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Come calcolare pensione Inps

18 settembre 2018 | Autore:


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Come si calcola il trattamento pensionistico: sistema contributivo, retributivo e misto, maggiorazioni, particolarità dipendenti pubblici.

Si può conoscere la pensione a partire dall’ultimo stipendio? Molti anni fa, per alcune categorie di dipendenti, come i lavoratori pubblici, era possibile calcolare la pensione dall’ultimo stipendio. Nel corso del tempo, però, il calcolo della pensione è notevolmente cambiato: oggi è praticamente impossibile quantificare l’importo del trattamento mensile sulla sola base dell’ultima retribuzione. Per determinare l’importo della pensione bisogna infatti effettuare delle valutazioni accurate basate sull’estratto conto Inps, o Inpdap, o sull’estratto contributivo dell’eventuale differente fondo a cui si è iscritti (o su estratti conto contributivi differenti, nel caso in cui si possieda contribuzione versata presso gestioni previdenziali diverse e non ricongiunta). Per determinare l’importo della pensione, poi, bisogna considerare che il sistema di calcolo da applicare cambia a seconda della categoria del lavoratore, del fondo a cui è iscritto e della sua anzianità contributiva e assicurativa. I calcoli possono cambiare, inoltre, se si richiede una pensione agevolata che può comportare delle penalizzazioni, o se ci si trova in una situazione particolare (invalidità, servizio disagiato…) che comporta l’applicazione di maggiorazioni o, ancora, se si vogliono riunire, attraverso cumulo, ricongiunzione o totalizzazione, contributi accreditati in casse diverse. Insomma, determinare l’importo della pensione è un’operazione realmente complessa, che non può essere automatizzata, come certi siti web lasciano intendere, ma che invece richiede, nella maggior parte dei casi, uno studio preventivo della situazione previdenziale personale. Vediamo allora, nel dettaglio, come calcolare la pensione Inps e la pensione presso le gestioni previdenziali che fanno capo all’Inps, come l’ex Inpdap.

Quali sono i sistemi di calcolo della pensione?

Bisogna innanzitutto sapere che il metodo di calcolo della pensione non è unico, ma dipende dall’anzianità contributiva e dalla gestione di appartenenza. Presso la generalità dei fondi facenti capo all’Inps, il sistema di calcolo è:

  • retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo (in base a quanto stabilito dalla legge Fornero [1]), per chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (in questi casi si parla di calcolo misto);
  • integralmente contributivo per chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995, o per chi, pur possedendoli, opta per il calcolo contributivo (si devono possedere particolari requisiti per aderire all’opzione contributiva, che solitamente non è, comunque, conveniente), o effettua la totalizzazione dei contributi posseduti in casse diverse, o si pensiona con l’opzione donna.

I sistemi di calcolo sono invece differenti per gli iscritti alle casse dei liberi professionisti; anche all’interno delle varie gestioni Inps, ad ogni modo, le modalità di determinazione della pensione possono cambiare, specie per quanto riguarda le quote calcolate col metodo retributivo.

In particolari casi, ad esempio per gli aventi diritto alla pensione d’inabilità, sono applicate delle maggiorazioni nel calcolo della pensione; in altri casi, come per chi richiede l’anticipo pensionistico Ape, sono invece applicate delle penalizzazioni.

Come si calcola la pensione col retributivo?

Il calcolo retributivo della pensione si si basa sugli ultimi stipendi percepiti ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che per la generalità dei dipendenti del settore privato iscritti all’Inps si basa sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane di contributi possedute al 31 dicembre1992; Per i dipendenti pubblici statali si basa sulle voci fisse e continuative dell’ultimo stipendio moltiplicate per 12, per i dipendenti degli enti locali, iscritti alle ex casse di previdenza amministrate dal tesoro (Cpdel, Cps, Cpi e Cpug), la retribuzione pensionabile è costituita dalle voci dell’ultimo stipendio che hanno caratteristiche di fissità e continuità moltiplicate per 13 mensilità;
  • la quota B, che si basa sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane possedute al 31 dicembre 2011.

