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Doppio lavoro per il dipendente pubblico: è vietato?

31 Ago 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 Ago 2018



In questo articolo vedremo i casi in cui il  doppio lavoro per il dipendente pubblico è vietato ed esamineremo le situazioni in cui questo divieto può essere superato.

Sei un dipendente pubblico, e da tanti anni svolgi questo lavoro con precisione e correttezza. Ora, complice la crisi economica, i soldi per arrivare a fine mese non ti bastano più. I tuoi figli, oltretutto, stanno crescendo e le loro esigenze si sono moltiplicate: uno sta per iscriversi all’Università in un’altra città, e già ti preoccupi dei costi che dovrai fronteggiare per le tasse, i libri, la sua vita lontano da casa. Vorresti quindi svolgere un secondo lavoro, che ti consenta di avere un’entrata in più e dormire serenamente. Ti chiedi però se il doppio lavoro per il dipendente pubblico è vietato, e, in caso affermativo, se vi sono delle eccezioni. In questo articolo ti spiegherò quello che ti serve sapere per non correre rischi.

E’ risaputo che i pubblici dipendenti non possono svolgere un secondo lavoro, a pena di sanzioni che possono arrivare addirittura al licenziamento. Il divieto, sancito dalla legge [1], trova conferma anche nelle sentenze della magistratura contabile (quella che effettua un controllo sull’operato della pubblica amministrazione) [2].

Vi sono però dei casi in cui per il pubblico dipendente è possibile svolgere una seconda attività, e percepire un reddito aggiuntivo rispetto allo stipendio proveniente dall’amministrazione alla quale appartiene. Pertanto, per questa categoria di lavoratori il doppio lavoro non è sempre vietato.

Vedremo quindi, di seguito, i casi di divieto assoluto e le ragioni che li giustificano; le sanzioni previste per il lavoratore che non osserva il divieto; i casi in cui, sia pure a certe condizioni, i pubblici dipendenti possono svolgere una seconda attività.

Dipendenti pubblici e secondo lavoro: casi di divieto

La legge prevede che i pubblici dipendenti non possono:

  • lavorare alle dipendenze di datori lavoro privati. Il divieto si comprende, in considerazione del fatto che potrebbe venir meno l’imparzialità del pubblico dipendente, nonché la sua diligenza nello svolgimento delle mansioni ricoperte presso la pubblica amministrazione. Infatti, l’operato di quest’ultima deve essere caratterizzato dall’imparzialità, e il dipendente in questione potrebbe essere portato a favorire il secondo datore di lavoro, qualora se ne presentasse l’occasione. Inoltre, un rapporto di lavoro privato richiede spesso tempo ed energie, che potrebbero essere sottratte all’attività principale del lavoratore;
  • rivestire cariche in società aventi scopo di lucro. Si pensi, ad esempio, a un dipendente comunale che sia componente del consiglio di amministrazione di una società che si occupa dello smaltimento di rifiuti: il rischio sarebbe quello che cerchi di orientare l’operato dell’amministrazione alla quale appartiene, in modo da favorire la ditta che contribuisce a gestire;
  • svolgere attività di carattere commerciale o industriale. In questo caso, la tentazione potrebbe essere, per il pubblico dipendente, quella di distrarsi dal lavoro (tanto lo stipendio è assicurato), per impegnare le sue energie nello sviluppo dell’attività privata;
  • svolgere incarichi retribuiti che non provengano dall’amministrazione di appartenenza. Anche in questo caso, il rischio è che venga compromessa l’imparzialità del dipendente (secondo il soggetto da cui proviene l’incarico), oltre al suo impegno nel lavoro presso la pubblica amministrazione.

Dipendenti pubblici e secondo lavoro: casi di incompatibilità relativa

Il divieto di svolgere un secondo lavoro, per i dipendenti pubblici, non è assoluto. Vi sono, infatti, dei casi in cui questo è possibile, previa autorizzazione dell’amministrazione alla quale il lavoratore appartiene. Ciò è consentito qualora il rapporto di impiego sia a tempo parziale, e impegni il 50% del tempo rispetto all’incarico a tempo pieno. In questi casi, in linea di massima, per il pubblico dipendente è possibile svolgere una seconda attività, perché ciò potrebbe impegnarlo nelle ore libere. Però, è necessario che l’amministrazione svolga preliminarmente un controllo sulla natura del secondo lavoro che il dipendente vorrebbe svolgere. Se riterrà detto lavoro compatibile con il ruolo ricoperto dal lavoratore al suo interno, darà l’autorizzazione.

Quest’ultima è necessaria, perché occorre accertare che il secondo lavoro:

  • non sia contrario alla legge. Qual è il secondo lavoro che il dipendente vorrebbe svolgere? E’ necessario accertarsi che la legge lo consenta. Senza pensare a casi estremi, in cui certi comportamenti potrebbero configurare un reato, esistono attività che la legge italiana non consente di esercitare. Si pensi ad iniziative che si presentano come di carattere commerciale, ma che integrano delle vere e proprie “catene di S. Antonio”, in cui vengono reclutate persone che pagano una quota per entrare, e non devono fare altro che reclutare, a loro volta, altri sprovveduti che devono fare la stessa cosa … Oppure al caso di chi vuole aprire un sito che consenta di scaricare film gratis;
  • non comporti conflitti di interesse. Anche se si tratta di un’attività che impegna poco tempo al giorno, essa potrebbe essere di natura, o appartenere a un ambito, tale da pregiudicare l’imparzialità del dipendente;
  • non comprometta l’impegno e l’efficienza del dipendente nello svolgimento del suo lavoro presso l’amministrazione. Potrebbe, infatti, trattarsi di un’attività tale da indurre il lavoratore a dedicarvisi anche durante le ore di ufficio.

L’incompatibilità relativa riguarda anche:

  • i docenti universitari a tempo definito, per i quali i criteri di concessione dell’autorizzazione sono sanciti da appositi regolamenti e statuti dell’Università di appartenenza;
  • le categorie di lavoratori ai quali la stessa legge consente di svolgere attività professionale in aggiunta al lavoro prestato presso la pubblica amministrazione (ad esempio i medici, o gli insegnanti, che  possono effettuare lezioni private, previa autorizzazione del dirigente scolastico).

Il dipendente che non chieda e ottenga l’autorizzazione a dedicarsi a un secondo lavoro rischia, come vedremo, di dover riversare i compensi percepiti nel bilancio dell’amministrazione di appartenenza.

Quando non serve l’autorizzazione per il doppio lavoro del dipendente pubblico

Vi sono dei casi particolari in cui, per la natura o l’ambito in cui la seconda attività viene svolta, vi è certezza, a priori, che essa non sia in contrasto con la legge, non violi il dovere di imparzialità e non distragga il pubblico dipendente dalle mansioni svolte presso l’amministrazione.

L’autorizzazione pertanto non serve per [3]:

  • gli incarichi di collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili;
  • la percezione di profitti derivanti da opere dell’ingegno o da invenzioni industriali di cui il dipendente sia autore o inventore (si pensi al pubblico dipendente che ha scritto un libro e percepisce i diritti d’autore);
  • la partecipazione a convegni e seminari. Un pubblico dipendente, se competente in un certo ambito, può essere chiamato a relazionare a un convegno e percepire un compenso dagli organizzatori;
  • gli incarichi per i quali è corrisposto solo un rimborso delle spese documentate. Ovviamente il rimborso spese è cosa diversa dal compenso;
  • i casi in cui il dipendente, per lo svolgimento dell’incarico, è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo. Sono, queste, situazioni in cui il lavoratore non riveste, sia pure per qualche tempo, un ruolo attivo nell’amministrazione alla quale appartiene;
  • coloro che lavorano presso sindacati, se si tratta di incarichi conferiti dalle stesse organizzazioni;
  • le attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione, e quelli di docenza e di ricerca scientifica.

Dipendenti pubblici e secondo lavoro: sanzioni

Nel caso in cui il dipendente pubblico non rispetti le disposizioni di legge in materia di secondo lavoro, sono previste delle sanzioni a suo carico.

La prima di queste sanzioni è la diffida: il dirigente, non appena venga a conoscenza del fatto che un suo sottoposto svolge una seconda attività in caso di incompatibilità assoluta, gli invierà una diffida. Questo atto serve ad avvertire il dipendente che ha violato la legge, evitando che incorra in sanzioni più pesanti. In esso il dirigente lo inviterà a porre fine immediatamente alla seconda attività.

Se il dipendente non dà seguito alla diffida entro quindici giorni dalla notifica di essa, e quindi non lascia il secondo lavoro, può essere licenziato per giusta causa. Se, invece, il lavoratore attua la diffida e pone fine alla situazione di incompatibilità, eviterà il licenziamento, ma potrà comunque essere sottoposto a sanzioni disciplinari (multa o sospensione dal servizio).

Diverso è il caso dell’incompatibilità relativa: in questo caso, come abbiamo detto, il dipendente che svolge il secondo lavoro senza avere chiesto l’autorizzazione, o senza averla ottenuta, verserà i guadagni derivanti dalla seconda attività nel bilancio dell’amministrazione di competenza, e, naturalmente, dovrà provvedere a “mettersi in regola” chiedendo la necessaria autorizzazione.

Se, dunque, lavori alle dipendenze di una pubblica amministrazione e vuoi svolgere una seconda attività, devi fare molta attenzione ai casi in cui il doppio lavoro per il dipendente pubblico è vietato. In particolare:

  • se lavori a tempo pieno, ricorda che, in linea di massima, non puoi svolgere una seconda attività. Se le esigenze familiari lo richiedono, considera la possibilità che l’attività venga svolta dal tuo coniuge o da un altro componente della famiglia. Considera comunque i casi in cui il divieto subisce un’eccezione, e controlla se il lavoro che vorresti svolgere vi rientra o meno;
  • se lavori a tempo parziale, prima ancora di iniziare la seconda attività chiedi l’autorizzazione all’amministrazione di competenza, dando ampie spiegazioni sull’attività che vorresti svolgere e sulle ragioni per le quali essa non comporta nessuna incompatibilità.

Così potrai incrementare il tuo reddito, senza incorrere in spiacevoli conseguenze.

note

[1] Corte dei Conti, sent. n.216/2014

[2] Art. 60 DPR n.3/1957; D.lgs 165/2001

[3] D.lgs 165/2001


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