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Pensione minima come funziona

17 Agosto 2018 | Autore:
Pensione minima come funziona

Integrazione al trattamento minimo: chi ne ha diritto, quali sono i requisiti, a quanto ammonta, come aumenterà nel 2019.

Hai una pensione bassa? Forse non sai che potresti aver diritto alla pensione minima, o meglio all’integrazione al trattamento minimo: si tratta di una prestazione che l’Inps riconosce a chi ha una pensione al di sotto del cosiddetto minimo vitale, pari, nel 2018, a 507,42 euro mensili. In pratica, se la tua pensione non arriva a 507,42 euro al mese, l’Inps integra il trattamento sino ad arrivare a questa cifra (o a una cifra più alta, se hai anche diritto alla maggiorazione sociale o all’incremento al milione). L’integrazione al minimo spetta su tutte le pensioni, di vecchiaia, di anzianità, anticipata, persino di reversibilità; per chi ha diritto all’assegno d’invalidità, la pensione minima si calcola in modo differente, mentre chi percepisce l’assegno sociale (che non è una prestazione previdenziale, comunque, ma di assistenza) non ha diritto al trattamento minimo, ma a delle maggiorazioni. L’integrazione al minimo non spetta, invece, a chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in poi, ed a chi possiede solo contributi presso la gestione separata o ha optato per il computo in questa gestione o, ancora, ha chi ha richiesto l’opzione contributiva: in pratica, l’integrazione non spetta a chi applica il calcolo contributivo della pensione. Dal 2019, comunque, tutte le pensioni dovrebbero ammontare a un minimo di 780 euro al mese, grazie alle previsioni del reddito di cittadinanza. Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto sulla pensione minima: come funziona, chi ne ha diritto, come si calcolano integrazioni e maggiorazioni.

Chi ha diritto alla pensione minima?

Per quanto riguarda l’integrazione al trattamento minimo, che come abbiamo detto ammonta, per il 2018, a 507,42 euro mensili, ne hanno diritto tutti i pensionati, ad eccezione di coloro la cui pensione si calcola col sistema interamente contributivo. Si devono possedere, però, determinati requisiti di reddito, personale e familiare.

La pensione minima spetta a chi ha più pensioni?

Per chi possiede più pensioni, l’integrazione al trattamento minimo spetta se:

  • le pensioni sono integrabili al minimo;
  • si rispettano i limiti di reddito, personali e familiari, per il diritto all’integrazione.

Se solo una delle due pensioni è integrabile al minimo, l’integrazione spetta solo su quella pensione

Se le due o più pensioni di cui è titolare l’interessato sono entrambe inferiori al trattamento minimo, l’integrazione (dal 1° ottobre 1983) è attribuita su una sola pensione e spetta:

  • sulla pensione per la quale è riconosciuto il trattamento minimo di importo più elevato, nel caso in cui i minimi siano di importo diverso; questo criterio vale non solo quando le due pensioni sono a carico di gestioni diverse, ma anche quando sono a carico della stessa gestione e sono previsti differenti importi di trattamento minimo (come accadeva tempo fa per gli iscritti alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi);
  • sulla pensione diretta, nell’ipotesi in cui l’interessato sia contemporaneamente titolare di pensione diretta e ai superstiti a carico della stessa gestione, sempre che sulla pensione di reversibilità, o indiretta, non competa un trattamento minimo di importo più elevato;
  • sulla pensione con decorrenza precedente, nel caso in cui le due pensioni siano di gestioni diverse.

Quali sono i requisiti per ottenere la pensione minima?

Per ottenere l’integrazione al minimo è necessario il rispetto di precisi requisiti di reddito.

In particolare, chi non è sposato, o risulta legalmente separato o divorziato, ha diritto all’integrazione al minimo:

  • in misura piena, se possiede un reddito annuo non superiore a 6.596,46 euro (i valori si riferiscono all’anno 2018);
  • in misura parziale, se possiede un reddito annuo superiore a 6.596,46 euro, sino a 13.192,92 euro (cioè sino a due volte il trattamento minimo annuo).