Come si calcola la quota A retributiva della pensione?

In particolare, per il calcolo della Quota A si deve procedere in questo modo, nella generalità delle gestioni Inps:

  • la retribuzione degli ultimi 5 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria; in pratica, gli stipendi degli ultimi 5 anni precedenti alla pensione vanno rivalutati singolarmente (anno per anno) secondo un apposito indice;
  • gli stipendi rivalutati vanno poi sommati;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 5 anni deve poi essere divisa per 260 (o per il minor periodo, nel caso in cui le annualità precedenti al 31 dicembre 1992 siano meno di 5): si ottiene così la retribuzione media settimanale (Rms);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute al 31 dicembre 1992 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale;
  • si ottiene così la Quota A di pensione.

Per gli statali, iscritti alla Cassa Stato (ex Inpdap), la retribuzione pensionabile non è costituita dalla media degli ultimi stipendi, ma dalle voci retributive percepite nell’ultimo mese di servizio moltiplicate per 12 mensilità. Le voci pensionabili in Quota A, cioè le voci che possono essere valutate nella Quota A ai fini della pensione, devono essere tassativamente previste dalla legge.

Inoltre, alcune voci dello stipendio possono essere maggiorate del 18%, come lo stipendio tabellare, la retribuzione individuale di anzianità e la vacanza contrattuale, mentre altre, come l’indennità integrativa speciale, non godono di questa maggiorazione. Le voci differenti, definite accessorie, restano fuori dalla base pensionabile.

La base pensionabile cambia ancora per i dipendenti iscritti alle ex casse di previdenza amministrate dal tesoro (Cpdel, Cps, Cpi e Cpug), come i dipendenti degli enti locali: la retribuzione pensionabile è difatti costituita dalle voci dello stipendio che hanno caratteristiche di fissità e continuità.

In pratica, per determinare la base pensionabile si devono moltiplicare le voci fisse e continuative percepite nell’ultimo mese di servizio (come risultano dall’ultima busta paga) per 13 mensilità, senza includere le voci accessorie.

Come si calcola la quota B retributiva della pensione?

Il calcolo della Quota B si effettua invece in questo modo, nella generalità delle gestioni Inps:

  • la retribuzione degli ultimi 10 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 10 anni deve poi essere divisa per 520 (o per il minor periodo): si ottiene così la retribuzione media settimanale (Rms);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 2011 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale;
  • si ottiene così la Quota B di pensione.

Come si calcola la pensione col metodo retributivo veloce?

Un metodo più veloce ed approssimativo per il calcolo retributivo consiste nell’individuare la retribuzione media pensionabile degli ultimi anni di retribuzione (rivalutati) e nel moltiplicarla per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta è moltiplicata per il numero di anni di contribuzione rientranti nel sistema di calcolo retributivo. Tuttavia, questo sistema non è attendibile per chi ha una retribuzione media pensionabile elevata, in quanto vanno applicati dei tetti di rendimento. Inoltre, il rendimento varia a seconda del fondo di appartenenza.

Qual è il rendimento nel calcolo retributivo della pensione?

Come abbiamo appena osservato, il rendimento, nel calcolo retributivo, è pari approssimativamente al 2%, salvo il caso in cui si superino determinati limiti di retribuzione.

Ai dipendenti pubblici non si applicano tetti retributivi: in buona sostanza, l’aliquota resta la stessa a prescindere dall’ammontare della retribuzione, ma le aliquote di rendimento sono diverse rispetto a quelle applicate alla generalità degli iscritti Inps.

Nel dettaglio, ai dipendenti delle amministrazioni statali è riconosciuto un rendimento del 35% sino al 15° anno di servizio (in pratica, il 2,33% annuo), ed un rendimento aggiuntivo dell’1,8% per ogni anno di servizio successivo al 15°.Il rendimento massimo a cui si può arrivare è pari all’80% della media della retribuzione pensionabile.

