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Accompagnamento: spetta a chi ci vede poco?

23 Agosto 2018
Accompagnamento: spetta a chi ci vede poco?

Cecità parziale: l’indennità di accompagno è un diritto anche se l’inabile riesce a camminare con un bastone?

Uno dei tuoi parenti è ormai molto anziano. Ha quasi 90 anni ed è affetto da una cecità parziale che lo limita fortemente nelle azioni. Deve utilizzare il bastone non solo per testare il terreno vicino ai suoi piedi ma anche per conquistare la posizione eretta. L’Inps gli ha riconosciuto l’invalidità ma non vuole invece concedergli l’assegno di accompagnamento. Il rifiuto viene motivato per via del fatto che l’uomo non presenta comunque una incapacità totale a svolgere gli atti della propria vita quotidiana atteso che il difetto visivo non è tale da potersi considerare al pari di una cecità assoluta. Le cose, a tuo avviso, non stanno così e solo vedendo l’interessato si può comprendere in quali condizioni di grave difficoltà versa. Così è tua intenzione aiutarlo per far valere i suoi diritti in tribunale. Una recente ordinanza della Cassazione [1] si è occupata di un caso pressoché identico, chiarendo se l’accompagnamento spetta a chi vede poco. Ecco cosa hanno detto, in questa occasione, i giudici supremi.

Indennità di accompagnamento: quando spetta?

Come certamente saprai, l’indennità di accompagnamento – anche detta più semplicemente “accompagno” – è un assegno mensile versato dall’Inps su domanda dell’interessato. Ne hanno diritto coloro a cui è stata riconosciuta una totale inabilità, pari cioè al 100%, che può dipendere da minorazioni sia fisiche (ad esempio impossibilità a camminare) che psichiche (ad esempio Alzheimer). Ma la sola invalidità civile non basta per ottenere l’accompagnamento: è anche necessario che il soggetto non sia in grado di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore oppure sia incapace, da solo, di compiere gli atti quotidiani della vita come lavarsi, cucinare, mangiare, andare a letto. L’indennità dell’Inps serve quindi a pagare un badante che possa occuparsi dell’invalido. Tale contributo viene corrisposto per 12 mensilità a partire dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda  o, eccezionalmente, dalla data indicata dalle commissioni sanitarie nel verbale di riconoscimento dell’invalidità civile inviato dall’Istituto. Il pagamento dell’indennità viene sospeso in caso di ricovero a totale carico dello Stato per un periodo superiore a 29 giorni.

L’indennità di accompagnamento ammonta a circa 516 euro per 12 mesi.

Accompagnamento: a chi spetta?

Volendo sintetizzare i requisiti soggettivi per ottenere l’accompagnamento possiamo schematizzarli come qui di seguito riportati. Il richiedente deve:

  • essere riconosciuto totalmente inabile (100%) per minorazioni fisiche o psichiche;
  • trovarsi incapace a camminare da solo, ossia senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, oppure a compiere gli atti quotidiani della vita senza un’assistenza continua. Quindi ben si può riconoscere l’indennità a chi, pur potendo camminare, ha comunque una patologia psichica che non gli consente di badare a se stesso;
  • essere cittadino italiano;
  • essere cittadino straniero comunitario iscritto all’anagrafe del comune di residenza;
  • essere cittadino straniero extracomunitario in possesso del permesso di soggiorno da almeno un anno;
  • avere residenza stabile e abituale sul territorio nazionale.

Come ottenere l’accompagnamento?

Abbiamo appena detto che, per ottenere l’indennità di accompagno, l’invalido deve presentare una domanda all’Inps. Ma, prima di ciò, deve chiedere il riconoscimento delle condizioni sanitarie che danno diritto alla misura assistenziale. Deve farlo inoltrando una richiesta tramite il servizio, sempre gestito dall’Inps, denominato  “Invalidità civile – Invio domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari”.

