Lifestyle | Articoli

Gioco d’azzardo e ludopatia: cosa c’è da sapere

16 Agosto 2018 | Autore:
Gioco d’azzardo e ludopatia: cosa c’è da sapere

Da dove nasce la scommessa e il gioco d’azzardo. Quando il divertimento diventa illusione. 

«Ero già stanco di stare alla bada della Fortuna. La dea capricciosa dovea pur passar per la mia strada. E passò finalmente. Ma tignosa». Luigi Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal”, mette in risalto il tema del gioco d’azzardo sottolineando l’idea del relativismo e la mancanza di punti di riferimento dell’uomo moderno. L’uomo, nel romanzo Mattia Pascal, riflette la sua crisi esistenziale, impregnata tra la realtà e l’illusione, vive tra un misto di gioia e sofferenza, ha bisogno di autoinganni. Così come il Pascal, l’uomo vuole trovare un valore alla vita e per questo si concede a convenzioni, riti o istituzioni che devono rafforzare in lui tale illusione. Ecco che il gioco d’azzardo assume, non solo per Pirandello, il valore simbolico di un oracolo profano, continua a domandare al Fato per ottenere una risposta sul valore della propria vita, simile a una condotta ordalica, nella quale da una parte l’uomogiocatore, si abbandona alla sottomissione e dall’altra, s’illude di poter riprendere il controllo della sua esistenza. Ma cos’è il gioco d’azzardo e cosa c’è da sapere? Di tanto parleremo nel seguente articolo.

Cos’è il gioco d’azzardo?

Il gioco d’azzardo, a ben vedere, è nato con l’uomo. Il termine azzardo deriva dall’arabo az-zahr, che significa dado: infatti, i più antichi giochi d’azzardo si facevano utilizzando dadi scommettendo sul numero che sarebbe uscito. La scommessa consiste in denaro e per tradizione le quote si pagano in contanti. In linea di principio, qualsiasi attività ludica che presenti incertezze sul risultato finale e si presta a scommesse, è un gioco d’azzardo.

Un fenomeno purtroppo in aumento e prospera in maniera esponenziale nella rete con casinò virtuali, comunità di giocatori e scommettitori di ogni genere.

Tra il Settecento e l’Ottocento, nello Stato Pontificio, il fenomeno del gioco d’azzardo fu affrontato in maniera differente dai singoli papi. Da alcuni additato come vizio diabolico, talvolta come un’epidemia che infettava il popolo, da altri ancora ammesso, in maniera pragmatica, come fonte di guadagno.

Il gioco come sappiamo è un’attività libera, che abbiamo conosciuto sin da bambini ed è l’attività migliore per crescere e sviluppare la propria personalità, imparando regole, quelle del gioco, e socializzare con gli altri. Non è riferito solo ai bambini ma anche agli adulti, come mezzo per migliorare la salute personale, le relazioni, la capacità di pensare e condividere. Con il gioco cresce l’ottimismo e l’empatia.

Quando il gioco diventa una patologia

Per una percentuale non trascurabile dei giocatori, il gioco però diventa una patologia, analoga per dipendenza a quella della droga o dell’alcool.

I giocatori sono “costretti” a giocare, un impulso incontrollato: si gioca più denaro del previsto, per tempi sempre più lunghi e più di quanto si era preventivato. Nel gioco patologico quindi s’invertono i ruoli: il soggetto del gioco non è più il giocatore ma il gioco stesso. Il gioco tiene in balia il giocatore, lo fa stare al gioco. Non esiste più l’identità dell’uomo al tavolo ma ciò che da lui è giocato. Il tempo giocato assume il ritmo del mondo del lavoro ed ecco perdere la sua valenza liberatrice.

Il gioco d’azzardo patologico (conosciuto come azzardopatia o genericamente ludopatia), è un termine che stiamo cominciando a sentire un po’ troppo frequentemente. E’ un disturbo o meglio una malattia comportamentale rientrante nella categoria dei disturbi degli impulsi incontrollati. Il giocatore dipendente vive l’eccitazione del rischio, tanto più forte quanto più è alta la posta. Il giocatore patologico sa come funziona il mondo del gioco d’azzardo, ma non riesce a fermarsi, sia stia vincendo o perdendo. Sembra quasi che il malato di azzardopatia non giochi per vincere, ma per perdere.