Gli appartenenti al comparto difesa e sicurezza, invece, se l’anzianità utile a pensione è compresa tra 15 e 20 anni, hanno diritto ad una pensione su base retributiva pari al 44% della base pensionabile. Le aliquote di rendimento sono pari al 3,6% dal 21° anno di contribuzione, per ogni anno di anzianità sino al 31 dicembre 1997; dal 1998 le aliquote sono state abbassate al 2%.

Si possono inoltre cumulare, in aggiunta alla base pensionabile, sei aumenti periodici.

Per gli appartenenti al comparto enti locali le aliquote di rendimento sono, invece, quelle contenute nella tabella allegata alla legge sui miglioramenti ai trattamenti di quiescenza dei dipendenti pubblici [2]; i rendimenti sono però stati ridotti al 2% annuo per le anzianità di servizio successive al 1° gennaio 1995.

Come funziona il calcolo contributivo della pensione?

Per quanto riguarda il calcolo contributivo della pensione, sono coinvolti i periodi:

  • a partire dal 1° gennaio 1996, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (cioè ai contribuenti che applicano il metodo misto);
  • a partire dal 1° gennaio 2012, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (cioè a chi era soggetto al solo calcolo retributivo);
  • a partire dal versamento del 1° contributo, per chi non ha anzianità contributiva al 31 dicembre 1995.

È calcolata col contributivo tutta la contribuzione posseduta, invece, per chi si avvale dell’opzione Donna, dell’opzione contributiva Dini, del computo nella gestione Separata o della totalizzazione dei contributi; potrebbe essere interamente ricalcolata col sistema contributivo anche la nuova pensione Quota 100, che dovrebbe diventare operativa nel 2019.

Il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Anche il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995;
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla Quota B, bisogna innanzitutto:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (il 33% è l’aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva prevista dall’Inps per le altre categorie di lavoratori;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Come funziona il ricalcolo contributivo?

Per determinare la Quota A della pensione (cioè la quota sino al 31 dicembre 1995, che nella generalità dei casi è calcolata col sistema retributivo), in caso di opzione per il sistema contributivo, computo nella gestione Separata o totalizzazione, il procedimento è piuttosto complicato, e cambia a seconda della gestione previdenziale di appartenenza.

Il complesso meccanismo dovrebbe risultare più semplice spiegato in questo modo (il procedimento esposto può essere applicato alla generalità dei dipendenti del settore privato; ci sono delle piccole differenze per i dipendenti pubblici):

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della Quota A e della Quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

Quali sono i coefficienti di trasformazione del calcolo contributivo della pensione?

Di seguito, i coefficienti di trasformazione aggiornati, che trasformano la somma dei contributi rivalutati in pensione, validi sino al 31 dicembre 2018:

  • se ci pensiona a 57 anni il coefficiente è pari a: 4,246%
  • se ci pensiona a 58 anni: 4,354%
  • 59: 4,468%
  • 60: 4,589%
  • 61: 4,719%
  • 62: 4,856%
  • 63: 5,002%
  • 64: 5,159%
  • 65: 5,326%
  • 66: 5,506%
  • 67: 5,700%
  • 68: 5,910%
  • 69: 6,135%
  • 70: 6,378%

Ecco invece i coefficienti che saranno validi dal 2019:

  • se ci pensiona a 57 anni il coefficiente sarà pari al 4,2%
  • se ci pensiona a 58 anni: 4,304%
  • 59: 4,414%
  • 60: 4,532%
  • 61: 4,657%
  • 62: 4,79%
  • 63: 4,932%
  • 64: 5,083%
  • 65: 5,245%
  • 66: 5,419%
  • 67: 5,604%
  • 68: 5,804%
  • 69: 6,021%
  • 70: 6,257%

Quando l’età, alla data del pensionamento, non corrisponde a “cifra tonda” (ad esempio, 57 anni e 6 mesi), sono aggiunte al coefficiente le relative frazioni di anno.

