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Diabete: chi colpisce?

17 settembre 2018


Diabete: chi colpisce?

> Salute e benessere Pubblicato il 17 settembre 2018



Una recente analisi ha definito il diabete ‘patologia sociale’ perché colpirebbe di più chi ha meno istruzione e possibilità economiche. Ma gli studi medici mirano al cuore del problema per capire chi sono le sue potenziali vittime.    

È vero: secondo una analisi condotta circa un anno fa, pare che il diabete colpisca maggiormente chi ha meno istruzione o coloro che posseggono più bassi redditi. Il ragionamento è tendenzialmente il seguente: chi è meno istruito, è meno informato, forse anche meno interessato ad informarsi e, dunque, più facilmente vittima del ‘killer silenzioso’. Così come chi ha meno possibilità economiche, ha più ridotte chances di poter accedere a tutti gli strumenti diagnostici e di potersi curare in modo efficiente, efficace e mirato. Le finalità di questo articolo sono sia quella di fornire a tutti le indicazioni basilari che consentono di poter assumere decisioni informate in materia sia quella di comunicare quali possono essere le strategie che permettono di prevenire il diabete. Il primo concetto che deve essere acquisito è l’importanza di reagire tempestivamente alle prime avvisaglie della patologia che, come noto, non risparmia nessuno: neonati (cd. diabete neonatale), ragazzi, giovani, adulti, anziani, donne ed uomini. Inoltre, non esiste una unica forma di diabete, essendo state riscontrate diverse disfunzioni patologiche come: il diabete mellito (a sua volta distinto in mellito di tipo 1, di tipo 2 e gestionale), che abbraccia la maggior parte dei diabetici; ed il diabete insipido (a sua volta distinto in insipido completo o parziale, permanente o temporaneo), che fa parte di un gruppo eterogeneo di malattie che comprendono numerose forme più rare. Ognuna di queste categorie è differente dalle altre per cause, gamma di vittima e cure. Ed, in realtà, quando si dice che il diabete è una patologia sociale non si va tanto lontani dalla realtà se si pensa che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevede che, tra tutte le patologie croniche, il diabete entro il 2025 sarà capace di diffondersi tanto da raddoppiare le proprie vittime. Allora analizziamo il diabete per capire chi colpisce.

I diversi tipi di diabete: le cause e chi colpiscono

È fatto notorio che il diabete sia una malattia cronica, cioè, con lungo o permanente decorso. Ma se da questa patologia non si può guarire, certamente si può operare per prevenirla, ove possibile, oppure, una volta contratta, per prevenire le sue complicanze croniche (cioè gli effetti dannosi a carico delle diverse parti del nostro corpo). A quel punto lo scopo è quello di convivere con la malattia nel modo migliore. Ma partiamo in modo conciso da alcuni concetti base: il diabete si ha quando nel sangue c’è eccessiva quantità di zuccheri (cd. glicemia). Questa anomalia generalmente è determinata dalla ridotta produzione da parte delle cellule pancreatiche dell’insulina, un ormone che non solo regola la quantità di zuccheri nel sangue ma, soprattutto, è capace di trasformare gli zuccheri e gli altri componenti del cibo in energia. Secondo alcuni medici il diabete si sta diffondendo così facilmente anche a causa della facilità con cui si possono commettere piccoli e continui ‘peccati alimentari’ che favoriscono l’aumento di peso o, comunque, della quantità di zucchero nel sangue che causa la resistenza alla insulina prodotta dal pancreas che non riesce a smaltirli. La diretta conseguenza è l’aumento della glicemia anche a digiuno. Del diabete –per come anticipato- abbiamo diverse classificazioni, che è opportuno conoscere anche perché alla diversa categoria appartiene la differente gamma di potenziali vittime e di conseguenze, anche se certamente quelli più diffusi sono il mellito di tipo 1 e di tipo 2.

Il diabete mellito di tipo 1

Il diabete di tipo 1 si ha quando l’insulina non viene prodotta da parte del pancreas oppure, seppur prodotta, ciò avviene in quantità insufficienti a causa della distruzione delle cellule da parte dello stesso sistema immunitario del paziente che non le riconosce come parte dell’organismo ma come elementi estranei, comportandosi di conseguenza. Ecco spiegato perché il tipo 1 viene definito malattia autoimmune cioè dipendente dalla reazione contro l’organismo stesso da parte del sistema immunitario del soggetto interessato dalla patologia. Una volta diagnosticato, il paziente deve sapere che dovrà convivere con la malattia per tutta la vita così come, per tutta la propria esistenza, dovrà assumere l’insulina, affinché regoli l’utilizzo del glucosio nel sangue.

Con riferimento alle complicanze tipiche del diabete dobbiamo distinguere quelle croniche da quelle acute. Per comprendere meglio, intanto, diciamo che per complicanze si intendono le conseguenze dannose ed i disturbi che si possono sviluppare in presenza del diabete e che sono dovute ai danni, ad esempio, ai vasi sanguigni (ecco perché nei diabetici, rientra nel controllo periodico oltre all’equilibrio glicemico anche la pressione arteriosa) ed ai diversi organi e tessuti, come occhi, piede, cuore e reni. Tra queste distinguiamo: le complicanze acute, più frequenti proprio nel diabete di tipo 1 perché determinate dalla carenza o insufficienza di insulina, e chiamate così per i picchi causati dall’accumulo dei chetoni [1]; e le complicanze croniche, più frequenti nel diabete di tipo 2, che sono quelle che riguardano organi, tessuti e nervi periferici.

Il diabete di tipo 1 viene chiamato il ‘diabete giovanile’ perché compare prevalentemente (si parla del 90% dei casi) nel periodo della infanzia e della adolescenza, con esordi sempre più precoci tra 0-4 anni di età, anche se non mancano casi di manifestazione in età adulta. I primi sintomi della patologia si manifestano nei bambini e degli adolescenti con la chetoacidosi [2] oppure con la iperglicemia [3] a digiuno.

E’ stato scoperto anche un certo rapporto tra il diabete di tipo 1 e la familiarità/fattori genetici, nel senso che chi ha diabetici in famiglia deve prestare maggiore attenzione, atteso che il rischio di sviluppare questa forma di malattia è più alta quando il soggetto ha un parente affetto dalla patologia. Si parte, infatti, da una percentuale pari all’8%, nel caso di fratello/sorella diabetici, che arriva anche a circa il 30% in caso di diabete in entrambi i genitori.

Il diabete mellito di tipo 2

Il diabete di tipo 2, invece, si ha quando l’insulina o viene prodotta in misura inferiore alla norma ma senza arrivare mai ad una carenza assoluta nell’organismo, ed in questi casi di parla di deficit di secrezione di insulina, oppure quando, pur essendo prodotta, non funziona per come dovrebbe, ed in tale ipotesi si parla di insulino-resistenza tipica dei pazienti obesi. Questo è il tipo di diabete più diffuso e si manifesta nei soggetti generalmente dai 40 anni in su, colpendo principalmente le persone in sovrappeso. Infatti, dagli studi è emerso che anche la obesità rientra tra i fattori scatenanti la patologia, al pari di quelli ereditari e di quelli ambientali, come stress, vita sedentaria ed alcune malattie. Ma questo significa anche che non ne sono immuni i minori con problemi di peso, dato il progressivo aumento della percentuale di bambini ed adolescenti obesi. Come già precisato, questo tipo di diabete comporta delle complicanze croniche capaci di intaccare il sistema cardiovascolare, quello nervoso, i reni e gli occhi. Tra le patologie più diffuse ricordiamo:

  • Il piede diabetico, che si ha quando l’arto inferiore perde la sensibilità tanto da non percepire più neppure il dolore. Ciò determina l’insorgenza di ferite, tagli od ustioni involontarie al piede oltre alla secchezza della pelle. Questo problema se trascurato può portare persino alla amputazione dell’arto;
  • La lipodistrofia, che si ha quando, nelle zone in cui viene iniettata l’insulina, si accumula nel tessuto sotto la pelle del grasso. Questo comporta un infossamento od una sporgenza della pelle che, oltre ad un danno estetico, riduce, in quella parte, anche la capacità di assorbimento della insulina, costringendo a scegliere nuove parti del corpo.
  • Le malattie microvascolari, che intaccano i piccoli vasi sanguigni compresi i capillari i quali vengono sostanzialmente indeboliti. Tale leggerezza dei vasi permette che il sangui si addensi, causando la propria rottura e la conseguente emorragia;
  • Le malattie cardiovascolari, sicuramente tra le più pericolose atteso che la maggioranza dei decessi di persone con diabete avviene a causa di ictus o attacchi di cuore.
  • La neuropatia, che è una malattia al sistema nervoso capace di coinvolgere i nervi che controllano sia organi sia le funzioni motorie o sensoriali, porta con sé sintomi come il formicolio o l’intorpidimento delle estremità del corpo (mani e piedi) e che, nei casi peggiori, può condurre alla formazione di ulcere ed alla complicanza del piede diabetico.

Il diabete gestazionale

Si parla di diabete gestazionale quando la patologia sorge per la prima volta in occasione della gravidanza e nella maggior parte dei casi, dopo il parto, regredisce. Dunque, è una tipologia di diabete che colpisce la donna.

I problemi in questo caso sono fondamentalmente tre:

  • intanto, i sintomi del diabete gestazionale sono poco evidenti e questo può essere smascherato solo grazie alla efficacia analisi delle condizioni della donna;
  • ciò premesso, se tale forma di diabete non viene diagnosticato in tempo e, quindi, la gestante ed il feto non sono curati tempestivamente, entrambi potrebbero subire danni gravi;
  • inoltre, gli studi dimostrano che il soggetto che ha avuto il diabete gestazionale ha un più alto rischio di ritorno della patologia (si parla del 50% dei casi), anche se con i sintomi tipici del tipo 2 in età avanzata.

Data la delicatezza del momento in cui compare la malattia, uno dei più belli per una donna, è quasi scontato che la cura possa dirigersi su direttive di ordine alimentare ed afferenti ala attività motoria. Ciò in quanto la terapia con l’insulina viene limitata ai casi in cui, nonostante il rispetto delle regole alimentari e dello stile di vita, i valori della glicemia rimangono superiori alla media, con tutte le possibili conseguenze a danno della donna e del feto. Mentre la cura che passa attraverso l’alimentazione sarà diretta a garantire il giusto apporto calorico per la crescita del feto, la giusta forza ed energia al corpo materno necessarie al parto e, successivamente, alla fase dell’allattamento.

Il diabete insipido

Pochi sanno che la parola diabete deriva dal greco e significa ‘passare attraverso’ e venne usata per la prima volta, pare, da tale Areteo di Cappadocia nel II° secolo dopo Cristo, per indicare tutte quelle patologie che causavano una aumentata produzione di urina. Ebbene, il diabete insipido è strettamente legato a questo iniziale significato della parola. Esso rientra nella variegata categoria dei diabeti più rari come, ad esempio, quelli da infezione, quelli derivanti da difetti genetici della beta-cellula (le più numerose tra quelle presenti nel pancreas e che producono l’insulina) o quelli indotti da farmaci o sostanze tossiche.

In questa sua forma, il diabete non dipende da un mancato o cattivo funzionamento delle cellule pancreatiche nella produzione di insulina bensì dal cattivo (o mancato) funzionamento dell’ormone vasopressina da parte dell’ipotalamo e dell’ipofisi. Spiegato in termini più semplici: il sintomo principale del diabete insipido, che è rappresentato dalla eccessiva necessità di urinare, non è determinato dalla eccessiva presenza di zuccheri nel sangue a causa del cattivo andamento dell’insulina ma dall’alterato o inesistente funzionamento della vasopressina. Si tratta dell’ormone anti-diuretico, definito così perché la sua funzione è (anche) quella di contrastare la produzione di urina: più c’è vasopressina minore sarà la sua produzione e viceversa. Può colpire chiunque, tranne nella sua forma definita nefrogenica o renale che, nel 10% dei casi, è legata alla alterazione dei geni legati al cromosoma X e, quindi, riguardante solo individui di sesso maschile.

Il diabete neonatale

Anche questa sua forma rientra nella categoria dei diabeti più rari. Il diabete neonatale aggredisce, come è desumibile dallo stesso termine, i neonati anche se, a dirla tutta, la medicina normalmente fa un distinguo tra il diabete dei neonati prima e dopo i 6 mesi. La malattia che intacca i piccoli prima dei 6 mesi di età è proprio il diabete neonatale che può essere transitorio o permanente, ha una base genetica e rappresenta una delle forme non autoimmuni della malattia. L’esordio del diabete sopra il limite dei 6 mesi di età, invece, coincide con la classica forma di diabete mellito di tipo 1 che è, per come già detto, autoimmune. La precisione nella diagnosi è fondamentale per differenziare le cure, atteso che solo nelle forme di diabete neonatale è possibile avere esiti favorevoli con la terapia orale tramite ipoglicemizzanti.

In ogni caso, uno degli elementi peggiori di questa patologia è che la sua diagnosi in un bambino molto piccolo è particolarmente difficile in quanto l’elevata quantità di urina o l’aumento della sete improbabilmente viene visto come campanello di allarme, sia da parte dei genitori che da parte dei medici. Solo il mancato aumento di peso o di lunghezza o l’inappetenza del piccolo possono determinare i sanitari a fare effettuare degli urgenti controlli glicemici.

I consigli per prevenire il diabete

Abbiamo visto che tendenzialmente nessuno di noi, senza differenza di sesso od età, può ritenersi immune dall’esordio di un possibile diabete che è molto (senza esclusività) legato ad alcuni fattori come la mancanza di attività fisica, il fumo, l’obesità, il colesterolo o la pressione sanguigna alti, la parentela con un diabetico. Abbiamo avuto modo di vedere come le forme giovanili siano legati a fattori di familiarità o genetici mentre quelle più ‘adulte’ possono dipendere da fattori alimentari o farmacologici. E se è vero che, da un lato, si tratta di una patologia cronica (eccezion fatta per il diabete gestazionale) e, dall’altro, non è possibile prevenire il mellito di tipo 1, è altrettanto certo che seguire determinate linee di guida in campo alimentare nonchè con riferimento all’attività fisica ed ai controlli, è possibile tentare di prevenire il diabete di tipo 2, più diffuso e con forte incidenza nell’età adulta.

Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che per i soggetti predisposti allo sviluppo del diabete, una buona alimentazione abbinata all’esercizio fisico e ad uno stile di vita tendenzialmente sano permettono di ridurre il rischio di esserne colpiti tra il 50-60%. Quella che segue può essere considerata, dunque, una sintesi delle strategie da attuare per prevenire il problema, provando a:

  • mantenere sempre un peso forma, cioè nei limiti del peso ideale per sesso, età e conformazione del corpo;
  • preoccuparci di avere una sana alimentazione che contempli nella dieta frutta, verdura, frutta secca e cereali;
  • mangiare meno carne sostituendolo con più pesce e più legumi;
  • limitare il consumo di grassi saturi che aumentano la probabilità di ammalarsi, ad esempio, riducendo il consumo di formaggi, stagionati o meno, ed insaccati;
  • limitare il consumo di bibite zuccherate;
  • eliminare il vizio del fumo, facendo attenzione anche al fumo passivo, parimenti nocivo;
  • combattere la sedentarietà, dedicandoci del tempo e riservandolo ad allenare il corpo grazie alla pratica di qualunque attività sportiva o fisica (come le passeggiate quotidiane o preferendo salire le scale anziché usare la comodità dell’ascensore).

di Samantha Mendicino

note

[1] Il chetone è un prodotto di scarto che l’organismo produce quando non ha a disposizione il glucosio. E così avendo, però, necessità di energia, va a produrlo in altri modi, soprattutto, tramite il metabolismo dei grassi che comporta, a sua volta, la produzione dei prodotti chetonici. Una quantità sopra la norma di chetoni causa la chetosi che, se non curata, può trasformarsi in chetoacidosi.

[2] La chetoacidosi porta con sé, come sintomi, il vomito, la disidratazione, la confusione mentale e può arrivare sino al coma.

[3] Presenza al di sopra della norma di zuccheri nel sangue.

[4] La vasopressina è nota sia come diuretina che come ormone anti-diuretico.

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