Quando inizia la ludopatia e cosa la determina?

Il gioco d’azzardo compulsivo comincia tipicamente negli anni della tarda adolescenza e progredisce nel tempo. Fattori scatenanti sono: frequenti sollecitazioni di gioco o nella vita stessa, periodi di stress, solitudine, impotenza e depressione ma anche felicità, bassa autostima o sviluppato egocentrismo. Con il passar del tempo ha bisogno di giocare somme sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato. Il soggetto compulsivo, nei momenti di pausa ludica è continuamente intento a rivivere esperienze trascorse, a pianificare le prossime mosse ed escogitare modi per procurarsi il denaro per giocare.

Gioco d’azzardo e suicidio: la colpa è anche della crisi economica?

La crescita della patologia, siglata con il termine GAP, è aumentata con la crisi economica che il nostro Paese sta attraversando, si tenta la sorte, il colpo che può cambiare la vita. Nelle statistiche a rincorrere la Dea Bendata, a cercare il colpo magico ci sono tutti, giovani, anziani, uomini e donne, disoccupati e lavoratori.

Tentare la fortuna però svuota le tasche degli italiani e riempie quelle dello Stato. Aumentano le pubblicità, i bar e le tabaccherie che vendono i biglietti della fortuna: lo definirei un gioco d’azzardo legalizzato.

Definita la dipendenza senza sostanza, riduce il giocatore a isolarsi da tutto, dalla famiglia, dagli amici e dagli impegni lavorativi. Nasconde il suo problema, è un bravo attore, infatti, molte volte non presenta stigmate che lo rendono riconoscibile. Il giocatore compulsivo non chiede aiuto e per lui affrontare le emozioni scaturite dallo stress del gioco malato, può diventare travolgente. Per alcuni il suicidio sembra essere una soluzione, forse l’unica.

Lo Stato guadagna dal gioco d’azzardo?

Un tempo, quando fu legalizzato il gioco del lotto nel neonato Regno d’Italia, Camillo Benso conte di Cavour lo definì una “tassa sugli imbecilli”, affermava che era l’unica forma di tassa volontaria. Oggi queste entrate sono diventate preziose per abbattere il rapporto tra deficit pubblico e PIL, purtroppo.

Si può uscire dal gioco d’azzardo patologico?

Si può smettere di giocare a impulso? Uno dei metodi consiste nel trovare un modo alternativo per gestire queste sensazioni negative. La prima più importante è ammettere di avere un problema e di cercare aiuto nella famiglia e nella terapia non solo farmacologica ma psicoterapeutica riportando il pensiero dominante a una cognizione più vicina alla normalità.

Scriveva Jean de La Bruyer (scrittore e moralista francese) nella seconda metà del 600: “Un gioco spaventoso, senza ritegno né limiti, in cui si punta alla totale rovina dell’avversario, estenuati dall’avarizia, in cui si espone sopra una carta o all’alea di un dado tutto il proprio patrimonio, quello della moglie e dei figli…”. La vita non è un gioco ma è in gioco la nostra vita.


2 Commenti

  1. Ludopatia compulsiva è una delle varie malattie riconosiute esser figlie della società contemporanea. Quali ad es. anche lo shopping compulsivo o la molto simile dipendenza da video giochi. Un ordinamento più serio dovrebbe tutelare i potenziali ammalati, non favorendone maggior diffusione. E non si tratta di non pubblicizzare giochi, bensì di non dover ipocriticamente guadagnare con il favorire rovina di svariate persone. Magari poi sovvenzionando in parte programmi di recupero: “ti rovino e poi ti aiuto un po’? è così ripulita minimamente, la coscienza di chi lo fa?”

    1. La ringrazio per i suo riscontro. Si, è una patologia della società moderna in cui bisogna intervenire culturalmente e socialmente.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA