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Residenza: a cosa serve?

16 Agosto 2018 | Autore:
Residenza: a cosa serve?

Quali benefici quando si registra in Comune il luogo di dimora abituale: dal diritto al voto a quello di poter lavorare o avere assistenza sanitaria.

Il diritto italiano dice che la residenza anagrafica è il luogo in cui un cittadino ha la sua dimora abituale [1]. Non va confusa con la dimora, cioè con il posto in cui una persona si trova occasionalmente e che ha un valore giuridico solo in assenza della residenza, e nemmeno con il domicilio, cioè con il luogo in cui si ha la sede di affari o interessi. Ma a cosa serve la residenza? Resta una semplice pratica burocratica oppure concede qualche diritto? È solo un indirizzo per agevolare il lavoro del postino o del Fisco quando devono cercare un cittadino?

Bisogna premettere che la residenza è un diritto e un dovere. L’Anagrafe comunale, cioè l’ufficio presso il quale va chiesta e registrata la residenza, non può opporsi a tale richiesta in quanto risponde ad un diritto soggettivo della persona e non ad un diritto concessorio. Ma, appunto, è anche un dovere perché chi cambia la residenza e non comunica il trasferimento al Comune non è opponibile a chi non ne è a conoscenza in buona fede. Si prende, insomma, le sue responsabilità quando, ad esempio, all’indirizzo che risulta all’Anagrafe arriva una raccomandata con una multa o con una cartella esattoriale e non le ritira. La notifica risulterà valida anche se l’immobile è vuoto da tempo ma non è stato denunciato il cambio di dimora abituale.

Avere la residenza significa, ad esempio, avere il diritto di voto, il diritto di lavorare o il diritto all’assistenza sanitaria: non potresti recarti alle urne ma nemmeno iscriverti ad un centro per l’impiego o aprire una partita Iva per guadagnarti da vivere in modo legale, cioè non in nero, oppure andare dal medico. Ecco, tra le altre cose che ora vediamo, a che serve la residenza.

Il diritto alla residenza

Tutti i cittadini, dunque, hanno diritto alla residenza che, secondo la giurisprudenza, si basa su due elementi:

  • la permanenza in certo luogo (l’elemento oggettivo);
  • la volontarietà di restare in quel luogo (l’elemento soggettivo).

Queste due circostanze, secondo la Cassazione [2] determinano il diritto soggettivo alla residenza. Ne consegue, come dicevamo poco fa, che la Pubblica amministrazione (in questo caso il Comune) non può negare il riconoscimento di questo diritto al cittadino che abbia i requisiti per chiedere la residenza, pena la condanna al risarcimento del danno.

A che serve la residenza

Il cittadino che viene iscritto all’Anagrafe comunale come residente ha diritto ad ottenere i certificati anagrafici e ad accedere ai servizi demografici. Ma c’è di più. Avere la residenza significa anche fissare:

  • la competenza territoriale di un organo giudiziale, ad esempio il tribunale a cui rivolgersi in caso di conflitti o per chiedere l’adozione di un bambino;
  • il luogo in cui devono essere notificati gli atti, ad esempio da parte della Pubblica amministrazione o del Fisco;
  • la città o il paese in cui devono essere fatte le pubblicazioni di matrimonio.

In termini, diciamo così, più «pratici», la residenza serve a:

  • poter avere un contratto di lavoro o avviare un’attività in proprio aprendo una partita Iva;
  • avere il diritto all’uguaglianza formale e sostanziale, come sancito dalla Costituzione [3];
  • avere il diritto al voto: senza la residenza non può essere assegnata una circoscrizione elettorale a cui recarsi per esprimere una preferenza alle elezioni o ai referendum;
  • avere il diritto di vivere nel territorio italiano quando se ne hanno i requisiti;
  • avere il diritto alla salute, all’assistenza sanitaria e alla previdenza sociale: senza la residenza, infatti, non è possibile scegliere un medico o prendere una pensione;
  • avere il diritto alla difesa in caso di controversia: senza la residenza non si può avere, ad esempio, un gratuito patrocinio quando serve un avvocato pagato dallo Stato perché si è in difficoltà economica;
  • avere il diritto alla libertà personale e all’inviolabilità del proprio domicilio.

Residenza: a che serve ai senza tetto?

I diritti che abbiamo appena visto sono facili da concepire per le persone che vogliono avere una residenza dichiarata in Comune. Ma a cosa serve la residenza per chi è senza fissa dimora o senza tetto, cioè per chi si sposta continuamente senza registrare il proprio domicilio e, quindi, rinunciando all’elemento oggettivo della residenza?

Chiariamo, intanto, che queste persone hanno diritto ad avere una residenza per poter difendere i loro diritti civili, come il diritto al voto, e sociali, come l’assistenza sanitaria. I Comuni sono tenuti ad iscriverle all’anagrafe.

Chi è senza fissa dimora, cioè chi si sposta frequentemente da un Comune all’altro, può stabilire la propria residenza in un luogo in cui potrà votare e ricevere assistenza sociale. Per farlo, deve stabilire un indirizzo fittizio, cioè una via che non esiste. Potranno avere in questo modo, oltre ai diritti sopra citati, ottenere anche dei documenti come:

  • la carta d’identità;
  • la tessera sanitaria;
  • il permesso di soggiorno se stranieri.

Il senza tetto, invece, abita in un determinato Comune ma non ha una casa. Può fissare la propria residenza presso il luogo in cui dimora abitualmente (ad esempio, cavalcavia 10 della SS 36) ma anche presso un dormitorio o in un centro di accoglienza.


note

[1] Art. 43 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 1081/1968.

[3] Art. 3 Costituzione italiana.

Autore immagine: isorepublic.com


1 Commento

  1. In un mondo ideale i senza tetto ottengono la residenza fittizia, nella pratica e’ molto difficile e addirittura impossibile per alcuni comuni

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