Se il reddito supera la soglia di 13.192,92 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Facciamo un esempio per capire meglio:

  • se il pensionato ha un reddito complessivo di 5mila euro annui ed una pensione di 200 euro mensili, ha diritto all’integrazione piena della pensione, sino ad arrivare a 507,42 euro;
  • se, invece, il reddito complessivo dell’interessato è pari a 10mila euro, l’integrazione della pensione non può essere totale, ma parziale, ossia pari alla differenza tra il limite di reddito di 13.192,92 euro ed il reddito complessivo.

Per calcolare l’integrazione mensile, si deve dunque:

  • sottrarre il reddito totale del pensionato dalla soglia limite;
  • dividere la cifra per 13.

Chi risulta sposato ha dei limiti di reddito più alti, ai fini dell’integrazione al minimo, ma deve considerare anche il reddito del coniuge. Nel dettaglio, si ha diritto all’integrazione:

  • piena, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge non supera 19.789,38 euro ed il reddito del pensionato non supera i 6.596,46 euro;
  • parziale, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge supera i 19.789,38 euro, ma non supera i 26.385,84 euro (cioè sino a quattro volte il trattamento minimo annuo) ed il reddito del pensionato non supera i 13.192,92 euro (deve essere applicato un doppio confronto, tra limite personale e coniugale: l’integrazione applicata è pari all’importo minore risultante dal doppio confronto).

Se il reddito personale e del coniuge supera i 26.385,84 euro, o se il solo reddito personale supera la soglia di 13.192,92 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

In pratica, anche per chi è sposato si deve, per calcolare l’integrazione mensile, sottrarre il reddito totale dalla soglia limite e dividere la cifra per 13, ma bisogna fare attenzione alla doppia soglia: se il reddito della coppia non supera i 26.385,84,ma il reddito del pensionato supera il limite individuale di 13.192,92 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Va in ogni caso applicata l’integrazione minore risultante dal confronto tra limite e reddito della coppia e limite e reddito personale.

Nessun limite di reddito coniugale, invece, può essere applicato alle integrazioni al minimo per le pensioni con decorrenza anteriore al 1994.

Quali redditi rilevano per il diritto alla pensione minima?

Non tutti i redditi, ad ogni modo, devono essere contati nella soglia limite per il diritto alla pensione minima, in quanto sono esclusi:

  • il reddito della casa di abitazione;
  • la pensione da integrare al minimo;
  • il Tfr ed i trattamenti assimilati (Tfs, Ips), comprese le relative anticipazioni;
  • i redditi esenti da Irpef, come le pensioni di guerra, le rendite Inail, le pensioni degli invalidi civili, i trattamenti di famiglia, etc.

Tutti gli altri redditi, invece, devono essere inclusi nel conteggio.

Che cosa succede se perdo il diritto alla pensione minima?

Se il pensionato perde il diritto all’integrazione, mantiene comunque lo stesso assegno di pensione integrato, ma cristallizzato (cioè fermo) all’ultimo importo: il rateo di pensione resta uguale sino al suo superamento ad opera della perequazione automatica, cioè degli adeguamenti della pensione effettuati ogni anno.

Spetta la pensione minima per chi ha diritto al calcolo contributivo?

Nessuna integrazione al minimo è prevista, allo stato attuale, per le pensioni interamente calcolate col sistema contributivo.

Sono calcolate integralmente con tale sistema:

  • le pensioni di chi non possiede contributi versati prima del 1996;
  • le pensioni degli aderenti all’opzione contributiva Dini;
  • le pensioni degli iscritti alla Gestione Separata, comprese quelle ottenute con il computo da altre gestioni.

