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Part time quando si va in pensione

16 Agosto 2018 | Autore:
Part time quando si va in pensione

Pensionamento e lavoro a tempo parziale: quanto valgono i contributi di chi presta servizio con orario ridotto, come funziona il part time prima della pensione.

Sei vicino alla data del pensionamento, hai fatto e rifatto i calcoli e sei sicuro di possedere i contributi richiesti, ma l’Inps ha respinto la tua domanda di pensione per mancanza del requisito contributivo? Il problema potrebbe essere dovuto al lavoro part time: se hai prestato servizio con orario ridotto, difatti, e il tempo parziale ha determinato una forte diminuzione dello stipendio, i contributi versati possono essere risultati insufficienti a coprire l’intero anno ai fini del diritto alla pensione. Quando la retribuzione è molto bassa, in effetti, il minimale contributivo, che dà diritto alla copertura di tutte e 52 le settimane dell’anno ai fini pensionistici, viene riproporzionato, in modo da coprire per intero un numero minore di settimane. Il part time prima della pensione, poi, può determinare un calo della quota del trattamento calcolata col sistema retributivo, basata cioè sugli ultimi stipendi: se la retribuzione crolla proprio gli ultimi anni, crolla anche la pensione, a meno che non si rientri tra coloro che beneficiano del part-time agevolato. Per chi non rientra nell’opzione part time, che consente il versamento dei contributi per intero nonostante l’orario ridotto, è comunque possibile, in alcuni casi, neutralizzare i periodi meno favorevoli ai fini della pensione. Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto della situazione sul part time quando si va in pensione.

Come funzionano i minimali contributivi per la pensione?

Il minimale contributivo, o minimale di retribuzione ai fini contributivi, è la paga minima sulla quale vengono calcolati i contributi previdenziali, sotto la quale non si può scendere anche se il lavoratore ha uno stipendio bassissimo: questa retribuzione viene però riproporzionata su base oraria per i dipendenti a tempo parziale.

Il minimale contributivo è dunque la retribuzione minima sulla cui base devono essere calcolati i contributi, cioè i versamenti all’Inps che il datore di lavoro deve effettuare per la prestazione lavorativa svolta dal dipendente. Normalmente il minimale contributivo è stabilito dal contratto collettivo nazionale di lavoro (ccnl): gli accordi di secondo livello e il contratto individuale, difatti, possono stabilire il minimale contributivo solo se l’importo è maggiore di quello indicato nel ccnl.

La legge [1], in ogni caso, prevede un minimale giornaliero inderogabile, sotto il quale nessun minimale contrattuale può scendere. Questo minimale è pari al 9,50% dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione.

Considerando che l’importo del trattamento minimo, per il 2018, ammonta a 507,42 euro mensili, il minimale giornaliero inderogabile è pari a 48,20 euro [2]. Ciò significa che se il contratto collettivo riconosce una retribuzione giornaliera inferiore a questo valore, il datore di lavoro è comunque obbligato a pagare i contributi su un reddito minimo giornaliero di 48,20 euro.

L’obbligo di osservare il minimale contributivo non sussiste se il datore di lavoro versa trattamenti integrativi di prestazioni mutualistiche, d’importo inferiore al limite minimo.

Quanto esposto in merito alla retribuzione minima imponibile ai fini del versamento della contribuzione previdenziale e assistenziale, vale anche per i lavoratori di società ed organismi cooperativi, e per i lavoratori soci delle cooperative sociali e di altre cooperative.

Come funzionano i minimali contributivi per il part time?

Per i lavoratori a tempo parziale non deve essere rispettato il minimale contributivo “intero”, ma questo deve essere riproporzionato su base oraria e sulle giornate lavorative settimanali (di norma 6, 5 per la settimana corta).

Ipotizzando, ad esempio, un orario di 40 ore settimanali su 6 giorni, si deve calcolare il minimale orario in questo modo: 48,20 x 6 /40. Si deve cioè moltiplicare il minimale contributivo giornaliero per le 6 giornate lavorative, e dividerlo per le 40 ore settimanali di lavoro ordinario, per ricavare il minimale orario. Il risultato, pari a 7,23 euro, corrisponde dunque al minimale orario sotto cui il datore non può scendere per il calcolo dei contributi: in pratica, nell’ipotesi osservata i contributi vanno calcolati su una paga pari a 7,23 euro l’ora (per l’anno 2018), anche se la paga oraria risulta più bassa.

Qual è lo stipendio minimo per l’accredito di un anno di contributi?

Il minimale contributivo non deve essere confuso con lo stipendio minimo per l’accredito di un anno intero di contributi presso l’Inps. Questa retribuzione, difatti, corrisponde all’imponibile minimo che serve perché in un anno tutte le 52 settimane siano riconosciute ai fini del diritto alla pensione, ed è pari al 40% del trattamento minimo.