Cecità non assoluta (ma quasi): spetta l’accompagno?

Nei confronti di chi ha gravi difetti visivi può essere riconosciuta l’indennità di accompagnamento anche se non si è in presenza di una situazione di cecità assoluta. Di certo, bisogna comunque attenersi alla valutazione di incapacità fatta dal consulente. I magistrati della Cassazione, nel caso di specie, ritengono rilevanti «i gravi pericoli correlati alla concreta possibilità di cadute a cui può andare incontro l’uomo». E a questo proposito essi ricordano che «il difetto di autosufficienza capace di giustificare il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento ricorre anche quando – senza che si sia in presenza di una totale ed oggettiva impossibilità di movimento – la deambulazione del soggetto si presenti particolarmente difficoltosa e limitata (nello spazio e nel tempo) ed inoltre fonte di grave pericolo in ragione di una incombente e concreta possibilità di cadute, tanto da tradursi di fatto in una incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita e da rendere, conseguentemente, necessario il permanente aiuto di un accompagnatore».

In precedenza la Cassazione ha comunque fatto rilevare che chi, pur impossibilitato da solo a camminare, riesce comunque a farlo con l’ausilio di un bastone o di un carrello, non ha diritto alla corresponsione dell’indennità di accompagnamento.

In questo la valutazione del Ctu – il consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice nel corso della causa – ha certamente un importante e dirimente valore. Tuttavia, sostiene la Cassazione, quando chiamato a decidere sullo stato di inabilità di una persona, il tribunale può comunque discostarsi dalle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, ma in tal caso deve motivare la sua scelta.


note

[1] Cass. ord. n. 20819/18 del 20.08.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 30 gennaio – 20 agosto 2018, n. 20819

Presidente D’Antonio – Relatore Perinu

Rilevato che :

To. Mi. impugna la sentenza n. 1210, depositata il 19/9/2012, con la quale la Corte d’appello di Catanzaro confermava la sentenza di primo grado, di rigetto della domanda avanzata dal To. per ottenere il riconoscimento del diritto all’indennità di accompagnamento;

la vicenda processuale può così sintetizzarsi: a) Mi. To. presentava due domande per l’indennità di accompagnamento, davanti al Tribunale di Lamezia Terme; b) il Tribunale decidendo sui due separati ricorsi, successivamente riuniti, tenuto conto di due consulenze tecniche d’ufficio aventi esito contrapposto, concordava con quella disposta nel primo procedimento (ct incaricato-dr.ssa Sgarella), che pur riconoscendo il deficit di visus parziale da cui era risultato affetto il To., sosteneva che ciò non incidesse sulla possibilità di compiere le funzioni quotidiane di vita;

la Corte d’appello disponeva nuova ctu che, avuto conto, anche delle patologie concorrenti (impossibilità di deambulare senza l’uso di un bastone che consentisse di conquistare la posizione eretta), e dell’ aggravamento delle condizioni di visus che impedivano di utilizzare il bastone, contemporaneamente, per conquistare la posizione eretta e per testare il terreno, concludeva per il riconoscimento del diritto all’indennità di accompagnamento;

la Corte territoriale, per quanto qui rileva, pur concordando con le valutazioni diagnostiche formulate nella ctu, non riteneva di concordare con la valutazione concernente il grado di incidenza delle patologie accertate, rispetto alla capacità autonoma di deambulare, in particolare, affermava che la riduzione della vista in entrambi gli occhi a 1/50, con percezione di luce , di per sé pur rendendo difficoltosa la deambulazione, non la escludeva del tutto;

avverso la pronuncia d’appello ricorre il To. affidandosi ad un unico motivo;

l’INPS ritualmente intimato difende con controricorso.