Come si calcola la pensione col contributivo: esempio

Facciamo un breve esempio pratico per capire bene come funziona il calcolo contributivo della pensione: ipotizziamo che Mario, con un montante contributivo, già rivalutato, pari a 350mila euro, si pensioni a 63 anni e 7 mesi nel 2018, utilizzando il calcolo integralmente contributivo.

Per calcolare il coefficiente di trasformazione di un lavoratore che si pensiona a 63 anni e 7 mesi, dobbiamo innanzitutto svolgere i seguenti passaggi:

  • 5,159 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 64 anni) meno 5,002 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 63 anni) = 0,157;
  • dobbiamo poi dividere tale risultato per 12 mesi, ottenendo 0,01308 circa. Moltiplichiamo il nuovo risultato per le frazioni di anno, in questo caso 7 mesi, ed otteniamo 0,09158, arrotondando;
  • a questo punto, dobbiamo sommare quanto ottenuto al coefficiente vigente per chi si pensiona a 63 anni, arrivando così al coefficiente esatto per chi si pensiona a 63 anni ed 7 mesi, ovvero 5,09358;
  • applicando il coefficiente al montante contributivo, si ottiene la pensione annuale: dobbiamo dunque moltiplicare 350.000 per 5,09358%, ed otteniamo 17.827,53;
  • dividendo per 13 l’importo annuale, si giunge all’assegno mensile: la pensione lorda è dunque pari a 1.371,35 euro.

Come si calcola la pensione nelle casse dei liberi professionisti?

Presso le gestioni previdenziali dei liberi professionisti, i sistemi di calcolo applicati sono simili a quelli applicati presso le gestioni Inps, ma presentano delle non trascurabili differenze.

Presso la cassa dottori commercialisti (Cnpadc) e la cassa ragionieri (Cnpr), ad esempio, si applica il sistema reddituale (differente dal sistema retributivo Inps) sino al 2003, poi il contributivo; il calcolo interamente contributivo si applica per la pensione di anzianità, oppure in caso di totalizzazione, se non si raggiunge un autonomo diritto alla pensione di vecchiaia.

La cassa degli avvocati (Cassa Forense) suddivide la quota principale della pensione in quattro quote, o proquote: nell’ultima quota il calcolo della pensione si basa sulla media dei redditi professionali (entro la soglia massima pensionabile), escluso l’ultimo (i redditi sono rivalutati per l’indice Foi dell’Istat), moltiplicata per il coefficiente 1,40% e per il numero di anni di contribuzione alla cassa.

Ad esempio, se la media dei redditi professionali, escluso l’ultimo, è pari a 30mila euro e l’interessato possiede 33 anni di contributi, la pensione ammonta a 13.860 euro annui (10.66,15 euro per 13 mensilità).

Anche la Cassa Forense prevede, in alcuni casi, il calcolo interamente contributivo, ad esempio per la pensione di vecchiaia contributiva, ottenuta dall’iscritto con un numero minore di anni di contributi rispetto a quelli richiesti per la pensione di vecchiaia ordinaria.

Le casse possono applicare al calcolo contributivo della pensione dei coefficienti di rivalutazione e di trasformazione più favorevoli rispetto a quelli utilizzati dall’Inps: questo dipende da quanto stabilito nel regolamento di previdenza dei singoli enti.

Come si calcola la pensione d’inabilità?

Mentre l’assegno ordinario d’invalidità, che spetta a chi possiede almeno 5 anni di contributi e una riduzione della capacità lavorativa superiore ai due terzi, si calcola allo stesso modo della pensione, la determinazione del trattamento cambia se è riconosciuta la pensione per inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa: il lavoratore ha infatti diritto al calcolo di una maggiorazione, quantificata col sistema contributivo, sino al compimento del 60° anno di età e, comunque, sino a raggiungere un massimo di 40 anni di contributi.

Nel dettaglio, l’anzianità contributiva maturata viene incrementata virtualmente (nel limite massimo di 2080 contributi settimanali, pari a 40 anni) dal numero di settimane che intercorrono tra la decorrenza della pensione di inabilità e il compimento dei 60 anni di età.

I contributi sono calcolati prendendo a base le medie contributive pensionabili possedute negli ultimi 5 anni e rivalutate ai sensi della Legge Amato. In pratica, si devono:

  • rivalutare le ultime 260 settimane di retribuzione (reddito o stipendio) prima del pensionamento, o il minor numero esistente, per i coefficienti di rivalutazione della Quota B della pensione;
  • sommare queste ultime 260 settimane di retribuzione rivalutate;
  • moltiplicare il risultato per l’aliquota di computo della gestione (pari al 33% del reddito prodotto per i lavoratori dipendenti);
  • dividere questo risultato per 260 settimane;
  • si ottiene così la media contributiva settimanale rivalutata dell’ultimo quinquennio lavorato;
  • la media contributiva settimanale rivalutata deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane intercorrenti tra la data di decorrenza della pensione di inabilità e il raggiungimento dei 60 anni di età;
  • si determina così la quota di maggiorazione riferita al periodo mancante al raggiungimento del sessantesimo anno di età, da aggiungere al montante individuale, cioè alla somma dei contributi dell’interessato;
  • in ogni caso non può essere calcolata un’anzianità contributiva complessiva superiore a 2080 settimane (40 anni).

Il coefficiente di trasformazione, cioè la cifra, espressa in percentuale, che trasforma la somma dei contributi (montante contributivo) in pensione, come per gli assegni di invalidità, deve essere quello relativo a 57 anni di età per chi si pensiona con un’età inferiore.

Come si calcola la pensione d’inabilità per i dipendenti pubblici?

Il procedimento di calcolo della maggiorazione per inabilità che si deve applicare ai dipendenti pubblici inabili (nel caso di inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa, non nel caso d’inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro: per queste due pensioni non sono dovute maggiorazioni) corrisponde a quello appena osservato in relazione alla generalità dei lavoratori.

Tuttavia, il beneficio derivante viene limitato da un doppio calcolo, o doppio tetto: non può difatti superare:

  • l’80% della base pensionabile delle quote di pensione determinate con il sistema retributivo (Quota A e Quota B di pensione per i lavoratori in possesso di anzianità contributiva al 31.12.1995);
  • l’importo della pensione privilegiata che sarebbe spettata al dipendente in caso di infermità riconosciuta dipendente da causa di servizio (questo requisito, però, non appare più verificabile in quanto la Legge Fornero ha abolito la pensione privilegiata, che resta solo per i dipendenti del comparto difesa, sicurezza e soccorso).

Come si calcolano le maggiorazioni dei contributi?

Alcuni lavoratori appartenenti a categorie tutelate, come gli invalidi, oppure chi ha svolto particolari tipologie di servizio, hanno diritto al riconoscimento di maggiori periodi di lavoro, ai fini della pensione: si tratta delle maggiorazioni dei contributi. Per saperne di più: Maggiorazioni dei contributi.

Come si calcola la pensione minima?

In alcuni casi, i pensionati presso i fondi Inps hanno diritto dell’integrazione della pensione bassa sino a un determinato importo, il cosiddetto trattamento minimo Inps. Per il 2018, il trattamento minimo ammonta a 507,42 euro mensili: in buona sostanza, se si possiede una pensione più bassa di questa cifra, e un reddito, personale e familiare, non superiore a determinati limiti, si ha diritto all’integrazione al minimo.

Non tutte le pensioni sotto la soglia minima possono essere, però, integrate, perché per alcuni trattamenti l’integrazione al minimo è esclusa. Per sapere come calcolare le integrazioni: Come funziona il trattamento minimo.

La situazione potrebbe cambiare dal 2019, in quanto tutte le pensioni dovrebbero essere integrate al minimo di 780 euro, grazie al reddito di cittadinanza.

Come si calcolano le maggiorazioni della pensione?

Chi ha compiuto 60 anni può aver diritto, a determinate condizioni, alla maggiorazione sociale della pensione.

La maggiorazione sociale, per l’anno 2018, è pari a:

  • 25,83 euro al mese per coloro che hanno dai 60 ai 64 anni;
  • 82,64 euro al mese per chi ha un’età tra i 65 e i 69 anni.

L’incremento della maggiorazione sociale, il cosiddetto incremento al milione, spetta invece a chi ha compiuto almeno 70 anni e consente di arrivare a una prestazione mensile sino a 643,86 euro (per l’anno 2018).

L’incremento al milione, comprensivo della eventuale maggiorazione sociale, non può superare l’importo mensile determinato dalla differenza fra l’importo di 643,86 euro (per l’anno 2018) e l’importo del trattamento minimo, o della pensione sociale o, ancora, dell’assegno sociale. Per approfondire: Maggiorazione sociale e incremento al milione.

Come si calcolano le penalizzazioni della pensione?

Sino a pochi anni fa, erano previste delle penalizzazioni, nel calcolo della pensione, per chi accedeva alla pensione anticipata prima dei 62 anni di età. Ad oggi, le penalizzazioni esistenti riguardano chi richiede l’anticipo pensionistico volontario a 63 anni, o Ape volontario: l’anticipo, infatti, è ottenuto grazie a un prestito bancario, la cui restituzione determina delle rate che tagliano la pensione. Per sapere a quanto ammontano le penalizzazioni Ape: Ape volontario, come si calcola la pensione.

Oltre a quanto esposto in merito all’Ape, ulteriori penalizzazioni potrebbero essere introdotte a breve dalla nuova legge sul taglio delle pensioni d’oro: ad essere ridotte sarebbero, in particolare, le pensioni sopra i 4mila euro, ma soltanto per chi si è pensionato prima del compimento dell’età per il trattamento di vecchiaia.

Come si calcola la pensione con la ricongiunzione?

Se si possiedono contributi in casse diverse, e li si vuole riunire in un solo fondo per ottenere un’unica pensione, si devono ricongiungere i contributi. La ricongiunzione dei contributi consente infatti di riunire tutta la contribuzione accreditata in gestioni previdenziali differenti in un’unica cassa.

Questo consente di ottenere, nella generalità dei casi, una pensione più elevata: fanno eccezione le ipotesi in cui vi sia una quota retributiva della pensione ed i periodi ricongiunti, risultando con un reddito imponibile esiguo, abbassino la retribuzione pensionabile.

Per calcolare il costo della ricongiunzione, per quanto riguarda i periodi soggetti al sistema retributivo, è necessario effettuare un primo calcolo della pensione considerando i soli contributi presenti nella gestione di destinazione, poi un secondo calcolo della pensione considerando tutti i contributi dell’interessato, come se risultassero accreditati nel fondo prescelto.

Bisogna poi fare la differenza tra i due calcoli per ottenere l’ammontare del beneficio conseguito. Una volta determinato il beneficio, questo si deve moltiplicare per un apposito coefficiente che cambia in relazione all’età, al sesso e all’anzianità contributiva del lavoratore: si ottiene, così, la riserva matematica.

Dalla riserva matematica si devono sottrarre i contributi trasferiti nella gestione di destinazione, rivalutati al tasso composito del 4,50% annuo. Infine, se la ricongiunzione è effettuata dall’Inps verso l’Inpdap (o viceversa), l’onere così ottenuto deve essere diviso per due; il costo della ricongiunzione può essere liquidato in un’unica soluzione o rateizzato, con l’applicazione degli interessi.

Per quanto concerne i contributi da ricongiungere soggetti al calcolo contributivo, la determinazione dell’onere di ricongiunzione è più semplice. Bisogna infatti:

  • prendere come riferimento la retribuzione pensionabile degli ultimi 12 mesi;
  • moltiplicare la retribuzione per gli anni da ricongiungere e per l’aliquota contributiva (33% per la generalità dei lavoratori dipendenti);
  • sottrarre dall’onere così ottenuto i contributi da trasferire.

Il costo della ricongiunzione, in ogni caso, come la contribuzione obbligatoria, è considerato un onere deducibile: diminuisce, cioè, il reddito da sottoporre a tassazione (reddito imponibile Irpef).

Come si calcola il cumulo dei contributi?

Il cumulo dei contributi consiste nella possibilità di sommare gratuitamente la contribuzione presente in casse diverse, comprese quelle dei liberi professionisti, per raggiungere la pensione. Ai fini dell’ammontare del trattamento, però, ogni gestione liquida la propria quota indipendentemente, quindi il cumulo non consente, generalmente, di ottenere una pensione più alta: fanno eccezione i casi in cui la contribuzione non cumulata non può dar luogo a un’autonoma pensione o a una pensione supplementare. In queste ipotesi, il cumulo permette senz’altro di ottenere una pensione più elevata in quanto, senza questa possibilità, i contributi non cumulati andrebbero persi.

Il cumulo permette, poi, di ottenere una pensione più elevata nei casi in cui, grazie ai contributi sommati, l’interessato raggiunga almeno 18 anni di anzianità contributiva alla data del 31 dicembre 1995.

Dobbiamo a questo proposito osservare che la legge istitutiva del cumulo [3] stabilisce, ai fini dell’anzianità contributiva per il diritto al calcolo retributivo o misto della pensione, che debbano essere considerati tutti i contributi posseduti dall’interessato nelle diverse gestioni previdenziali. In pratica, se il lavoratore possiede, anteriormente al 31 dicembre 1995, almeno 18 anni di contributi tra tutte le gestioni a cui è o è stato iscritto, ha comunque diritto al calcolo retributivo della pensione sino al 31 dicembre 2011.

Tuttavia, l’Inps, con un’importante circolare [4], ha affermato che quanto stabilito dalla legge sul cumulo non è applicabile alla contribuzione presente nelle casse dei liberi professionisti: la normativa istitutiva del cumulo, difatti, nello stabilire il diritto al calcolo retributivo si riferirebbe alle sole gestioni facenti capo all’Inps (quindi assicurazione generale obbligatoria, gestioni sostitutive ed esclusive della medesima e gestione Separata). Quanto chiarito dall’Inps è sicuramente contestabile, se consideriamo che la legge istitutiva del cumulo, così come modificata dalla legge di Bilancio 2017, comprende anche le casse professionali, quindi dovrebbero essere incluse anche queste casse nel computo dei 18 anni di contribuzione ai fini del passaggio dal calcolo misto al retributivo; ad oggi, però, resta l’unico riferimento esistente.

Come si calcola la totalizzazione dei contributi?

Anche la totalizzazione dei contributi [5], come il cumulo, consiste nella possibilità di sommare gratuitamente la contribuzione presente in casse diverse, comprese quelle dei liberi professionisti, ai fini del diritto alla pensione. Ai fini della misura della pensione, però, ogni gestione liquida la propria quota indipendentemente, con il ricalcolo contributivo della prestazione, salvo che l’interessato non raggiunga il diritto alla pensione presso una o più gestioni. Pertanto, la totalizzazione non consente, generalmente, di ottenere una pensione più alta: fanno eccezione i casi in cui la contribuzione non cumulata non può dar luogo a un’autonoma pensione o a una pensione supplementare, come già osservato per il cumulo. In queste ipotesi, la totalizzazione permette senz’altro di ottenere una pensione più elevata in quanto, senza la possibilità di essere sommati, i contributi non cumulati andrebbero persi.

La totalizzazione consente poi di ottenere una pensione migliore nei rari casi in cui il calcolo contributivo della prestazione risulti più elevato del retributivo: si tratta delle situazioni in cui il reddito pensionabile degli ultimi anni risulta notevolmente più basso.

Come si calcola il riscatto dei contributi?

