Diritto e Fisco | Articoli

Supplenti: quando il risarcimento?

26 Agosto 2018 | Autore:
Supplenti: quando il risarcimento?

Il decreto Dignità elimina il limite di 36 mesi sul rinnovo dei contratti a termine della scuola ignorando la giurisprudenza che dà ragione ancora ai precari.

Fare il supplente a vita è un rischio ma non sempre è legale. Se c’era ancora qualche dubbio, il Tar della Lombardia lo ha risolto con una sentenza [1] grazie alla quale un professore di matematica ed informatica l’ha spuntata sul Ministero dell’Istruzione ed ha ottenuto un risarcimento per essere stato precario durante diversi anni. Ecco, appunto: quanto tempo deve passare prima di puntare i piedi in Tribunale ed ottenere quello che aspetta ai supplenti? Quando il risarcimento? Belle domande, le cui risposte non sono affatto scontate.

La giurisprudenza si è pronunciata più volte sulla condizione di precariato dei supplenti della scuola. Il problema è che anche il Governo ha fatto altrettanto in tempi recentissimi. L’Esecutivo guidato da Lega e Movimento 5 Stelle, nel cosiddetto «decreto Dignità», ha di fatto cancellato quello che i suoi predecessori, la Corte Costituzionale e la Cassazione avevano sancito, cioè il limite di 36 mesi per rinnovare i contratti a termine degli insegnanti. Significa che maestri e professori devono attendere un miracolo per avere un posto fisso.

La sentenza del Tar della Lombardia cambierà qualcosa? Per adesso prendiamone atto del fatto che, secondo il Tribunale amministrativo, i supplenti che si sono visti rinnovare il contratto a tempo determinato per anni ed anni hanno diritto al risarcimento. Sarà, poi, da vedere se nella pratica sarà così o toccherà battagliare, caso per caso, contro il Ministero a causa del decreto approvato dal Governo.

Ma cerchiamo di fare chiarezza rileggendo ciò che dicono le norme e la giurisprudenza su quando spetta il risarcimento ai supplenti (se spetta, a questo punto).

Supplenti e risarcimento: il decreto Dignità

A sorpresa, il Governo ha preso in mano il bianchetto ed ha cancellato la norma che poneva il limite di 36 mesi per rinnovare sistematicamente i contratti a tempo determinato degli insegnanti, il che condanna questi ultimi ad essere supplenti a vita. Perché a sorpresa? Perché il decreto in questione è stato presentato agli italiani come uno strumento per porre fine all’abuso del precariato attraverso l’introduzione della causale dal secondo rinnovo. Insomma, quando un’azienda (in questo caso la Pubblica amministrazione in quanto datore di lavoro di chi esercita la professione a scuola) rinnova un contratto a termine con un altro contratto a termine, deve dire perché. C’è, poi, il «no» dell’Unione europea a questo sistema di continui rapporti di lavoro a tempo determinato, una posizione che Bruxelles ha espresso con delle sanzioni economiche all’Italia.

Motivazioni, però, che non hanno impedito all’attuale Governo di cancellare quanto approvato da quello precedente attraverso un altro decreto, quello noto come «Buona scuola» [2], che prevedeva il divieto di rinnovare i contratti a termine del personale docente, amministrativo, educativo, tecnico ed ausiliario per un periodo complessivo di 36 mesi anche non continuativi. In altre parole: accumulati 3 anni di precariato, il supplente doveva essere assunto con contratto fisso, cioè diventare di ruolo.

Ora, con la mossa del Governo «gialloverde» la Pubblica amministrazione non è più tenuta a farlo: i contratti a tempo determinato possono essere rinnovati come tali in eterno.

Supplenti: le conseguenze del decreto Dignità

Quali sono le conseguenze del decreto Dignità che ha cancellato il limite dei 36 mesi per il rinnovo dei contratti dei supplenti a scuola? La prima appare fin troppo evidente: gli insegnanti rischiano di non avere mai un posto fisso, di non poter fare dei programmi nella loro vita temendo che un rinnovo possa saltare.

C’è, poi, una questione di principio: gli insegnanti diventano, così, dei lavoratori discriminati rispetto agli altri per i quali vale la regola dei 36 mesi se non ci sono dei motivi validi per non farlo. Ricordiamo, infatti, che lo stesso decreto riduce ad un massimo di 12 mesi (24 con causali, seppur molto restrittive).

Terza conseguenza, non indifferente: lo Stato si deve preparare a pagare una montagna di risarcimenti ai supplenti che intenderanno fare causa, visto che la giurisprudenza (e ed il parere dell’Ue) non ha cambiato opinione al riguardo. E la sentenza del Tar della Lombardia che abbiamo citato all’inizio e che ora vediamo nel dettaglio è soltanto l’ultimo esempio che conferma questo orientamento dei giudici.

Supplenti e risarcimento: il parere del Tar della Lombardia

Quanto previsto dal decreto Dignità non ha impedito a qualche supplente di ottenere il risarcimento per anni ed anni di precariato. È il caso del professore di matematica ed informatica a cui il Tar della Lombardia (sezione di Brescia) ha riconosciuto il diritto ad avere dal Miur un indennizzo perché il suo contratto di lavoro è stato sistematicamente rinnovato per ben 10 anni. Il Ministero dovrà riconoscergli tutte le mensilità non pagate nei periodi di interruzione dalla data del primo contratto fino a quando è diventato di ruolo.

L’insegnante ha portato sul tavolo dei giudici l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato [3] reso vincolante da una direttiva europea [4], violato (a suo parere) dal precariato a cui era stato costretto. Inoltre, chiedeva l’applicazione della normativa nazionale sul limite dei 36 mesi di cui abbiamo già parlato ed il relativo risarcimento del danno.

Il Tar (trovi in basso la sentenza) ha dichiarato illegittimo il rinnovo seriale dei rapporti di lavoro in quanto privo di motivazioni oggettive ed ha condannato il Ministero a riconoscere all’insegnante entro 120 giorni dal deposito della sentenza un risarcimento pari alle mensilità non riconosciute durante i periodi di pausa tra un contratto e l’altro, detraendo gli importi percepiti dal lavoratore per ferie non godute e per indennità di disoccupazione ma aggiungendo i contributi previdenziali spettanti in quando lavoratore dipendente.

Il Tribunale amministrativo bresciano ha basato la sua decisione sulla giurisprudenza esistente, cioè sulle motivazioni che smontano il decreto Dignità dell’attuale Governo e che vediamo in seguito.

Supplenti e risarcimento: il parere della Corte Costituzionale

Tra gli organi che si erano già pronunciati sul precariato degli insegnanti ed il risarcimento ai supplenti che si trovavano il contratto di lavoro a termine continuamente rinnovato, c’è la Corte Costituzionale, secondo cui questa pratica è costituzionalmente illegittima se priva di motivi plausibili [5]. La Consulta aveva ricordato quanto stabilito dal decreto sulla Buona scuola, riconoscendo il diritto al risarcimento di chi rischia di vedersi precario a vita. Un pericolo concreto perché sono escluse delle nuove assunzioni se non quelle di chi già era in graduatoria. Il resto deve accontentarsi del risarcimento, garantito dalla legge attraverso un fondo creato appositamente per questo e confermato dalla Cassazione [6]. La Corte Suprema ha disposto un risarcimento tra 2,5 e 12 mensilità per circa 200mila insegnanti [7].

Supplenti e risarcimento: il parere della Corte europea

Non solo i giudici italiani ma anche quelli europei si sono pronunciati sulla nostra normativa riguardante il risarcimento dei supplenti della scuola condannati al precariato a vita per i continui rinnovi dei contratti a termine. La Corte di Giustizia, infatti, ha condannato l’Italia a risarcire il precario della Pubblica amministrazione quando rimane tale, anche se non ha dichiarato necessaria la stabilizzazione del rapporto di lavoro [8].

La Corte si era pronunciata sul caso di una donna che per anni ha lavorato alle dipendenze del Comune di Valderice, in provincia di Trapani, con continui contratti di precariato, prima come lavoratrice socialmente utile (dal 1996), poi con contratto di collaborazione coordinata e continuativa (dal 2005) ed infine con contratti a tempo determinato. Il Tribunale di Trapani le aveva dato ragione ed aveva disposto un risarcimento.

Supplenti e risarcimento: l’entità del danno

Come si quantifica il danno subìto da un supplente per la continua precarizzazione del suo lavoro? Il danno che deve essere risarcito è comporto da:

  • l’indennità forfettaria tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità sulla base dell’ultima retribuzione;
  • la cosiddetta perdita di chances (cioè il fatto di non poter migliorare la propria condizione) subordinato alla prova a carico dell’insegnante di avere perso altre possibilità di lavoro a causa del contratto a termine stipulato con la Pubblica amministrazione, in questo caso con la scuola.

Su questi due elementi si è espressa la Corte europea stabilendo che:

  • l’indennità forfettaria deve essere consona alla durata degli impieghi prorogati in modo abusivo e dell’anzianità di servizio e, pertanto, deve essere aumentata: l’importo simbolico più qualche briciola come compensazione trascurabile non possono essere, secondo i giudici europei, una misura adeguata;
  • la perdita di chances potrebbe essere teorica e difficilmente dimostrabile da parte del lavoratore. Per questo, sostiene la Corte Ue, spetta al giudice effettuare le dovute verifiche.

Supplenti a scuola: come funziona il contratto a termine?

Ci sono diversi tipi di contratto per chi lavora nella Pubblica amministrazione e, di conseguenza, anche per chi lavora nel mondo della scuola. Nel dettaglio:

  • contratto di lavoro dipendente ordinario: ci si accede con concorso o selezione pubblica per arrivare al rapporto a tempo indeterminato (insegnante di ruolo, in questo caso);
  • contratto di lavoro flessibile: c’è l’assunzione ma a tempo determinato a vincolata a certe modalità. In particolare, la scuola può proporre, oltre al contratto a termine, quello a somministrazione rispettando i princìpi di imparzialità e di trasparenza e senza ricorrere allo stesso lavoratore con più tipi di contratto per periodi superiori ai 3 anni negli ultimi 5. Norma, però, che contrasta con quella prevista dal decreto Dignità.

Supplenti e risarcimento: come ottenerlo

I supplenti della scuola che hanno vissuto situazioni di lungo precariato e che hanno intenzione di chiedere un risarcimento prima di subire ulteriori danni a causa del decreto Dignità possono, dunque, presentare ricorso al giudice. Il ricorso deve dimostrare l’abuso subìto, quindi occorre allegare tutti i contratti a termine e le eventuali prove del precariato illegittimo a cui si è stati sottoposti. Da non dimenticare il conteggio sulle somme percepite in modo da quantificare l’importo a cui si avrà diritto nel caso in cui il ricorso venga accolto.


note

[1] Tar Lombardia, sez. Brescia, sent. n. 810(2018 del 21.08.2018.

[2] Art. 1 co. 1 legge n. 107/2015 del 13.07.2015.

[3] Clausola 5, paragrafo 1, Accordo Quadro del 28.06.1999.

[4] Direttiva europea n. 1999/70/CE.

[5] Art. 1 cc. 1 e 19 legge n. 124/1999.

[6] Cass. sent. n. 5972/2016.

[7] Cass. sent. n. 27384/2016.

[8] Corte Ue sent. del 07.03.2018.

TAR Lombardia, sez. Brescia, sez. I, sentenza 6 giugno – 21 agosto 2018, n. 810
Presidente Politi – Estensore Pedron

Fatto e diritto

1. Il ricorrente, abilitato all’insegnamento nelle classi di elettronica e matematica, ha svolto plurime supplenze annuali, o per periodi inferiori, in qualità di professore di matematica e informatica in diversi istituti tecnici rientranti nella competenza degli Uffici Scolastici di Catania, Bologna e Brescia. Le supplenze si collocano nel periodo compreso tra il 16 gennaio 2003 e il 30 giugno 2012. Dal 1 settembre 2012 il ricorrente è assunto in ruolo.
2. Nel 2011 il ricorrente ha proposto ricorso davanti al Tribunale di Brescia per far accertare l’illegittimità della reiterazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato. La tesi sostenuta è che una serie prolungata di supplenze costituirebbe violazione della clausola 5 par. 1 dell’Accordo Quadro sul Lavoro a Tempo Determinato del 18 marzo 1999, reso vincolante dalla Dir. 28 giugno 1999 n. 1999/70/CE. Essendo stato superato il limite massimo di 36 mesi stabilito dagli art. 1 comma 1, e 5 comma 4-bis, del Dlgs. 6 settembre 2001 n. 368 in attuazione della suddetta direttiva, il ricorrente ha chiesto la disapplicazione delle norme nazionali sulle assunzioni temporanee nella scuola e la conversione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro, con risarcimento del danno.
3. Questa tesi è stata condivisa dal Tribunale di Brescia nella sentenza n. 5 del 16 febbraio 2016, passata in giudicato. La suddetta pronuncia ha dichiarato illegittima la reiterazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato, in quanto privi di ragioni oggettive. Su questo presupposto, preso atto della sopravvenuta immissione in ruolo del ricorrente, il giudice del lavoro ha condannato il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca a pagare, a titolo risarcitorio, una somma pari alle mensilità non corrisposte (da determinare in misura equivalente a quella spettante ai docenti di ruolo e con riconoscimento degli scatti di anzianità via via maturati sulla base della progressione economica) in tutti i periodi di interruzione del rapporto di lavoro dalla data del primo contratto sino all’immissione in ruolo, previa detrazione degli importi versati al ricorrente a titolo di ferie non godute e di indennità di disoccupazione, oltre agli interessi legali dalla decisione al saldo. A carico del Ministero sono state poste anche le spese di lite, liquidate (per la parte non compensata) in € 1.000, oltre a IVA, CPA, e spese generali al 15%.
4. Nel presente giudizio il ricorrente ha proposto l’azione di ottemperanza, lamentando l’inerzia del Ministero nel dare esecuzione alla sentenza n. 5/2016, ed evidenziando che finora è stato corrisposto solo un importo pari a € 729,56, ossia la metà delle spese di lite incrementata degli oneri di legge (accredito del 10 ottobre 2016). Oltre al pagamento di quanto spettante, somma inizialmente non esplicitata, il ricorrente ha chiesto la relativa regolarizzazione pensionistica e la liquidazione delle penalità di mora. Nella memoria depositata il 29 maggio 2018 il ricorrente ha precisato il contenuto della richiesta economica, indicando un importo finale complessivo (detratte le voci indicate dal giudice del lavoro) pari a € 25.557,56, oltre agli interessi legali (v. stima – doc. 28).
5. Il Ministero si è costituito in giudizio, chiedendo la reiezione del ricorso, ed evidenziando in ogni caso le difficoltà tecniche di esecuzione della sentenza, sia per la complessità della materia sia per l’incompletezza dei dati trasmessi dagli Uffici Scolastici Regionali.
6. Così riassunta la vicenda, sulle questioni rilevanti ai fini della decisione si possono svolgere le seguenti considerazioni:
(a) la sentenza n. 5/2016 pone in effetti dei problemi interpretativi, in quanto la motivazione, dopo aver qualificato come illegittima e discriminatoria l’apposizione del termine finale ai singoli rapporti di lavoro, individua due tipologie di danno, ossia, da un lato, la mancata retribuzione nei mesi di luglio e agosto (pag. 18), e dall’altro il mancato riconoscimento dell’anzianità economica (pag. 20-21). Nel dispositivo, invece, il Ministero viene condannato a pagare le mensilità corrispondenti agli intervalli tra i singoli rapporti di lavoro, ma, per quanto riguarda gli scatti di anzianità, la quantificazione viene prevista solo per le mensilità non corrisposte, non per la carriera complessivamente intesa;
(b) il fatto che la motivazione risulti potenzialmente idonea a sostenere un dispositivo più ampio non significa che vi sia contraddizione interna. Il giudice del lavoro ha semplicemente chiarito nel dispositivo quali parti della motivazione debbano passare nella decisione del caso in esame, e quali rimangano obiter dicta;
(c) nello specifico, quindi, non è necessario ridefinire l’intera posizione economica del ricorrente ipotizzando un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato con decorrenza dal 16 gennaio 2003, e conseguentemente non devono essere ricalcolate su base annuale le voci accessorie della retribuzione, come ad esempio la tredicesima mensilità;
(d) al ricorrente spettano invece le mensilità corrispondenti all’interruzione dell’attività lavorativa. In proposito, è possibile fare riferimento al curriculum giuridico prodotto dal Ministero (v. doc. 2). Il calcolo deve essere effettuato mese per mese, e non trasformando il totale delle giornate in mesi convenzionali di 30 giorni. Oltre ai mesi di luglio e agosto, devono essere retribuiti anche i restanti mesi non inseriti in un rapporto di lavoro, in quanto l’indicazione dei mesi estivi contenuta nella sentenza si deve ritenere puramente esemplificativa. Poiché il risarcimento riguarda tutti gli intervalli non coperti dai singoli rapporti di lavoro fino all’immissione in ruolo, devono essere considerate anche le frazioni di mese (secondo il rapporto tra i giorni fuori contratto e il totale dei giorni del mese in questione);
(e) per stabilire la retribuzione mensile da utilizzare come base di calcolo, trattandosi di intervalli di disoccupazione inseriti in una sequenza di rapporti di lavoro non modificata dalla sentenza, il criterio preferibile è quello dell’ultima retribuzione versata al ricorrente per un intero mese di lavoro prima di ogni singola interruzione dell’attività lavorativa. Non si cerca quindi un valore medio, ma l’importo mensile versato al ricorrente subito prima della scadenza delle singole supplenze. Questa retribuzione, verosimilmente, tiene conto della progressione economica fino a quel momento, e ha il vantaggio di rispettare l’andamento della curva delle retribuzioni all’interno della sequenza dei rapporti di lavoro. È possibile desumere l’importo dal netto complessivo della busta paga, senza effettuare ricalcoli delle singole voci, anche se relative a prestazioni straordinarie o variabili. Devono però essere escluse le voci una tantum relative a rimborsi spese o a indennità liquidate in via cumulativa (ad esempio, il pagamento sostitutivo delle ferie non godute);
(f) dalle retribuzioni devono essere detratte l’indennità di disoccupazione e l’indennità per ferie non godute, come stabilito dal giudice del lavoro;
(g) per quanto riguarda la prima voce, il ricorrente ha documentato attraverso il Cassetto Previdenziale INPS (v. riepilogo – doc. 27) di aver beneficiato di prestazioni di disoccupazione tra il 2006 e il 2012 per un totale di € 16.412,39. Questo importo è coerente con i dati forniti dal Ministero (v. doc. 4-a). Il Ministero sostiene poi che risulterebbero ulteriori pagamenti dell’indennità di disoccupazione nel periodo 2011-2015 (v. doc. 4-b). Questa estensione del beneficio non sembra tuttavia un fatto certo, sia perché è incompatibile con l’immissione in ruolo del ricorrente a partire dal 1 settembre 2012, sia perché il nome del beneficiario degli ulteriori pagamenti non coincide perfettamente, nella e-mail di invio dei dati, con quello del ricorrente. L’importo che deve essere detratto dalle retribuzioni rimane quindi fissato in € 16.412,39;
