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Reato impedire al padre di vedere il figlio

16 Agosto 2018
Reato impedire al padre di vedere il figlio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Agosto 2018



La madre che non consente al padre di vedere i figli o impone la propria presenza può essere denunciata.

Dopo la separazione con la tua ex, il giudice ha fissato modalità e tempi affinché tu possa incontrare tuo figlio e stare un po’ di tempo con lui. Potrai vederlo tre volte a settimana e a weekend alterni. Un momento che intendi riservare solo a lui e a nessun altro; per cui hai provveduto a organizzare il tuo lavoro in modo da poter conciliare gli impegni con il sacrosanto diritto di visita. Senonché la madre provvede puntualmente a metterti i bastoni tra le ruote: a volte finge di dimenticarsi e così scopri che è partita col bambino; altre volte inventa la storia che il piccolo non sta bene e ha la febbre; altre volte ancora pretende di essere presente ai vostri incontri. Insomma, l’ordine del giudice non viene mai rispettato. Così hai pensato di denunciarla o comunque farle causa in modo da tutelare i tuoi diritti di papà. È possibile? Quali armi puoi sfoderare per recuperare il rapporto con tuo figlio? Una recente e interessante sentenza della Cassazione [1] ha stabilito che è reato impedire al padre di vedere il figlio. Il discorso è molto più ampio e merita un approfondimento.

In questo articolo partiremo spiegando come si esercita il cosiddetto diritto di visita sui figli, quali azioni legali può intraprendere il genitore per tutelare i suoi interessi e cosa rischia invece chi impedisce al bambino la cosiddetta «bigenitorialità», principio volto a garantire ai figli rapporti costanti con entrambi i genitori. Spiegheremo infine perché, per la giurisprudenza, chi impedisce al padre di vedere il figlio commette reato e per quale illecito penale si può procedere a denunciarlo. Ma procediamo con ordine.

Cos’è il diritto di visita?

La regola vuole che, dopo la separazione, i figli siano affidati a entrambi i genitori (cosiddetto affidamento congiunto o condiviso). Il che significa che il padre e la madre hanno pari diritti e doveri per quanto riguarda le scelte sull’educazione, la crescita e il mantenimento dei figli. In conseguenza di ciò, il figlio va a vivere, in via abituale, da uno dei due genitori (di solito la madre) per poi vedere l’altro secondo un calendario prefissato dal tribunale in modo da garantire una tendenziale (anche se non perfetta) parità dei tempi. Allo stesso modo, però, il genitore che non convive coi figli deve partecipare al loro mantenimento garantendo all’altro un contributo mensile fisso (determinato anche questo dal tribunale in assenza di un accordo tra le parti) più la partecipazione alle spese straordinarie di volta in volta sostenute.

Solo in casi eccezionali il giudice opta per l’affidamento esclusivo, assegnando poteri e scelte rilevanti solo a uno dei genitori quando l’altro si sia dimostrato incapace di gestire gli interessi del figlio (si pensi a un genitore tossicodipendente, criminale abituale, responsabile di violenze o che sia scappato di casa).

Come si esercita il diritto di visita?

Nel provvedimento di affidamento normalmente il giudice indica il tempo e le modalità con cui il genitore non affidatario ha diritto di frequentare il minore. È questo il cosiddetto diritto di visita. A ben vedere si parla di diritto-dovere per il genitore che non vi si può sottrarre neanche con il consenso dell’ex. È infatti nell’interesse del minore che quest’ultimo debba stare sia con il padre che con la madre, onde avere una crescita sana ed equilibrata.

Il tribunale ha ampi margini di decisione anche se tutti i fori hanno adottato più o meno gli stessi standard, stabilendo visite da due a tre giorni alla settimana e a weekend alterni. Il magistrato può, ad esempio, prevedere che il minore possa pernottare periodicamente presso il genitore non affidatario, ma può anche limitare o escludere la frequentazione per salvaguardare l’interesse del minore.

È possibile limitare o anche escludere totalmente la frequentazione dei figli minori con il genitore non affidatario. Il giudice può anche imporre che agli incontri non partecipino soggetti terzi (ad esempio la nuova compagna del padre) o che vi assista l’altro genitore (ad esempio la madre quando il padre si è dimostrato soggetto pericoloso o inaffidabile).

Quando si può escludere o limitare il diritto di visita?

La giurisprudenza ha invece escluso il diritto di visita nei casi in cui:

  • il figlio minore divenuto adolescente è consapevole dei propri sentimenti e delle motivazioni rifiuti la frequentazione;
  • il genitore non affidatario è tossicodipendente o alcolizzato. Per la giurisprudenza maggioritaria, però, la condizione di tossicodipendente del genitore non è di per sé ostativa del riconoscimento di tenere presso di sé il figlio per periodi determinati di tempo;
  • il genitore non affidatario ha una condotta particolarmente violenta nei confronti della moglie o dei figli;
  • il genitore non affidatario ha pregressi comportamenti criminali;
  • il genitore non affidatario mostra un persistente disinteresse per le sorti del figlio.

Non può essere escluso il diritto di visita nel caso di patologie invalidanti del genitore se la conservazione del rapporto presenti per il minore una utilità.

Il genitore non può ostacolare l’altrui diritto di visita

Tra i doveri del genitore affidatario rientra anche quello di favorire il rapporto del figlio con l’altro genitore, a meno che vi siano contrarie indicazioni di particolare gravità [2]. Questo significa che nessuno dei due genitori può parlare male dell’altro in presenza dei figli o fare in modo che questi si allontanino dal padre o dalla madre assecondando la loro volontà di non partecipare agli incontri. La madre, ad esempio, deve adoperarsi affinché i figli incontrino il padre, senza farsi tacita compartecipe della loro volontà di restare a casa o con gli amici.

Che succede se uno dei genitori non fa vedere i figli all’altro

Immaginiamo ora che la madre, presso cui i figli sono stati collocati, faccia di tutto per impedire al padre di vedere i figli e quindi esercitare il proprio diritto di visita. Come può quest’ultimo tutelare i propri diritti?

Se non è mai intervenuta una sentenza del tribunale a regolamentare il diritto di visita il padre farà bene a rivolgersi al giudice affinché fissi i giorni e gli orari entro cui questi ha diritto a vedere i figli.

Se, nonostante l’ordine del tribunale, la madre non dovesse ottemperare al provvedimento, per quest’ultima si aprirebbero seri rischi. Innanzitutto il padre può denunciarla per «mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice». Ciò vale tanto per il genitore che impedisce all’altro di vedere il figlio, tanto per quello che pretende di essere presente agli incontri oppure li interrompe senza giustificato motivo. Tale aspetto è stato chiarito proprio di recedente dalla Cassazione [1].

Non è tutto. Il codice di procedura civile [3] consente tre rimedi quando uno dei due genitori:

  • commette gravi inadempienze;
  • reca pregiudizio al minore con un suo comportamento o con la sua condotta di vita;
  • crea ostacoli al corretto svolgimento delle modalità di affidamento.

In tali casi l’altro genitore può fare ricorso al giudice chiedendo un provvedimento per far cessare la condotta del genitore o per chiedere la modifica o la revoca delle disposizioni sull’affidamento.

Il giudice può modificare il regime dell’affidamento passando da quello congiunto all’affidamento esclusivo. Ad esempio se la madre non fa vedere i figli al padre, il tribunale le può revocare l’affidamento e disporre che i bambini vadano a vivere dal papà.

Inoltre il giudice può disporre a carico del genitore colpevole delle condotte pregiudizievoli, le seguenti sanzioni, anche congiuntamente:

  • l’ammonizione;
  • il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore o a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
  • la condanna a una sanzione amministrativa, anche congiuntamente ai provvedimenti sopra esaminati.

note

[1] Cass. sent. n. 38608/2018.

[2] Cass. sent. n. 27995/2009.

[3] Art. 709 ter cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 4 aprile – 14 agosto 2018, n. 38608

Presidente Rotundo – Relatore Giordano

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Catanzaro, ha confermato la condanna alla pena di Euro 450,00 di multa inflitta a S.D. con sentenza del 24 maggio 2013 del giudice monocratico del Tribunale di Cosenza, per il reato di cui all’art. 388, comma 2, cod. pen., dal maggio 2009 all’ottobre 2010. Ha confermato, altresì, le statuizioni civili in favore di V.M. , con danno da liquidarsi in separato giudizio. Dalla sentenza impugnata si evince che, alla stregua delle dichiarazioni rese da V.M. , dal fratello di questi, Giovanni e delle relazioni redatte dagli assistenti sociali – acquisite in atti con il consenso delle parti – era pienamente comprovata la persistente elusione, da parte della ricorrente, del provvedimento con il quale il giudice civile aveva regolato i diritti di visita e di incontro tra V.M. ed il figlio minore, affidato alla madre.

2. Con i motivi di ricorso, di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., la ricorrente denuncia:

2.1 violazione di legge, con riferimento agli artt. 125 e 337, n. 4 cod. proc. pen., per l’erroneo rigetto della eccezione di nullità proposta dall’imputata con riferimento alla querela in atti, con conseguente improcedibilità dell’azione penale per mancata identificazione del soggetto querelante;

2.2. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al giudizio di colpevolezza perché fondato esclusivamente sulle dichiarazioni rese dalla parte civile e dal fratello, smentite dai testi a discarico; dalla documentazione in atti che comprova come il diritto di visita andasse esercitato presso gli uffici degli assistenti sociali e non presso il domicilio dell’imputata che, nel frattempo, dimorava in altra località e neppure nel domicilio dei genitori ove la parte civile si sarebbe recato per incontrare il figlio; dal comportamento immaturo del V. , nei cui confronti è intervenuto anche un provvedimento giudiziario per il delitto di calunnia e per il reato di cui all’art. 570, cod. pen; dalle certificazioni che giustificano il mancato esercizio di visita per malattia, della S. e/o del figlio.

