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La confessione nel processo penale: cos’è?

16 settembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 settembre 2018



In cosa consiste la confessione? Qual è il valore della confessione all’interno del processo penale italiano? È sempre valida?

Avrai senz’altro fatto caso che nella maggior parte dei film americani la polizia, dopo aver catturato il sospettato di un delitto, lo sottopone ad ore e ore di interrogatorio e di domande trabocchetto e, alla fine, l’indiziato crolla e confessa il proprio reato. Ebbene, nella realtà non accade proprio così: la confessione non è il principale mezzo di prova conosciuto dal nostro ordinamento giuridico. Certo, chi confessa di aver commesso un reato si rende senz’altro utile alla giustizia, la quale risparmia tempo e risorse evitando inutili indagini; tuttavia, la maggior parte delle volte occorre un’approfondita attività investigativa da parte della polizia giudiziaria, anche in presenza di una confessione. Eh sì, hai capito bene: a differenza della procedura civile, la confessione dell’indagato/imputato non obbliga il giudice a credergli. Nel sistema processuale penale non esiste un mezzo di prova tale da eliminare la valutazione del giudice: a questa regola non fa eccezione nemmeno la dichiarazione con la quale ci si assume la responsabilità di un crimine. Non poche volte la confessione ha rappresentato il tentativo di depistare gli organi inquirenti dalla ricerca del vero autore del delitto. Inoltre, va aggiunto che la confessione non può essere estorta con mezzi capziosi, come ad esempio l’utilizzo di false dichiarazioni o finte prove: l’interrogatorio va sempre svolto in maniera chiara e pulita, senza mezzi che possano deviare la volontà della persona che vi è sottoposta. Tanto premesso, se ritieni che questo argomento possa interessarti, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo infatti cos’è la confessione nel processo penale e qual è il suo valore.

Confessione: cosa dice la legge?

Ti potrà sembrare strano, ma la legge penale non fornisce una definizione di confessione, né la contempla come mezzo di prova accanto alla testimonianza, alla perizia, al confronto, ai documenti, ecc. Già da tanto si evince lo scarso valore che l’ordinamento giuridico italiano ha voluto conferire a tale dichiarazione. A ben vedere, però non si tratta di istituto totalmente sconosciuto alla legge: ad esempio, si parla di confessione a proposito del giudizio direttissimo e del reato di autocalunnia. Vediamo cosa dice la legge a proposito.

La confessione nel giudizio direttissimo

Cominciamo col vedere la confessione nel processo penale partendo dal giudizio direttissimo. Il giudizio direttissimo è un particolare rito processuale caratterizzato dalla celerità del suo svolgimento. In pratica, si tratta di un procedimento speciale che consente al pubblico ministero di presentare direttamente l’imputato in stato di arresto davanti al giudice del dibattimento, per la convalida e il contestuale giudizio, entro quarantotto ore dall’arresto [1]. In pratica, avviene questo: se una persona è colta in flagranza di reato, cioè con le mani nel sacco, le autorità possono procedere all’arresto.

Perché si possa procedere per direttissima, occorre che ricorra almeno una delle seguenti condizioni:

  • arresto in flagranza e convalida entro 48 ore;
  • arresto già convalidato e presentazione in udienza entro 30 giorni;
  • la persona interrogata confessi il crimine, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini.

La confessione resa durante interrogatorio, quindi, legittima il pubblico ministero a procedere con giudizio direttissimo, e cioè a citare immediatamente il reo confesso in tribunale davanti al giudice. Se la persona che ha reso confessione è libera, cioè non si trova in carcere e non è soggetta a vincoli cautelari (come gli arresti domiciliari, ad esempio), allora verrà citata dal p.m. a comparire in tribunale; se, al contrario, è già detenuta, verrà tradotta direttamente dalle forze dell’ordine.

La confessione resa durante interrogatorio

La legge italiana ha disciplinato l’interrogatorio in modo tale da evitare che la persona sentita possa inconsapevolmente autoaccusarsi, cioè rendere una confessione. Il codice di procedura penale dice che se davanti all’autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria una persona non imputata o non indagata rende dichiarazioni dalle quali emergono indizi di colpevolezza a suo carico, l’autorità deve interrompere l’esame, avvertendola che a seguito di tali dichiarazioni potranno essere svolte indagini nei suoi confronti, invitandola altresì a nominare un difensore. Le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la persona che le ha rese. Se, invece, l’interrogato doveva essere sentito sin dall’inizio in qualità di imputato o di indagato, allora le sue dichiarazioni non possono essere utilizzate [2].

In pratica, la legge mette al sicuro la persona sentita a sommarie informazioni se, durante la sua narrazione, possano emergere indizi su un suo coinvolgimento nei fatti criminosi. Si pensi a Tizio che, sentito dalla polizia perché ha assistito a una rapina, racconti che, in realtà, oltre ad aver assistito ha fatto anche da palo ai delinquenti: in un caso come questo, la polizia deve interrompere Tizio e avvertirlo del fatto che, poiché dal suo racconto emerge un vero e proprio concorso nel delitto di rapina, deve provvedere a nominare un avvocato in vista di future indagini sulla sua persona. Le dichiarazioni fino a quel momento rese, però, saranno inutilizzabili a suo carico: ciò significa che la sua confessione non ha valore legale perché resa inconsapevolmente, poiché era sentito come possibile testimone e non come indagato.

