anni è iniziata la mia esperienza professionale milanese, che dura da più di dieci anni.
Dapprima creando uno studio in un paese dell’hinterland dove io e mia moglie avevano casa. Poi trasferendomi nella città di Milano, nel bel quartiere di Porta Vittoria.
Da quest’anno ho costituito una associazione professionale con i colleghi e amici Improta e Castrichella, che ha sede a Roma, presso lo studio che fu di Castrichella padre.
Continuo però ad essere iscritto all’Ordine di Siracusa ed ivi conservo lo studio ove svolgo ancora gran parte della mia attività. Ivi contribuisco ai destini dell’Associazione degli Avvocati Amministrativisi e (Barcellona ne sarebbe felice) ho insegnato amministrativo e insegno comunitario presso la Scuola istituita dall’Ordine.
Da anni ho dunque la possibilità di esercitare la professione nel profondo sud e nel profondo nord del nostro paese.
Che Sicilia e Lombardia siano diverse, dal punto di vista economico e sociale, è del tutto evidente.
Che questa differenza influisca sul tipo di contenzioso è altrettanto evidente.
Meno evidente ma più importante è sottolineare quanto identico sia l’atteggiamento delle persone nei confronti della giustizia (dalla giustizia pretorile che non c’è più a quella della Suprema Corte).
L’ansia che le pervade, la tensione, l’insicurezza, la paura, la speranza, la forza nel proclamare le loro ragioni.
Cosa lasciano all’avvocato coloro che gli si rivolgono per chiedere giustizia?
Le loro storie. Se mi guardo indietro vedo solo le loro storie. Anche quando ci occupiamo di questioni tecniche noi ci occupiamo di persone. La storia personale di un avvocato è fatta delle loro storie.
Dico spesso che se non avessi fatto l’avvocato avrei fatto il giornalista.
Ho sempre mantenuto la curiosità che sta alla base di entrambe le professioni.
La professione forense, però, è caratterizzata da qualcos’altro che non è un dettaglio: ha a che fare con la Giustizia. La storia di un Avvocato è la storia delle persone che si sono rivolte a lui per chiedere Giustizia.



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