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Concessioni: chi le detiene e quanto ci guadagna

22 Agosto 2018 | Autore:
Concessioni: chi le detiene e quanto ci guadagna

Non solo autostrade ma anche tlc, acqua minerale, spiagge: chi le gestisce e quanto rendono. Almeno finché il Governo non cambierà le regole.

Il crollo del ponte Morandi di Genova ha portato il Governo a picchiare il pugno sul tavolo delle concessioni, in questo caso della rete autostradale in mano ad Autostrade per l’Italia e, quindi, della società Atlantia della famiglia Benetton. Ma si tratta solo di una delle 35mila concessioni pubbliche esistenti in Italia nel settore dei trasporti come in quello delle telecomunicazioni, delle acque, delle spiagge, delle risorse geotermiche, delle frequenze ed il servizio pubblico di radio e televisione, ecc. Una montagna di soldi e di interessi che, però, il Governo vuole scalare per vedere dall’alto se ci sono degli orizzonti di miglioramento, come pare si sia già intuito da tempo. Legittimo, comunque, per il cittadino chiedersi in mano a chi sono le concessioni, chi le detiene e quanto ci guadagna per il servizio pubblico reso, cioè qual è il margine di profitto che hanno le società titolari delle concessioni in base al canone pagato allo Stato per averle.

Ricordiamo, innanzitutto, che una concessione pubblica è un contratto stipulato per iscritto che comporta per il concessionario l’assunzione del rischio operativo legato alla gestione delle opere effettuate o dei servizi prestati. La Pubblica amministrazione è libera di organizzare come meglio crede la scelta del concessionario e di decidere la modalità di gestione dell’esecuzione dei lavori o della fornitura dei servizi in modo da garantire il più alto livello possibile di qualità, di sicurezza e di accessibilità.

Chi detiene la concessione si prende, quindi, il rischio operativo se non si riesce a recuperare l’investimento effettuato o il costo sostenuto per gestire lavori o servizi oggetto della concessione. Significa che chi si accolla l’onere della concessione pubblica si accolla anche non solo i guadagni ma le eventuali perdite.

La durata delle concessioni non è eterna: viene stabilita dal bando di gara dall’amministrazione o dall’ente che l’aggiudica in funzione dal lavoro o dal servizio richiesto e sulla base del suo valore e dalla sua complessità. Quelle di durata superiore ai 5 anni non può protrarsi per un tempo superiore al periodo necessario per recuperare gli investimenti da parte del concessionario. Gli investimenti comprendono quelli effettivamente sostenuti sia in una prima fase sia in corso di concessione.

Concessioni pubbliche: quali sono?

Le più importanti concessioni pubbliche riguardano i settori di:

  • infrastrutture e trasporti (autostrade, porti, funivie, aeroporti civili, ecc.);
  • risorse geotermiche;
  • idrocarburi (petrolio e gas);
  • frequenze radiotelevisive e telecomunicazioni;
  • spiagge;
  • acque (pubbliche e minerali).

Concessioni pubbliche: quali sono a rischio?

Dunque, il drammatico crollo del ponte di Genova è quello ha fatto scoppiare il caso concessioni ed ha convinto il Governo ad intervenire valutando caso per caso quelle che sono in scadenza o già scadute in settori come le infrastrutture per il trasporto, le acque minerali, le telecomunicazioni e le frequenze radiotelevisive.

Questi sarebbero i comparti più a rischio, mentre sarebbero più tranquilli i titolari delle concessioni sulle spiagge e sulla vendita ambulante (un giro complessivo da 850 milioni di euro). Un po’ perché la Lega ci tiene molto a chi lavora sulle coste, un po’ perché il Movimento 5 Stelle tifa per gli ambulanti e tende a frenare gli effetti della direttiva Bolkestein.

Le intenzioni dell’Esecutivo «legastellato» sono, quindi, quelle di controllare caso per caso, di rivedere i canoni delle concessioni e di fissare i paletti per eventuali rinnovi o non rinnovi al momento della scadenza. E, se necessario, il Governo ci metterà lo zampino della Pubblica amministrazione laddove si senta il bisogno di un supporto di strutture e di competenza per la gestione dei lavori e dei servizi oggetti delle concessioni.

Concessioni pubbliche: le autostrade

In questo momento, il dito resta puntato su Autostrade per l’Italia dopo i tragici fatti di Genova. La società in mano ad Atlantia è sul punto di vedersi revocare la concessione e così sarà se si porterà a termine la procedura di decadenza avviata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit), nonostante il rinnovo per altri 4 anni decisa lo scorso 27 aprile, cioè circa tre mesi e mezzo prima del crollo del ponte Morandi.

Ma la rivoluzione annunciata dal Governo non sarà immediata perché Autostrade per l’Italia non è l’unica concessionaria della rete nazionale. Alcune concessioni sono già scadute ed i tratti interessati vengono gestiti in proroga, come l’A3 Salerno-Reggio Calabria in mano ad Autostrade meridionali (comunque del gruppo Aspi) o l’A22 del Brennero, appena passata ad una nuova realtà imprenditoriale.

Basti pensare che le società che gestiscono le autostrade italiane sono 24, alle quali si aggiungono l’Anas ed altre società che si dividono la concessione con le Regioni (vedi la Brebemi Brescia-Bergamo-Milano in Lombardia). Troppe, secondo il Mit. Anche se, raschiando bene, poi si capisce che praticamente tute appartengono a due grandi gruppi.

Autostrade: chi le detiene

La metà della rete (2.857,5 chilometri) è in mano ad Autostrade per l’Italia, cioè Aspi, il cui 88% appartiene ad Atlantia, società della famiglia Benetton. Ad Aspi, però, fanno riferimento altre piccole società come:

  • Tangenziale di Napoli SpA;
  • Sam (Traforo del Monte Barro);
  • Rav SpA (raccordo della Valle d’Aosta);
  • Sat (autostrada tirrenica).

In totale, quei 2.800 e passa chilometri diventano più di 3.000. Ma non è finita. Aspi controlla anche quello che potremmo chiamare «l’indotto» delle autostrade e cioè:

  • Telepass;
  • Pavimental SpA (costruzioni e manutenzioni delle strade);
  • Schema34 (la gestione di Autogrill).

Al suo fianco (meglio sarebbe dire di fronte ad Autostrade per l’Italia) c’è il gruppo Gavio che tramite la Sias, cioè la Società di iniziative autostradali e servizi) controlla:

  • Satap (Torino-Milano e Torino-Piacenza);
  • Salt (che gestisce l’A12 e l’A15);
  • Sav (pr l’A5 Quincinetto-Aosta);
  • l’Adf (Autostrada dei Fiori, A10 e A6);
  • l’Asti-Cuneo;
  • Autovia Padana (attraverso Satap e con la francese Ardian);
  • Ativa (al 41,17% per la gestione della tangenziale di Torino, la Torino-Quincinetto, l’Ivrea-Santhià e la Torino-Pinerolo);
  • la Tangenziale esterna di Milano;
  • le società (partecipate) dei trafori del Gran San Bernardo e del Frejus (quindi anche la Torino-Bardonecchia).

Totale del gruppo Gavio: 1.423 chilometri di autostrada oltre ad Itinera, la società di costruzioni e manutenzioni.

Poi ci sono i pesci piccoli con in mano una concessione pubblica per la gestione di alcuni tratti autostradali, e cioè:

  • il gruppo Toto che, attraverso la società Strada dei parchi, gestisce l’A24 e l’A25;
  • la Regione Trentino e le province autonome di Bolzano e di Trento che gestiscono l’A22 del Brenero;
  • il Consorzio autostrade siciliane (Cas) che fa riferimento alla Regione Sicilia sulla rete dell’isola;
  • la finanziaria Friulia della Regione Friuli Venezia Giulia che ha in mano tre quarti della società Autovie Venete;
  • l’Anas in simbiosi con le Regioni Veneto e Lombardia e le loro Cav (Concessioni autostradali venete) e Cal (Concessioni autostradali Lombarde);
  • la Regione Lombardia per l’A7 e la tangenziale di Milano attraverso la società Milano-Serravalle;
  • l’A4 holding, concessionaria della Brescia-Verona e della Vicenza-Padova ed in mano alla spagnola Abertis, il cui acquisto da parte di Acs e, guarda un po’, di Atlantia è stato recentemente benedetto dalla Commissione europea.

Autostrade: quanto ci guadagna il concessionario

Vediamo un po’ di numeri per capire non solo chi detiene le concessioni autostradali ma anche quanto ci guadagna il titolare della concessione.

Gli ultimi dati forniti dal Ministero risalgono al 2016 e dicono che chi gestisce l’universo delle autostrade ha fatturato quasi 7 miliardi di euro, 6,89 miliardi per essere più precisi. Di questi, 5,71 miliardi se li sono lasciati gli automobilisti ai caselli per il pedaggio. Il guadagno sull’anno precedente è del 4,1%. L’utile (1,11 miliardi) è diminuito del 21,6% rispetto al 2015, anno in cui, però, era aumentato del 35%. Tutto ciò a fronte di un ammontare di investimenti pari a 1,06 miliardi, cioè la metà rispetto a quello che veniva messo sul piatto (meglio sarebbe dire sull’asfalto) cinque anni prima. In calo pure le manutenzioni: nel 2016 si è speso circa il 7% in meno rispetto all’anno precedente. Ma, purtroppo, di questo ce ne siamo accorti.

Autostrade: quando scadono le concessioni

In attesa di sapere la decisione finale ed i tempi sulla questione Autostrade per l’Italia, ci sono delle concessioni autostradali in scadenza. Il problema è che non finiranno nell’immediato e che, nel frattempo, vai a sapere quante normative cambieranno. Per fare qualche esempio, la concessione sulla Tangenziale di Napoli scade nel 2032, quella della Sat sulla Livorno-Civitavecchia nel 2046 e quella della Sitaf sulla Torino-Bardonecchia nel 2050, cioè tra più di 30 anni.

Che cosa potrebbe cambiare da qui all’eventuale rinnovo? Ad esempio, il fatto che le nuove concessioni verranno gestite dall’Autorità che regola i trasporti e non più da quella creata ad hoc nel 2011. In secondo luogo, ci dovrebbe essere una stretta sui concessionari per rafforzare i controlli e creare un piano straordinario di manutenzione.

Concessioni pubbliche: le telecomunicazioni

Altro settore a rischio tra le concessioni pubbliche è quello legato alle telecomunicazioni, anche se presenta alcune peculiarità rispetto agli altri. Questo comparto, grazie alla legge che ha introdotto le liberalizzazioni, lavora su licenze ed autorizzazioni regolamentate dal Codice di comunicazione elettronica. La torta, però, non è a portata di chiunque e, così, la maggior parte delle fette finiscono nelle mani di quei pochi che si possono permettere di partecipare alle aste per l’assegnazione delle frequenze di trasmissione. Il che, nel mercato delle Tlc si traduce in quattro nomi: Tim, Vodafone, Wind Tre e l’appena arrivata Iliad.

Detiene una concessione per le telecomunicazioni anche Open Fiber – Infratel Italia, una società che gestisce per 20 anni le aree bianche, cioè quelle ignorate dagli altri operatori. Si tratta di circa 3.000 Comuni distribuiti tra Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana e Treviso e nei quali il concessionario si è impegnato tramite la concessione a fare arrivare la banda ultra larga.

La questione delle frequenze tocca molto da vicino anche il mondo della televisione. C’è, come sappiamo, il servizio pubblico affidato alla Rai tramite una convenzione con contratto di servizio, ma c’è tutta una giungla di tv private sempre più fitta. Fino al 2032 ci sono 20 multiplex con diritto di uso attribuiti a:

  • Rai;
  • Elettronica Industriale (gruppo Mediaset);
  • Persidera (Telecom Italia. Trasmette canali come Real Time, RTL 102.5, Giallo, o DMAX);
  • CairoCommunication (La7, Cartoon Network, Boomerang, ecc.);
  • Prima TV (società del finanziere tunisino Tarak Ben Ammar e legata a Mediaset);
  • 3lettronica (gruppo Tre Italia);
  • Premiata Ditta Borghini Stocchetti (ReteCapri);
  • Europa Way.

Non bisogna dimenticare le realtà locali: ci sono quasi 600 canali televisivi territoriali che lottano per mantenere tasto nel telecomando degli italiani.

Concessioni pubbliche: le acque minerali

Un pallino nella mente del Governo (e da tempo in quella del M5S) è quello relativo alle concessioni sulle acque minerali. Un business puro e cristallino per chi le ha ottenute se, come dicono i numeri, le aziende che imbottigliano l’acqua guadagnano per ogni euro speso nel canone di concessione qualcosa come 191 euro. In un anno (nel 2015) sono riusciti a «tirare su» quasi 3 miliardi di fatturato. Quando ci ha guadagnato lo Stato? Nemmeno 19 milioni di euro. Cifre difficili da mandare giù nemmeno a bere un’intera bottiglia di acqua e che, per questo, finiranno per modificare i canoni, poco ma sicuro.

Chi detiene le concessioni sulle acque minerali? Le autorizzazioni sono 295 in mano a 194 soggetti e si concentrano soprattutto in Piemonte, dove c’è il 15% del totale. In vetta alla classifica per acqua estratta dal suolo c’è il gruppo Nestlè, cioè San Pellegrino, dopo di ché troviamo:

  • gruppo San Benedetto;
  • Fonti di Vinadio;
  • Lete;
  • gruppo Norda (comprende anche San Gemini);
  • Ferrarelle;
  • gruppo Co. Ge. Di. (Rocchetta e Uliveto);
  • Spumador;
  • Società Italiana Acque Minerali (Misia, Lieve, Rugiada e Viva);
  • Coca Cola Company (Fonti del Valture).

Per quanto riguarda le scadenze delle concessioni, le più vicine nel tempo sono nel 2021 ed interessa un quarto delle autorizzazioni. Un altro 27% scadrà nel 2022 e via via fino al 2042, quando finirà circa il 5% delle concessioni per le acque minerali.

Spetta a Veneto e Campania il primato delle concessioni sulle acque termali (insieme ne hanno il 57% delle 489 concessioni rilasciate in tutta Italia).

Concessioni pubbliche: le spiagge

Ci arriva anche qui il Governo. E non per prendere il sole, fare il bagno (e i selfie) o costruire dei castelli di sabbia, bensì per regolamentare il settore delle spiagge che, inevitabilmente, si intreccia con quello degli ambulanti e delle concessioni balneari previste dalla direttiva Bolkestein (ci sono altre gare in arrivo). Se tutto va come previsto, entro la fine del 2020 ci sarà una nuova normativa, possibilmente mirata a tutelare chi la concessione l’aveva e se l’è vista scadere. A patto, però, che l’onda della Bolkestein non travolga e faccia annegare in spiaggia i propositi del Governo.



2 Commenti

  1. E STRANO CHE VI SIETE DIMENTICATO LA CONCESSIONE PER LA DISTRIBUZIONE DEI TABACCHI DATA IN CONCESSIONE IN REGIME DI MONOPOLIO PRIVATO ,E DELLE CONCESSIONI PER LE RIVENDITE DI TABACCHI,CHE SONO NOVENNALI E DOVREBBERO ALLA SCADENZA ANDARE ALL’ ASTA ,INVECE COSA FA IL MONOPOLIO AL POSTO DI UNA NUOVA ASTA ,CON UNA TRATTATIVA PRIVATAE CON POCHI EURO RINNOVANO PER ULTRIORI 9 ANNI AL TABACCAIO,A VOI LA RISPOSTA

  2. A proposito di Concessioni autostradali, a parte un accenno velato alla mancanza di trasparenza per alcuni allegati non presenti sul sito dei Trasporti sentito oggi al TGR Lombardia, nessuno da Toninelli a voi compresi ha colto l’occasione di far risaltare che questi contratti sono (e perché mai?) “segretati”. Altro che trasparenza!

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