In futuro, però, si dovrebbe introdurre una pensione minima di garanzia, grazie al reddito di cittadinanza, pari a circa 780 euro mensili, anche per i trattamenti calcolati col solo sistema contributivo.

Spetta la pensione minima per chi ha diritto all’assegno d’invalidità?

Chi ha diritto all’assegno ordinario d’invalidità può ottenere l’integrazione al minimo, ma le regole sono differenti da quelle previste nella generalità dei casi, in quanto l’agevolazione è disciplinata dalla legge di Revisione della disciplina dell’invalidità pensionabile [1].

Quando si riduce l’assegno d’invalidità?

Innanzitutto, per capire come funziona la pensione minima per gli invalidi, dobbiamo considerare che l’assegno ordinario d’invalidità può essere cumulato con i redditi da lavoro, ma con dei limiti: se il titolare continua a lavorare e supera una determinata soglia di reddito, difatti, l’assegno viene ridotto. In particolare:

  • se il reddito supera 4 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 25%: in pratica, se il reddito supera 26.385,84 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 507,42 euro, moltiplicato per 13 mensilità e per 4), l’assegno d’invalidità è ridotto di ¼;
  • se il reddito supera 5 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 50%: in pratica, se il reddito supera 32.982,30 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 507,42 euro, moltiplicato per 13 mensilità e per 5), l’assegno d’invalidità viene dimezzato.

Se l’assegno già ridotto risulta comunque superiore al trattamento minimo, cioè supera 507,42 euro mensili, può subire una seconda trattenuta. L’applicabilità di questa riduzione dipende dall’anzianità contributiva dell’interessato:

  • con almeno 40 anni di contributi non deve essere applicata alcuna trattenuta aggiuntiva;
  • con meno di 40 anni di contributi scatta la seconda trattenuta, che varia a seconda che il reddito provenga da lavoro dipendente o autonomo:
    • relativamente al lavoro dipendente, la trattenuta è pari al 50% della quota di assegno che eccede il trattamento minimo, entro comunque l’importo dei redditi da lavoro percepiti;
    • relativamente al lavoro autonomo, invece, la trattenuta è pari al 30% della quota eccedente il trattamento minimo, ma non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

Questa seconda riduzione non può essere applicata se:

  • l’ulteriore reddito conseguito è inferiore al trattamento minimo;
  • il lavoratore è impiegato in contratti a termine di durata inferiore a 50 giornate nell’anno solare;
  • il reddito conseguito deriva da attività socialmente utili svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani promossi da enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private, o da altre particolari attività (operai agricoli, collaboratori familiari, giudici di pace e tributari, amministratori locali, cariche pubbliche elettive…).

Quando spetta la pensione minima sull’assegno d’invalidità?

L’integrazione al trattamento minimo dell’assegno ordinario d’invalidità è regolata da un’apposita disciplina: nello specifico, l’importo dell’assegno, se inferiore al trattamento minimo, deve essere integrato fino a questo importo (pari a 507,42 euro mensili per il 2018) da una somma pari all’ammontare della pensione sociale. Dal 1° gennaio 1996 si fa riferimento all’importo dell’assegno sociale anche per i trattamenti con decorrenza anteriore a questa data: ricordiamo che l’assegno sociale ammonta, nel 2018, a 453 euro mensili.

Quando non spetta la pensione minima sull’assegno d’invalidità?

L’integrazione al minimo non spetta se il titolare dell’assegno d’invalidità possiede redditi propri assoggettabili all’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) superiori a due volte l’ammontare annuo dell’assegno sociale, anche nel caso in cui il coniuge non possieda redditi.

In pratica, se il reddito supera, per il 2018, 11.778 euro annui, non si ha diritto all’integrazione al minimo dell’assegno d’invalidità.

Tra i redditi che rilevano per il superamento della soglia che dà diritto all’integrazione, deve essere escluso quello della casa di abitazione.

Per chi è sposato e non separato legalmente, l’integrazione non spetta se il reddito, cumulato con quello del coniuge, è superiore a tre volte l’importo dell’assegno sociale: niente integrazione, dunque, se il reddito proprio e del coniuge supera 17.667 euro annui (relativamente all’anno 2018).

Tra i redditi che rilevano per il superamento della soglia che dà diritto all’integrazione, si considera anche l’importo “a calcolo” (cioè derivante dal calcolo della pensione, senza integrazioni) dell’assegno da integrare.

L’integrazione dell’assegno di invalidità, in ogni caso, non può superare l’ammontare annuo dell’assegno sociale. L’importo in pagamento, inoltre, non può superare il limite del trattamento minimo.

Si può ottenere l’integrazione parziale dell’assegno d’invalidità?

L’assegno d’invalidità non beneficia dell’integrazione parziale, cioè dell’integrazione della prestazione fino alla concorrenza dei limiti di reddito: di conseguenza, nel caso in cui i limiti siano superati, l’assegno d’invalidità viene corrisposto nell’importo determinato dal calcolo dei contributi, senza alcuna integrazione.

Che cosa succede se si perde il diritto all’integrazione dell’assegno d’invalidità?

La cristallizzazione degli importi [2] non può essere applicata all’integrazione dell’assegno d’invalidità. Nel caso in cui i limiti di reddito siano superati in un anno successivo a quello di decorrenza dell’assegno, non viene dunque mantenuto il minimo nell’importo in pagamento alla fine dell’anno precedente.

Come funzionano le maggiorazioni della pensione minima?

Se il pensionato ha compiuto 60 anni, può aver diritto alla maggiorazione sociale della pensione.

La maggiorazione sociale, per l’anno 2018, è pari a:

  • 25,83 euro al mese per coloro che hanno dai 60 ai 64 anni;
  • 82,64 euro al mese per chi ha un’età tra i 65 e i 69 anni.

Se il pensionato ha compiuto 70 anni, può aver diritto all’incremento della maggiorazione sociale, il cosiddetto incremento al milione, che consente di arrivare a una prestazione mensile sino a 643,86 euro (per l’anno 2018).

L’incremento al milione, comprensivo della eventuale maggiorazione sociale, non può superare l’importo mensile determinato dalla differenza fra l’importo di 643,86 euro (per l’anno 2018) e l’importo del trattamento minimo, o della pensione sociale o, ancora, dell’assegno sociale.

In pratica, nel 2018 l’incremento della maggiorazione sociale è pari a:

  • 136,44 euro al mese per i titolari di pensione;
  • 190,86 euro al mese per i titolari di assegno sociale;
  • 270,53 euro al mese per i titolari della vecchia pensione sociale.

L’incremento, al pari delle altre maggiorazioni, è corrisposto per 13 mensilità.

Se il pensionato non è sposato e il suo limite di reddito non supera il trattamento minimo, pari a 507,42 euro mensili e 6.596,46 euro annui (considerando 13 mensilità; i valori si riferiscono all’anno 2018) ha diritto alla maggiorazione sociale o (sussistendone i requisiti) all’incremento al milione in misura intera (se percepisce anche la quattordicesima, l’incremento si abbassa di conseguenza).

La maggiorazione sociale o l’incremento sono invece riconosciuti in misura parziale se il reddito annuo proprio supera il trattamento minimo, ma non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’incremento o della maggiorazione.

In buona sostanza, per il 2018 l’integrazione è parziale:

  • per chi percepisce la sola maggiorazione sociale, se non supera:
    • 932,25 euro annui di reddito, se ha da 60 a 64 anni;
    • 670,78 euro annui di reddito, se ha da 65 a 69 anni;
  • per chi percepisce l’incremento della maggiorazione sociale, se non supera 8.370,18 euro di reddito annuo.

Se il pensionato è sposato (non legalmente ed effettivamente separato), ha diritto alla maggiorazione o all’incremento in misura intera se, oltre a rispettare i limiti di reddito personale, il reddito coniugale non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’assegno sociale.

La maggiorazione sociale o l’incremento per i coniugati sono invece riconosciuti in misura parziale:

  • se il reddito annuo proprio supera il trattamento minimo, ma non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’incremento o della maggiorazione;
  • in riferimento al reddito coniugale, questo non deve superare l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’assegno sociale e dell’incremento o della maggiorazione.

Nel dettaglio, per gli sposati, l’integrazione è totale se il reddito coniugale non supera 12.485,46 euro annui (5.889 euro, pari all’assegno sociale, 453 euro al mese, per 13 mensilità, più 13 mensilità di trattamento minimo, pari a 6.596,46 euro); l’integrazione, invece, è parziale:

  • per chi percepisce la sola maggiorazione sociale, se non supera:
    • 821,25 euro annui di reddito coniugale, se ha da 60 a 64 anni;
    • 559,78 euro annui di reddito coniugale, se ha da 65 a 69 anni;
  • per chi percepisce l’incremento della maggiorazione sociale, se non supera 14.259,18 euro di reddito annuo coniugale.

La pensione minima spetta a chi ha l’assegno sociale?

Sull’assegno sociale non spetta l’integrazione al minimo, ma spettano alcune maggiorazioni; nel dettaglio, è possibile ottenere i seguenti incrementi:

  • una maggiorazione pari a 12,92 euro mensili, che spetta, dal 2001, a tutti coloro che hanno un’età superiore ai 65 anni, ed un reddito inferiore a 6.056,96 euro, se non sposati, o inferiore a 12.653,42 euro, se coniugati; in particolare, questa maggiorazione spetta:
    • in rapporto al reddito personale, in misura piena se il reddito annuo è tra zero e 5.889 euro, in misura ridotta se tra 5.889 euro e 6.056,96 euro;
    • in rapporto al reddito proprio e del coniuge, in misura piena se il reddito coniugale annuo è compreso tra zero e 12.485,86 euro, in misura ridotta se compreso tra 12.485,86 euro e 12.653,42 euro.
  • una maggiorazione pari a 190,86 euro, che spetta, dal 2002, ai pensionati con almeno 70 anni di età e con reddito sino a 8.370,18 euro, se non sposati, o sino a 14.259,18 euro, se coniugati; questa maggiorazione può competere anche ai minori di 70 anni che hanno versato un determinato ammontare di contributi: in particolare, la riduzione di età si calcola in ragione di 1 anno ogni 5 anni di contributi versati; nel dettaglio, questa maggiorazione spetta:
    • in rapporto al reddito personale, in misura piena se il reddito annuo è tra zero e 5.889 euro, in misura ridotta se tra 5.889 euro e 8.370,18 euro;
    • in rapporto al reddito proprio e del coniuge, in misura piena se il reddito coniugale annuo è compreso tra zero e 11.788 euro, in misura ridotta se compreso tra 11.788 euro e 14.259,18 euro.

Per aver diritto alle maggiorazioni si deve tener conto, dunque, sia del limite di reddito personale che di quello coniugale.

Pensione minima 2019

Con l’entrata in vigore del reddito di cittadinanza, tutte le pensioni minime dovrebbero essere portate a 780 euro mensili, compresi i trattamenti calcolati col sistema contributivo, l’assegno sociale e l’assegno d’invalidità. In buona sostanza, il reddito di cittadinanza dovrebbe funzionare come una pensione minima universale per tutti, che porta il reddito al limite di 780 euro al mese per tutti, se inferiore. Bisogna però attendere, per avere maggiori dettagli, la prossima legge di bilancio, nella quale probabilmente prenderà forma l’intervento.

note

[1] Art.1, Co.3-5, L.222/1984.

[2] Art. 6, Co. 7, DL 463/1983.


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