Per ottenere la pensione prima, o per alzarne l’importo, è possibile riscattare determinati periodi per i quali non risultano versati i contributi.

In particolare è possibile effettuare il riscatto, a titolo oneroso, se non già coperti da contributi figurativi, dei periodi di:

  • aspettativa non retribuita
  • disoccupazione
  • lavoro part time
  • formazione professionale, studio, ricerca
  • lavoro all’estero
  • astensione facoltativa per maternità
  • intervalli tra lavori stagionali, temporanei, part time e discontinui
  • servizio civile.

È inoltre possibile riscattare i periodi per i quali, nonostante l’esistenza di un rapporto di lavoro, i contributi non risultano versati: si tratta della cosiddetta costituzione di rendita vitalizia.

I costi del riscatto vanno calcolati allo stesso modo degli oneri di ricongiunzione. Come per la ricongiunzione, l’operazione di riscatto è conveniente in termini finanziari: le somme pagate, infatti, sono considerate oneri deducibili e quindi vanno ad abbattere il reddito imponibile Irpef.

Come si calcola la pensione supplementare?

La pensione supplementare è una prestazione che si ottiene quando il lavoratore possiede contributi versati in più casse, non abbia potuto accedere al cumulo, alla totalizzazione o alla ricongiunzione, e non abbia diritto ad un’autonoma pensione in una o più gestioni. L’Inps, in questi casi, liquida una prestazione, detta appunto pensione supplementare, che si aggiunge alla pensione principale in pagamento.

Non sempre, però, si ha diritto alla pensione supplementare: il diritto alla prestazione dipende sia dalla gestione in cui è liquidata la pensione principale, sia da quella in cui è liquidata la pensione supplementare.

La gestione più “generosa”, in questo senso, è la gestione Separata Inps, che liquida la pensione supplementare a prescindere dal fondo che liquida la pensione principale.

Come si calcola il supplemento di pensione?

Non deve essere confuso con la pensione supplementare il supplemento di pensione: si tratta di un’aggiunta alla pensione, proporzionata all’ammontare della contribuzione ulteriore, riconosciuta quando il pensionato continua l’attività lavorativa precedente, o ne inizia una nuova, per la quale sia obbligato a versare i contributi.

Il supplemento può essere richiesto dopo 5 anni dalla data di decorrenza della pensione o di un precedente supplemento. Se, però, l’interessato abbia già compiuto l’età per la pensione di vecchiaia, può richiedere il supplemento dopo 2 anni, ma per una sola volta.

Il supplemento può essere richiesto anche da chi percepisce la pensione a carico del Fpld (Fondo pensione lavoratori dipendenti), qualora, dopo aver cessato il rapporto da lavoro dipendente, abbia iniziato un’attività autonoma per la quale è obbligato al versamento dei contributi.

Il supplemento di pensione è calcolato con gli stessi criteri previsti per le pensioni, prendendo in considerazione retribuzione e contributi accreditati tra la data di decorrenza del trattamento, o del precedente supplemento, e quella del supplemento da liquidare.

Il supplemento non ha limiti d’importo, e si somma anche alla pensione liquidata in base all’anzianità contributiva massima; se, però, il trattamento preesistente è integrato al minimo, e, sommando la pensione non integrata ed il supplemento, questo viene interamente assorbito, la pensione rimane ferma al trattamento minimo; se è superiore, l’incremento della prestazione risulterà pari alla differenza tra il supplemento e l’integrazione.

note

[1] Dl 201/2011.

[2] L.965/1965.

[3] Art.239 e ss., L.228/2012.

[4] Inps Circ. n. 140/2017.

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1 Commento

  1. ho 68 anni. 30 anni di contributi alla cassa forense. sono 31, ma loro dicono 30. diversi spezzoni di pensionamento, forse tre anni, forse due. dal 1985-1986. 1988-90.
    con il cumulo, quanto mi spetta. se abolita la fornero, si ritorna indietro a prima del 2013

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