Considerato che :

1. con l’unico motivo di ricorso, articolato sotto un duplice profilo, viene denunciata in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., la violazione della legge n. 382/1970 e della legge n. 138/2001, ed in relazione all’art. 360, n.5, c.p.c, l’apparente ed insufficiente motivazione;

2. dall’esame della normativa che il ricorrente assume essere stata violata si desume: a) la cecità totale costituisce titolo sufficiente per conseguire i benefici di cui alla legge n. 382/1970; b) la cecità parziale, a seguito anche della sentenza della Corte Costituzionale 22 giugno 1989 n. 346, dichiarativa in parte qua dell’illegittimità dell’art. 1, della legge . 346/1989, si pone quale fattore concorrente, unitamente ad altre patologie, utile, per integrare lo stato di totale inabilità che attribuisce il diritto all’indennità di accompagnamento;

3. in particolare, con riferimento a tale ultimo profilo, il ricorrente deduce vizi di motivazione inerenti l’erronea valutazione, operata dalla Corte territoriale, rispetto alle conclusioni formulate nella consulenza tecnica d’ufficio espletata nel secondo grado del giudizio, in merito all’impossibilità per il To. di deambulare autonomamente in presenza del grave deficit visivo da cui, lo stesso, era affetto;

4. le censure rivolte dal ricorrente, appaiono sotto tale profilo fondate;

5. infatti, ben poteva la Corte territoriale discostarsi dalle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, nel rispetto del principio del libero convincimento e del libero apprezzamento dei fatti e delle prove, spettanti al giudice di merito, a condizione però di dar conto, con congrua motivazione immune da vizi logici, delle ragioni idonee a suffragare la diversa soluzione adottata;

6. nel caso che occupa, invece, la Corte di secondo grado, ha disatteso le conclusioni cui era pervenuto il consulente tecnico, senza indicare principi o norme tecniche che potessero consentirle di discostarsi dalle valutazioni contenute nella consulenza tecnica d’ufficio;

7. inoltre, atteso che il consulente tecnico nominato in appello aveva giustificato il riconoscimento della indennità con la peculiarità delle accertate infermità, costituite dalla quasi totale cecità, poi aggravatasi nel corso del giudizio, e dall’impossibilità di poter utilizzare il bastone d’appoggio, contemporaneamente, per conquistare la posizione eretta del corpo e deambulare correttamente in rapporto alla direzione di marcia, compromessa dall’esistenza del grave deficit visivo; ciò posto, in mancanza di utili riferimenti a parametri condivisi dalla scienza medica in materia ortopedica ed oculistica, la Corte di merito era tenuta, non condividendo le conclusioni del consulente tecnico a disporre nuovi accertamenti al riguardo;

8. parimenti, s’appalesa deficitario il plesso motivazionale del giudice d’appello, che a fronte del richiamato orientamento giurisprudenziale di legittimità (Cass. n. 3228/99), ha del tutto omesso di motivare in relazione ai principi affermati nella citata pronuncia di questa Corte , in riferimento ai gravi pericoli correlati alla concreta possibilità di cadute a cui poteva andare incontro il ricorrente a causa delle accertate patologie da cui lo stesso era affetto, ponendosi così in contrasto con i principi affermati dalla sentenza succitata:” il difetto di autosufficienza capace di giustificare il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento ricorre certamente anche allorquando – senza che si sia in presenza di una totale ed oggettiva impossibilità di movimento – la deambulazione del soggetto si presenti particolarmente difficoltosa e limitata (nello spazio e nel tempo) ed inoltre fonte di grave pericolo in ragione di una incombente e concreta possibilità di cadute, tanto da tradursi di fatto in una incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita e da rendere, conseguentemente, necessario il permanente aiuto di un accompagnatore”;

10. conclusivamente, in accoglimento, per quanto precede, del ricorso, va cassata la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catanzaro, che, nel rispetto dei principi e delle considerazioni sopra enunciati, procederà a nuovo esame della controversia e provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata, e rinvia alla Corte d’appello di Catanzaro che in diversa composizione provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.


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