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Denuncia per furto al supermercato: quali sono i rischi

15 settembre 2018


Denuncia per furto al supermercato: quali sono i rischi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 settembre 2018



Facevo spesa ad un supermercato dotato di telecamere e vigilanti e riponevo i prodotti senza utilizzare il codice in un’unica borsa per poi passare tutti i codici prima di recarmi alla cassa veloce e dividerli nelle borse. Mentre facevo quest’operazione mi viene data la notizia che mio padre aveva avuto un infarto e così, agitata, passo il codice a barre per uscire,ma vengo fermata dalla sicurezza perché non mi ero resa conto di non aver terminato la lettura dei codici alla cassa. Segue una denuncia ex artt. 624 e 625. Cosa mi aspetta ora? Credo che il totale dei prodotti da pagare fosse sugli 80 euro.

La sicurezza ha denunciato la lettrice per furto aggravato, in quanto oggetto della presunta refurtiva sarebbero beni esposti alla pubblica fede (art. 625, numero 7, cod. pen.), cioè cose facilmente sottraibili. L’art. 625, in particolare, prevede come pena la reclusione da due a sei anni e la multa da 927 a 1.500 euro. Tuttavia, non bisogna farsi impressionare da questi numeri. Il furto è un delitto che presuppone il dolo: in altre parole, significa che può essere incriminato di questo delitto solamente chi si appropria volontariamente dei beni altrui. Nel caso specifico sembra evidente l’assenza di questo presupposto, cioè dell’elemento soggettivo/psicologico. È chiaro, però, che tale carenza debba essere dimostrata: la lettrice potrà farlo, ad esempio, provando la chiamata di suo padre.

Comunque, a seguito della denuncia cominceranno le indagini: la lettrice potrebbe essere chiamata dai carabinieri per essere sentita in presenza del suo avvocato, così come verranno sentiti gli addetti alla sicurezza. Se il magistrato del pubblico ministero riterrà che sussistano i presupposti per un processo a carico della lettrice, quest’ultima verrà rinviata a giudizio davanti al giudice monocratico (senza passare per l’udienza preliminare). Prima della citazione vera e propria, però, verrà notificato alla lettrice l’avviso di cui all’art. 415-bis del codice di procedura penale, cioè un documento con il quale le verrà detto che le indagini sono terminate e che ha facoltà di prendere visione degli atti, di chiedere il prolungamento delle indagini, di produrre memorie difensive e di sottoporsi ad interrogatorio del p.m.

Il processo si svolgerà nel contraddittorio tra le parti: davanti al giudice, cioè, ci sarà il p.m. e l’avvocato della lettrice. Il pubblico ministero dovrà provare la colpevolezza di quest’ultima, mentre dovrà fare il contrario, eventualmente avvalendosi di testimoni e di documenti. Al termine del processo, il giudice deciderà sulla responsabilità della lettrice. Nella peggiore delle ipotesi, la stessa potrà essere condannata a qualche mese di carcere che, ad ogni modo, non sconterà mai: a meno che non abbia precedenti alle spalle, tutte le condanne a pena non superiore ai due anni beneficiano della sospensione condizionale della pena. In poche parole, non accadrà nulla alla lettrice.

Volendo ipotizzare una condanna, si può partire dalla pena base di anni due, ridotta di un terzo per l’attenuante comune della speciale tenuità del danno (art. 62, numero 4, codice penale) a mesi sedici, ridotta di un ulteriore terzo per le attenuanti generiche (art. 62-bis cod. pen.) a poco più di mesi dieci, con beneficio della pena sospesa e della non menzione della sentenza all’interno del certificato penale.

A parere dello scrivente, però, la buona fede della lettrice emergerà nitidamente già durante le indagini, cosicché il pubblico ministero potrà procedere all’archiviazione senza neanche passare per il processo.

Tra l’altro, secondo la Corte di Cassazione (Cassazione penale, sez. V, sentenza 24/03/2017 n° 14538) non può parlarsi di furto consumato quando la cosa mobile non è uscita definitivamente dalla sfera di vigilanza del soggetto passivo: nel caso di specie, al momento dell’apprensione materiale della merce, la vigilanza dell’esercizio commerciale aveva già in corso il monitoraggio della condotta incriminata e, pertanto, aveva la situazione sotto controllo. Per i giudici, si tratterebbe di furto tentato(con ulteriore diminuzione della pena) e non consumato.

Comunque, si ripete ancora una volta che, nel caso specifico, difettando l’intenzionalità, cioè il dolo, il fatto non costituisce reato, né consumato né tentato: la lettrice non aveva intenzione di rubare la merce, e tanto basta a scagionarla 

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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