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Canapa e cannabis: nel grow shop è reato?

21 Agosto 2018
Canapa e cannabis: nel grow shop è reato?

Spaccio: non è reato coltivare e vendere nel grow shop cannabis light con thc fra 0,2 e 0,6 per cento.

Hai scoperto come aprire un grow shop ed ora hai intenzione di coltivare le piantine di canapa e cannabis e venderne derivati, semi e attrezzatura per il “giardinaggio”. Senonché non vuoi incorrere in contestazioni da parte della polizia o in sequestri che potrebbero costringerti a chiudere l’attività. Senza contare il rischio di un processo penale a tuo carico. E fai bene a prestare massima prudenza: la questione sulla coltivazione della droga per uso personale è ancora soggetta alle differenti interpretazioni dei giudici i quali non sempre forniscono gli stessi pareri. E se anche la Corte Costituzionale ha detto che la coltivazione anche di poche piantine di marijuana costituisce reato (leggi Coltivazione cannabis: è reato), i giudici di primo e secondo grado (affiancati di tanto in tanto dalla Cassazione) si sono mostrati più remissivi quando non c’è pericolo sociale per via della quantità del principio attivo prodotto. È il caso di una recente ordinanza del tribunale di Ancona [1] la quale ha annullato un sequestro preventivo d’urgenza in un negozio. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire se la canapa nel grow shop è reato?

Canapa: quando è legale

Partiamo dal verificare cosa prevede la normativa. La materia è regolata da una legge del 2016 (la numero 242) che prevede “disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”. La finalità è il sostegno e la promozione della coltura della canapa finalizzata:

  • alla coltivazione e alla trasformazione;
  • all’incentivazione dell’impiego e del consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali;
  • allo sviluppo di filiere territoriali integrate che valorizzino i risultati della ricerca e perseguano l’integrazione locale e la reale sostenibilità economica e ambientale;
  • alla produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di  diversi settori;
  • alla realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attività didattiche e di ricerca.

La coltivazione di varietà di canapa iscritte nel Catalogo comune  delle varietà delle specie di piante agricole è legale e non è sottoposta alla disciplina sulle droghe.

Dalla canapa così coltivata è possibile ottenere:

  • alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto
  • delle discipline dei rispettivi settori;
  • semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali
  • di diversi settori, compreso quello energetico;
  • materiale destinato alla pratica del sovescio;
  • materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o
  • prodotti utili per la bioedilizia;
  • materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di
  • siti inquinati;
  • coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative
  • nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati;  coltivazioni destinate al florovivaismo.

Grow shop: è legale?

Se hai già letto la nostra guida Coltivazione di piantine di droga: quando è reato saprai già bene che l’orientamento della giurisprudenza in materia di coltivazione di cannabis è ancora restrittivo e, contrariamente a quanto in molti credono, non è il numero di piantine a fare la differenza tra i comportamenti che costituiscono reato e quelli invece ancora legali.

Secondo il tribunale di Ancona, grazie alla legge 242/16 sulla cannabis sativa è lecito coltivare canapa e cannabis light e venderne i derivati quando il principio attivo thc risulta compreso fra 0,2% e 0,6%: in tal caso, infatti, la normativa non prevede misure per distruggere le piantine, impedendone l’utilizzo. Risultato: è salvo il titolare di un grow shop su confezioni di infiorescenze di cannabis.

Il consumo a fini ricreativi rientra nell’ambito di applicazione della nuova normativa che si limita a disciplinare la coltivazione della cannabis. La commercializzazione non può quindi essere punita come spaccio [3].

La legge 242/06 [1] prevede che nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni quando dai controlli sulle coltivazioni emerge un contenuto complessivo medio di thc superiore allo 0,2 per cento ma inferiore a 0,6.

Insomma: sotto la soglia dello 0,6% la coltivazione di cannabis light e la vendita dei semilavorati non deve ritenersi reato. Soltanto se si va oltre quel tetto va applicato il testo unico sugli stupefacenti.

Coltivazione casalinga di canapa indiana

In materia di illecita coltivazione di sostanze stupefacenti, le Sezioni Unite della Cassazione [4] hanno affermato che la coltivazione di piante da cui sono estraibili sostanza stupefacenti rientra in quanto tale nell’ambito delle condotte penalmente rilevanti: si tratta cioè sempre di un reato in quanto basta il semplice pericolo astratto. Tuttavia l’offensiva della condotta può anche essere oggetto di accertamento in concreto e deve essere esclusa laddove la sostanza ricavabile dalla coltivazione non sia idonea a produrre un effetto stupefacente in concreto rilevabile oppure non abbia la qualità minima per svolgere la funzione di droga.
In un caso di recente deciso dalla Suprema Corte [5], è stato dato atto dell’idoneità di tre delle piante rinvenute nell’abitazione del ricorrente a consentire di ricavare immediatamente la sostanza stupefacente e della potenzialità delle altre piante, seppur non ancora mature, a produrre in futuro lo stupefacente.


note

[1] Trib. Ancona, ord.  del 01.08.2018.

[2] Art. 1, 2 e 4 Legge n. 242/2016.