Per il 2018, il valore della retribuzione minima per l’accredito intero dei contributi è pari a 202,968 euro a settimana (507,42 x 40%); in un anno è necessario raggiungere uno stipendio, al lordo dei contributi, di 10.554,34 euro (202,968 x 52). Ciò comporta che i contributi versati (per un lavoratore dipendente, considerando un’aliquota del 33%) debbano corrispondere ad almeno 66,98 euro alla settimana ed a 3.482,93 euro all’anno: in caso contrario, l’annualità non vale per intero ai fini della pensione (come se il lavoratore non avesse prestato la propria attività per tutto l’anno). Il datore di lavoro, infatti, mentre è obbligato al calcolo dei contributi sul minimale, non è obbligato anche al loro calcolo sullo stipendio minimo per l’accredito di un anno di contribuzione.

Se il lavoratore svolge la propria attività a tempo pieno il problema non si pone, perché il rispetto del minimale contributivo giornaliero garantisce sempre l’accredito di una settimana di contributi.

Se il rapporto è part time, invece, considerando che il minimale è su base oraria, può accadere che non si raggiunga l’accredito di un’intera settimana di contributi. La contribuzione utile al diritto alla pensione, in questo caso, viene calcolata in proporzione a quanto versato, e il lavoratore si vedrà riconosciute meno di 52 settimane nell’anno, pur avendo avuto un contratto di una durata pari a 12 mesi.

Il lavoratore può comunque versare i contributi volontari sulle settimane scoperte o procedere al riscatto.

Che cos’è l’opzione part time?

Chi è vicino alla pensione e vuole uscire gradualmente dal lavoro, può richiedere il part time in misura compresa tra il 40% e il 60% (sia con part time verticale, che misto o orizzontale).

Nonostante la riduzione dell’orario, al dipendente sono riconosciuti, a carico dell’Inps, i contributi figurativi sulla retribuzione persa, fino alla maturazione del requisito di età: in pratica, pur lavorando part time, il dipendente ha diritto ai contributi per intero, come se lavorasse full time.

Per di più, è corrisposto al dipendente in busta paga un bonus mensile, pari ai contributi Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti, in pratica ai contributi per la pensione) persi a causa del part time, a carico del datore di lavoro.

Il bonus è esente da contributi e imposte.

Chi può chiedere l’opzione part time?

L’opzione part time, prevista dalla legge di Stabilità 2016, può essere richiesta dai seguenti soggetti:

  • lavoratori dipendenti del settore privato, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago);
  • lavoratori dipendenti del settore privato, iscritti alle forme sostitutive dell’assicurazione generale obbligatoria (ad esempio ex-Enpals, Fondo volo, etc.).

I lavoratori, per richiedere l’opzione part time, devono possedere i seguenti requisiti:

  • avere in corso un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato;
  • maturare entro il 31 dicembre 2018 il diritto alla pensione di vecchiaia, con almeno 20 anni di contributi.

Come si fa la domanda per l’opzione part time?

Per accedere all’agevolazione, il lavoratore interessato deve, innanzitutto, richiedere la certificazione dell’Inps che attesti la sussistenza dei requisiti contributivi e di età (estratto conto certificativo).

Ovviamente, il dipendente deve poi accordarsi col datore di lavoro, in merito alla riduzione dell’orario: raggiunto l’accordo, lavoratore e azienda devono stipulare un regolare contratto di lavoro part time, secondo quanto previsto dal nuovo Testo unico sui contratti di lavoro [2]: gli effetti del nuovo contratto restano, però, sospesi sino alla data di accoglimento della domanda da parte dell’Inps, e decorrono dal primo giorno del periodo di paga mensile successivo alla data di accoglimento.

In seguito, il contratto deve essere sottoposto all’Ispettorato territoriale del lavoro, competente per l’autorizzazione, che deve essere rilasciata entro 5 giorni dalla presentazione della domanda.

A questo punto, l’azienda deve inviare la domanda telematica all’Inps, che provvede ai controlli di congruità rispetto alla copertura finanziaria prevista, e che può eventualmente prenotare le risorse necessarie: l’accoglimento dell’istanza da parte dell’Istituto completa l’iter e dà il via libera alla fruizione delle agevolazioni.

Posso cancellare gli anni di lavoro part time per la pensione?

Bisogna ricordare che, ai fini della pensione, il part time può non solo determinare il raggiungimento tardivo del diritto al trattamento, ma anche un peggioramento dell’assegno, per quanto riguarda le quote calcolate col sistema retributivo (basate sugli ultimi stipendi). Se, però, si possiedono contributi in eccedenza rispetto al minimo necessario per la pensione, gli anni di contributi aggiuntivi, più sfavorevoli, si possono neutralizzare su richiesta, cioè non considerare per il calcolo della pensione, se successivi alla maturazione del diritto. Per saperne di più: Pensione per chi resta al lavoro.


note

[1] L. 208/2015.

[2] D.lgs. 81/2015.


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