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Happy hour: che fine fa il cibo avanzato dell’aperitivo?

28 agosto 2018 | Autore:


> Food Pubblicato il 28 agosto 2018



Gli avanzi del buffet possono essere regalati ai poveri? C’è una legge che complica le cose e che favorisce lo spreco. Ma qualche soluzione c’è.

È più tipico al Nord che al Sud. Ma, ormai, è un’usanza piuttosto diffusa. L’aperitivo serale – che, per non perdere la tradizione di mettere un nome inglese a qualsiasi cosa si faccia in questo Paese, tutti conoscono come happy hour – viene sempre accompagnato da un ricco buffet pieno di ogni ben di Dio. In alcuni locali si va dall’antipasto al dolce: affettati, formaggi, pasta (fredda o calda), frittatina di verdure a cubetti, carne con contorno di verdure e patate al forno, piadine e panini tagliati a fette, pizzette e focaccine, festival di frutta fresca, insalate col mais, la mozzarella e i pomodorini. Altroché due patatine, una ciotola di noccioline e via. Qui si mangia. A patto che si beva, per Bacco. 8-10 euro a consumazione (dalla bibita per bambini al cocktail per chi ha il fegato grosso così) e ti fai la cena. L’ideale soprattutto nelle città popolate di studenti che, così, risparmiano sulla pizza o sul ristorante senza rinunciare ad uscire con gli amici. E fin qui tutto bene. Ora: quando l’orario dell’happy hour è scaduto e il buffet è ancora sul bancone, che fine fa il cibo avanzato dell’aperitivo? Stai leggendo seduto? Perché la risposta potrebbe indignarti.

Happy hour: dove finisce il cibo avanzato?

Il cibo dell’aperitivo finisce dritto dritto nella pattumiera. Interi vassoi, o quasi, rovesciati nel sacco nero. Viene da piangere a vedere cotanto spreco pensando che, ad esempio, qualche decina di metri più in là, ci sono dei volontari che consegnano ai senza tetto dei pasti preparati con fatica da altrettanti volontari. Quando va bene. Perché il più delle volte, le persone senza fissa dimora restano a stomaco vuoto. Aspettarsi che quel cibo sprecato venga offerto a loro è un’utopia. Meglio arrangiarsi e sistemarsi bene sotto i cartoni, sperando di avere più fortuna domani.

Intendiamoci bene: non sempre è colpa del titolare del locale che ha fatto l’happy hour. Qualcuno, se domandi perché non lo dà ad un’associazione caritatevole, ti risponde: «Non voglio dare vizi, altrimenti mi trovo la coda qui tutti i giorni». Meglio, secondo lui, buttare tutto nella spazzatura. La realtà, però, è un’altra. Ed ha a che fare con la burocrazia.

C’è chi, per non sprecare, vorrebbe donare quel che resta del buffet (che di solito non è poco) alla Caritas o alla Croce Rossa piuttosto che a qualche altro ente o associazione ma non può. Perché l’Asl chiede ai bar, in applicazione della legge, di dare delle garanzie sul cibo che sta donando. Stiamo scherzando? Niente affatto. Oggi, a differenza di ieri, i generi alimentari che si mettono a disposizione del pubblico devono essere accompagnati da tutte le informazioni sugli ingredienti, gli allergeni, le sostanze che possono dare delle intolleranze, ecc. Se questi dati mancano, non si può distribuire il cibo. Nemmeno se offerto gratis. Alla fine, il ristoratore che dice? Si fa prima a buttare via la roba che a regalarla. Se non altro, ci si toglie la burocrazia di dosso.

Happy hour: l’obbligo di segnalare allergeni

La legge [1] impone agli esercizi pubblici (ristoranti, pizzerie ma anche bar dove si serve l’aperitivo con buffet, pub, tavole calde, negozi di alimentari, ecc.) di servire o di distribuire del cibo indicando gli allergeni contenuti attraverso una precisa documentazione scritta, facilmente reperibile e consultabile dai consumatori e dalle autorità in caso di controlli. Chi non rispetta questo obbligo rischia una sanzione da 3mila a 24mila euro. Se, in più, le indicazioni non rispettano le modalità previste, la sanzione va da 1.000 a 8mila euro (si può ridurre a un terzo per le microimprese). Questo vincolo vale per ogni singolo prodotto. È obbligatorio, inoltre, segnalare quali sono gli alimenti decongelati.

In altre parole, il cliente che consuma il cibo dell’happy hour deve avere la possibilità di essere informato su ciò che sta mangiando. Ora, immaginate se quando viene distribuito il cibo avanzato a chi si trova in difficoltà bisogna elencare ogni volta ingredienti ed allergeni, glutine o non glutine e via dicendo. A qualsiasi proprietario di un esercizio pubblico passerebbe la voglia di regalarlo. E così, il cibo finisce nella spazzatura.

Happy hour: c’è una soluzione contro lo spreco?

Volendo, e per assurdo, una soluzione ci sarebbe. Che attuarla sia più o meno facile, dipende dalla reale volontà degli esercenti di sprecare il meno possibile. È vero che diminuire la quantità di cibo messa a disposizione nel buffet dell’aperitivo non è semplice: per una questione di principio, chi arriva ad un quarto d’ora dalla chiusura dell’happy hour paga come chi è lì da 2 ore e, quindi, ha diritto anche lui a mangiare a quel prezzo ciò che hanno consumato gli altri. A meno che da una certa ora in poi scatti lo sconto sulla consumazione, cosa che non fa praticamente nessuno.

Come si suol dire, quando Maometto non viene alla montagna è la montagna ad andare da Maometto. E quindi, il senza tetto che non può ricevere sotto i portici il cibo avanzato dell’aperitivo può consumarlo o ritirarlo al bar, dove ci sono gli elenchi obbligatori degli ingredienti e degli allergeni. Cioè, può fare esattamente quello che fanno tutti gli altri clienti. Non c’è una legge che imponga al titolare dell’esercizio di far pagare quattro fette di prosciutto, due pizzette, un piatto di pasta fredda o qualche tartina. Ma visto che ce n’è una che vieta di distribuire degli alimenti senza indicare allergeni e compagnia bella, la soluzione plausibile sarebbe farlo all’interno del locale, dove chiunque entra (che paghi o non paghi è un’altra storia) ha la possibilità di informarsi su ciò che mangia o porta via senza che l’esercente trasgredisca alcunché.

In qualche Paese europeo già si stanno già facendo degli esperimenti in questo senso grazie alla tecnologia, anche se è coinvolta una platea più allargata. C’è un’app che è stata sviluppata in Belgio e si chiama Too Much in grado di mettere in contatto chi non vuole buttare via il cibo e chi ha bisogno di reperirlo gratuitamente. La piattaforma, che già in molti conoscono come il «frigorifero virtuale», è stata lanciata a gennaio 2018 e conta su diverse migliaia di iscritti. Evitare lo spreco con quest’app non è complicato. Si clicca sul tasto «Donare del cibo» e si descrive a parole e con un’immagine ciò che si intende regalare, fissando un orario per il ritiro. La geolocalizzazione fa arrivare il post a chi è collegato nelle vicinanze. Gli altri possono vedere le offerte e scegliere quelle a cui sono interessati. Si fissa l’appuntamento e si ritira il cibo. Con o senza allergeni: basterà chiedere al donatore (che può essere anche un bar dove si fa l’happy hour) che cosa ci ha messo dentro.

note

[1] Dlgs. n. 231/2017.

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1 Commento

  1. Salve,
    Interessante.
    Domanda: sarebbe così difficile per l’esercente stampare una copia del libro degli ingredienti e degli allergeni da allegare al cibo donato? Stampare qualche pagina ogni giorno (peraltro tali libri sono sempre identici visto che i buffet sono praticamente sempre gli stessi nello stesso locale, dunque bastano anche banali fotocopie) è praticamente a costo zero…

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