[3] Art. 73 T.U. stupefacenti

[4] Cass. S.U. sent. n. 28605/08

[5] Cass. sent. n. 38868

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 4 aprile – 24 agosto 2018, n. 38868

Presidente Di Nicola – Relatore Liberati

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 19 luglio 2013 R.D. , in esito a giudizio abbreviato, era stato condannato dal Tribunale di Rimini alla pena (condizionalmente sospesa) di mesi otto di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa, in relazione al reato di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90 (ascrittogli per avere coltivato e detenuto a fine di spaccio presso la propria abitazione sette piante di canapa indiana, suddivise in sette vasi, del peso complessivo di grammi 243,00).

La Corte d’appello di Bologna, provvedendo con la sentenza del 6 giugno 2017 sulla impugnazione dell’imputato, ha ridotto la pena inflittagli a mesi quattro di reclusione ed Euro 800,00 di multa, confermando nel resto la sentenza impugnata.

2. Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari ai fini della motivazione.

2.1. Con un primo motivo ha lamentato la violazione degli artt. 13, comma 2, 25, comma 2, e 27, comma 3, Cost., prospettando la mancanza di offensività della condotta di coltivazione della canapa indiana rinvenuta presso la propria abitazione, non essendo sufficiente a tale scopo l’accertamento del possesso di efficacia drogante di tali piante, in considerazione del loro numero esiguo e della destinazione al consumo personale, non essendovi indici rivelatori della volontà dell’imputato di cedere a terzi le foglie una volta tagliate dalle piante, con la conseguente insussistenza di un pregiudizio per l’interesse protetto dalla norma incriminatrice.

2.2. Con un secondo motivo ha lamentato la mancanza e l’illogicità manifesta della motivazione, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., in riferimento alla affermazione della propria responsabilità, fondata esclusivamente sul richiamo a precedenti giurisprudenziali, disgiunto dall’analisi della fattispecie concreta.

Considerato in diritto

1. Il ricorso, riproduttivo del primo motivo d’appello e affidato a censure generiche, prive di autentico confronto critico con la struttura argomentativa della sentenza impugnata, ma consistenti solamente nel generico richiamo a orientamenti interpretativi affermati a proposito della coltivazione di sostanze stupefacenti, è manifestamente infondato.

La Corte d’appello di Bologna ha espressamente e diffusamente richiamato la consolidata interpretazione della nozione di illecita coltivazione di sostanze stupefacenti, derivante dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 28605 del 24/04/2008 (Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008, Di Salvia, Rv. 239920; conf., ex p/urimis, Sez. 6, n. 49528 del 13/10/2009, Lanzo, Rv. 245648; Sez. 6, n. 12612 del 10/12/2012, dep. 18/03/2013, Floriano, Rv. 254891; Sez. 6, n. 22459 del 15/03/2013, Cangemi, Rv. 255732; Sez. 3, n. 9700 del 09/12/2016, dep. 28/02/2017, Iocco, Rv. 269353, circa la conformità della disciplina interna a quella comunitaria), nella quale è stato chiarito che la coltivazione di piante da cui sono estraibili sostanze stupefacenti rientra tout court nell’ambito delle condotte di cui al d.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, in quanto i reati che puniscono le varie forme di detenzione di sostanze stupefacenti sono reati di pericolo astratto, sicché, laddove il fatto sia conforme alla fattispecie tipica, ricorre necessariamente l’astratta offensività della condotta.

Le Sezioni Unite, nella medesima sentenza, hanno, poi, dato atto della possibilità di verificare l’offensività in concreto della condotta che, nel caso della coltivazione, “non ricorre soltanto se la sostanza ricavabile dalla coltivazione non è idonea a produrre un effetto stupefacente in concreto rilevabile”, ovvero allorquando la sostanza sia conforme al “tipo”, ma non abbia la qualità minima per svolgere la funzione di droga.

Ora, nella vicenda in esame, la Corte territoriale ha dato atto della idoneità di tre delle piante rinvenute nella abitazione del ricorrente a consentire di ricavare immediatamente da esse sostanza stupefacente, e anche della potenzialità delle altre quattro pure ivi rinvenute a produrre, in futuro, sostanza stupefacente.

Ciò consente di escludere la prospettata mancanza di offensività della coltivazione ascritta al ricorrente, stante la accertata idoneità di tutte le piante coltivate dall’imputato a produrre un effetto stupefacente, essendo, tra l’altro, stato affermato che ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, l’offensività della condotta non è esclusa dal mancato compimento del processo di maturazione dei vegetali, neppure quando risulti l’assenza di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, se gli arbusti sono prevedibilmente in grado di rendere, all’esito di un fisiologico sviluppo, quantità significative di prodotto dotato di effetti droganti, in quanto il “coltivare” è attività che si riferisce all’intero ciclo evolutivo dell’organismo biologico (Sez. 6, n. 6753 del 09/01/2014, M., Rv. 258998; conf. Sez. 4, n. 44136 del 27/10/2015, Cinus, Rv. 264910; Sez. 6, Sentenza n. 52547 del 22/11/2016, Losi, Rv. 268938; Sez. 6, n. 10931 del 01/02/2017, D’Antoni, Rv. 270495).

Il ricorso risulta, dunque, manifestamente infondato, per la sua contrarietà a principi da tempo consolidati e per l’evidente offensività in concreto della coltivazione ascritta al ricorrente, essendo stata accertata la capacità drogante della sostanza (cannabis sativa L) contenuta almeno nelle tre piante più sviluppate e l’idoneità delle altre a produrre in futuro sostanze stupefacenti, sicché esso deve essere dichiarato inammissibile.

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (Corte Cost. sentenza 7 – 13 giugno 2000, n. 186), l’onere delle spese del procedimento, nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si determina equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di Euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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