Se, invece, Tizio veniva interrogato già in veste di indagato, e tale qualità non gli era stata riferita, allora le dichiarazioni sono senz’altro inutilizzabili, nel senso che non potranno essere portate davanti al giudice in un futuro processo. Quindi, se la polizia intende prendere di sorpresa Tizio, facendogli credere di svolgere una semplice chiacchierata informativa ma, in realtà, le autorità ben sapevano che fosse un complice, le dichiarazioni di Tizio sono inutilizzabili, perché si tratta di un “gioco” scorretto da parte degli inquirenti. La legge vuole che le carte in tavola vengano poste sin da subito, evitando così trabocchetti all’indagato o all’imputato.

Se, al contrario, la persona sentita è stato informato formalmente del suo particolare status di indagato o imputato, la confessione non potrà essere carpita con l’inganno. In particolare, l’autorità dovrà seguire queste regole:

  • non potrà utilizzare, neppure con il consenso della persona interrogata, metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti (sono vietati, in pratica, tutte quelle tecniche volte a confondere l’interrogato, ad instillare nella sua mente falsi ricordi, a raccontare di falsi testimoni o di false dichiarazioni);
  • prima che abbia inizio l’interrogatorio, la persona deve essere avvertita, a pena di inutilizzabilità, che le sue dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate nei suoi confronti; che, salvo l’obbligo di comunicare le proprie generalità, ha facoltà di non rispondere ad alcuna domanda, ma comunque il procedimento seguirà il suo corso; che, se renderà dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà, in ordine a tali fatti, l’ufficio di testimone [3].

Da quanto detto sinora si evince che sono molteplici le garanzie con le quali viene svolto l’interrogatorio della persona sospettata. In breve, l’interrogato viene messo nella possibilità di scegliere se confessare o meno la propria responsabilità, nel senso che nei suoi riguardi non è possibile utilizzare stratagemmi che possano indurlo ad autoaccusarsi, così come è suo diritto essere assistito sin dall’inizio da un avvocato se riveste la qualità di indagato o imputato. In parole povere, se una persona vuole rendere confessione, deve farlo in piena consapevolezza, se mai consigliato in tal senso anche dal suo avvocato.

La confessione nel reato di autocalunnia

La legge parla di confessione anche a riguardo del reato di autocalunnia; in effetti, si tratta dell’ipotesi più ricorrente, in quanto la falsa dichiarazione di colpevolezza spesso è resa proprio per deviare le indagini. Secondo il codice penale, il reato di autocalunnia consiste nel fatto di chi, mediante dichiarazione all’autorità giudiziaria o ad un’altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, anche se fatta con scritto anonimo o sotto falso nome, ovvero mediante confessione innanzi all’autorità giudiziaria, incolpa se stesso di un reato che egli sa non avvenuto, o di un reato commesso da altri, è punito con la reclusione da uno a tre anni [4].

L’autocalunnia, come suggerisce il nome, è la calunnia contro se stesso: consiste nell’incolparsi di un reato che non si è commesso oppure di uno mai realizzato da alcuno. L’autocalunnia può integrarsi mediante denuncia, atto scritto senza formalità o, appunto, attraverso confessione spontanea resa alle autorità. Si ritiene che la confessione possa essere resa non soltanto davanti al magistrato (giudice o pubblico ministero), ma anche presso gli ufficiali di polizia giudiziaria.

Confessione nel processo penale: quale valore?

Da quanto abbiamo detto finora si capisce che la confessione nel processo penale non riveste un ruolo di prim’ordine. Questo accade perché è sempre il giudice a dover valutare attentamente le dichiarazioni rese, sia che esse provengano dai testimoni che dall’imputato stesso; a differenza di ciò che accade nel processo civile, ove la confessione di una parte vincola il giudice a credergli (valore di prova legale della confessione).

Questa diffidenza nei riguardi della confessione nel processo penale deriva dalla possibilità (più che concreta) che l’ammissione di colpevolezza non sia genuina: si pensi, ad esempio, al genitore che accusa se stesso di un delitto commesso dal figlio pur di salvare quest’ultimo (incorrendo, così, nel reato di autocalunnia); oppure alla persona che confessi di aver commesso un reato solamente perché minacciato dai reali esecutori.

In sintesi, la confessione nel processo penale deve essere valutata sempre alla stregua di un indizio e non di una prova vincolante, nel senso che essa deve trovare riscontro in altri elementi raccolti, come ad esempio le testimonianze di altre persone oppure gli oggetti sequestrati come corpo del reato, in quanto è assai rischiosa una condanna penale basata unicamente sulle dichiarazioni dell’imputato.

note

[1] Art. 449 cod. proc. pen.

[2] Art. 63 cod. proc. pen.

[3] Art. 64 cod. proc. pen.

[4] Art. 369 cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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