3. In data 16 marzo 2018 la parte civile ha depositato memoria con la quale ha chiesto il rigetto del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile perché proposto per motivi generici e manifestamente infondati.

2. Fin dal giudizio di primo grado la ricorrente ha sollevato eccezione di nullità della querela sul rilievo che quella in atti non reca in allegato il verbale di ratifica, limitandosi a riportare il mero timbro di ricezione della Questura, senza la indicazione ed individuazione del soggetto che aveva provveduto al relativo deposito e in mancanza di qualsiasi autentica della sottoscrizione del querelante.

Ha richiamato, al riguardo, sentenze di questa Corte, contraddittorie sul punto ed ha chiesto di rimettere la questione alle Sezioni Unite.

L’eccezione e la coeva richiesta di rimessione sono manifestamente infondate in presenza di pacifica affermazione di questa Corte, richiamata anche dalla sentenza impugnata, nella quale si afferma che la mancata identificazione del soggetto che presenta la querela non determina l’invalidità dell’atto allorché ne risulti accertata la sicura provenienza (Sez. U, n. 26268 del 28/03/2013, Cavalli, Rv. 255584) e che nel caso non è mai stata contestata, il ché vizia anche di genericità, come accennato, il predicato motivo di impugnazione. L’autentica della sottoscrizione è, in vero, richiesta solo nel caso in cui la querela sia recapitata da un incaricato o spedita per posta.

3. Il secondo motivo di ricorso è aspecifico e non si confronta con la motivazione della sentenza che ha puntualmente ricostruito la condotta della ricorrente sulla scorta delle relazioni delle assistenti sociali – in particolare quella della dottoressa Sp. -, elementi con i quali il ricorso non si confronta limitandosi a richiamare le dichiarazioni della parte civile e dal fratello, apoditticamente da ritenersi non attendibili per la loro provenienza da persona interessata o immatura.

4. Per pacifica giurisprudenza di questa Corte, le dichiarazioni rese dalla persona offesa, costituita parte civile, possono da sole, senza la necessità di riscontri estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve, in tal caso, essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. 5, n. 1666 del 08/07/2014, dep.2015, Pirajno e altro, Rv. 261730).

5. Rileva il Collegio che, nel caso in esame, non solo la Corte di merito ha compiuto un’attenta disamina delle dichiarazioni rese dalla parte civile, evidenziando come sia stata costretta ad agire in giudizio, in sede civile, per chiedere il rispetto delle proprie prerogative genitoriali, ma ne ha indicato un preciso riscontro – non sospettabile di genuinità e attendibilità – nelle dichiarazioni rese dall’assistente sociale. Costei ha descritto un comportamento della ricorrente, ripetutamente e ingiustificatamente assente agli incontri e autrice di altri comportamenti, tra i quali quello di volere essere presente agli incontri o di arbitrarie interruzioni, che hanno costituito oggetto di specifica disamina dei giudici territoriali, del tutto genericamente contrastati in ricorso, e pacificamente sussumibili nella condotta elusiva, di cui all’art. 388 cod. pen. che si concretizza in qualunque comportamento, anche omissivo, da cui derivi la frustrazione delle legittime pretese altrui (Sez. 6, n. 43292 del 09/10/2013, Guastafierro, Rv. 25745001) e, nel caso aggravata, con evidente finalità ostruzionistica, dalla reiterazione e protrazione nel tempo delle oppositive condotte tenute dall’imputata, anche rispetto alle indicazioni rivenienti dai mediatori preposti ad assicurare il diritto di incontro del genitore con il figlio minore.

6. Consegue alla inammissibilità del ricorso la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma in favore della cassa delle ammende, come indicata in dispositivo, in ragione della ravvisabilità di colpa nella proposizione dell’impugnazione. Segue, in ragione della soccombenza processuale, la condanna al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile, liquidate in Euro tremilacinquecento, oltre accessori avuto riguardo all’attività processuale svolta e dei parametri di cui al decreto ministeriale n. 55 del 2014.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende nonché al pagamento delle spese sostenute nel presente grado di giudizio dalla parte civile V.M. , liquidate in Euro 3.500,00, oltre spese generali nella misura del 15%, IVA e CPA.


1 Commento

  1. E SE E’ IL PADRE A NON PERMETTERE AL FIGLIO DI VEDERE LA MADRE O E’ IL FIGLIO MAGGIORENNE, DOPO LAVAGGIO DEL CERVELLO, A NON VOLERE VEDERE LA MADRE NE SENTIRLA….E PRETENDE ASSEGNO DI MANTENIMENTO DA UNA PERSONA CHE HA DISCONOSCIUTA DAVANTI AL GIUDICE DICENDO CHE HO UN CARATTERE PARTICOLARE ? IO SONO STANCA MA MOLTO STANCA…

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