(h) per quanto riguarda l’indennità per ferie non godute, il ricorrente ne fornisce una stima approssimativa in € 5.042, ossia circa 100 €/giorno. Il Ministero offre dati più precisi, ma parziali (v. doc. 5-b), quantificando le ferie non godute in 21,17 giorni (anno scolastico 2005-2006), 24,47 giorni (anno scolastico 2009-2010), e 23,47 giorni (anno scolastico 2010-2011). Per gli stessi periodi sono esposte in dettaglio le indennità versate al ricorrente. Poiché le Ragionerie Territoriali dello Stato sembrano in condizione di fornire i dati completi per tutti gli anni scolastici che qui interessano, il Ministero dovrà disporne l’acquisizione nel termine tassativo previsto dalla presente sentenza per il completamento della procedura di ottemperanza. In caso di inerzia degli uffici, o di impossibilità di risalire ai dati, l’importo netto delle indennità per ferie non godute resterà fissato in € 5.042;
(i) una volta calcolate le retribuzioni mensili, e detratte le indennità corrisposte, dovranno essere applicati gli interessi legali dal 16 febbraio 2016 al saldo;
(j) le retribuzioni mensili, al netto delle indennità corrisposte e degli interessi legali, dovranno inoltre essere regolarizzate sotto il profilo previdenziale con il versamento dei relativi contributi, in quanto la situazione giuridica sottostante, come accertata dal giudice del lavoro, è assimilabile alla prestazione di attività lavorativa subordinata. Il relativo onere è a carico del Ministero;
(k) al ricorrente dovrà infine essere corrisposta la seconda metà delle spese legali liquidate dal giudice del lavoro, ossia € 500, oltre agli oneri di legge;
(l) la complessità della sentenza oggetto del ricorso per ottemperanza non consente di ritenere equa la liquidazione di penalità di mora ex art. 114 comma 4-e cpa. La questione potrà tuttavia essere riesaminata ai sensi dell’art. 114 commi 6 e 7 cpa, all’interno di una valutazione complessiva delle circostanze sopravvenute, qualora il credito del ricorrente continuasse a rimanere insoddisfatto dopo la scadenza del termine tassativo di completamento della procedura di ottemperanza.
7. Il ricorso deve pertanto essere accolto nei limiti e con le precisazioni di cui ai punti precedenti.
8. Per il completamento della procedura di ottemperanza è fissato il termine tassativo di 120 giorni dal deposito della presente sentenza. Quale commissario ad acta è individuato il direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, con facoltà di delega a un dirigente di struttura. Trattandosi di funzionari dell’amministrazione resistente, non deve essere stabilito alcun compenso.
9. Nel termine tassativo sopra indicato il commissario ad acta acquisirà i dati ancora mancanti ed effettuerà il calcolo degli importi dovuti al ricorrente, secondo le indicazioni contenute nella presente sentenza, curando inoltre l’emissione dei relativi mandati di pagamento. Entro il medesimo termine dovrà essere avviata la procedura di regolarizzazione previdenziale.
10. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza, e possono essere liquidate in € 1.500, oltre agli oneri di legge.
11. Il contributo unificato è a carico dell’amministrazione ai sensi dell’art. 13 comma 6-bis.1 del DPR 30 maggio 2002 n. 115.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Prima)
definitivamente pronunciando:
(a) accoglie il ricorso, nei limiti e con gli adempimenti precisati in motivazione;
(b) nomina commissario ad acta il direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, con facoltà di delega a un dirigente di struttura;
(c) condanna il Ministero a corrispondere al ricorrente, per le spese del presente giudizio, la somma di € 1.500, oltre agli oneri di legge;
(d) pone il contributo unificato a carico del Ministero;
(e) incarica la segreteria del TAR di trasmettere la presente sentenza al commissario ad acta.

 


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube