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Videoriprese dei dipendenti: valide se c’è consenso?

26 Agosto 2018
Videoriprese dei dipendenti: valide se c’è consenso?

Riprese di telecamera sul lavoro con il consenso scritto dei lavoratori: sono valide se non viene rispettata la disciplina dello Statuto dei lavoratori e non c’è l’accordo coi sindacati?

Questa mattina, quando sei arrivato al lavoro, hai trovato gli operai che stavano montando una telecamera in un angolo della stanza dove hai la postazione. Si tratta di una stanza dove entrano ed escono clienti. Il capo ha motivato questa sua scelta con la necessità di prevenire furti e disincentivare i malintenzionati dal commettere crimini. Alla fine dei conti, però, la tua scrivania viene centrata dall’obiettivo e tu sarai costantemente monitorato. Proprio per evitare contestazioni da parte tua e dei tuoi colleghi, il datore di lavoro sta facendo girare un foglio da firmare. In esso c’è la richiesta di consenso all’impianto di videosorveglianza. Sai bene che il documento ti sarà posto sulla scrivania senza possibilità di scegliere se aderire o meno alla richiesta. Così sarai costretto ad autorizzare le telecamere. Ma il tuo lavoro, da oggi in poi, cambierà: con l’occhio vigile dei superiori non sarai più spontaneo e ti sentirai il fiato sul collo. Anche un dito nel naso non sfuggirà a chi potrà supervisionare le immagini. Così ti chiedi se una pratica del genere sia legale: sono valide le videoriprese dei dipendenti se c’è il consenso da parte di questi? La domanda ha trovato una risposta in diverse sentenze della giurisprudenza. La stessa Cassazione si è, proprio di recente, pronunciata sul punto [1]. Vediamo dunque cosa è stato detto in questa occasione e cosa può fare il datore di lavoro in tema di controlli a distanza.

Spiare i dipendenti con le telecamere: si può?

Spiare i dipendenti con una telecamera è reato. Per quanto la materia del lavoro richiami alla mente solo illeciti di natura civile (il mancato pagamento degli stipendi) o amministrativa (assenza di misure di sicurezza, l’omesso versamento dei contributi sotto una certa soglia), per le condotte più gravi c’è anche il penale. Secondo la Cassazione [2], la videosorveglianza attuata senza il rispetto delle condizioni previste dalla legge è illegittima e comporta un rischio penale per l’imprenditore.

Ad occuparsi dei controlli a distanza è lo Statuto dei lavoratori [3]. In esso vi è l’esplicito divieto di usare le telecamere all’interno del luogo di lavoro per controllare la prestazione dei dipendenti (ossia verificare se questi lavorano, chiacchierano, rispondono al cellulare, ecc.). La telecamera può essere installata solo per specifici fini:

  1. esigenze organizzative e produttive: si pensi alla necessità di riprendere un macchinario per verificare che questo funzioni correttamente e finisca un ciclo di produzione per iniziarne un altro; oppure a una telecamera posta sull’uscio del negozio per vedere se entrano clienti e riceverli;
  2. sicurezza del lavoro: si pensi a una telecamera in un ufficio postale o in una banca per dissuadere i ladri dalla tentazione di fare una rapina;
  3. tutela del patrimonio aziendale: si pensi a una telecamera posta nei vari reparti del supermercato per evitare che qualche cliente – o qualche dipendente stesso – prelevi della merce senza pagarla.

Come installare una telecamera al lavoro

Il rispetto delle finalità appena indicate non basta per ritenere lecita la telecamera. Bisogna osservare poi una particolare procedura:

  • la telecamera deve essere visibile (non può essere nascosta) e i dipendenti devono essere informati della sua presenza;
  • l’installazione deve essere effettuata previo accordo con i sindacati o, in mancanza, con l’autorizzazione della direzione del lavoro. 

Infine, il datore di lavoro deve:

  • nominare un incaricato della gestione dei dati registrati dall’impianto di videosorveglianza in modo da tutelare la privacy di coloro che vengono ripresi;
  • conservare le immagini raccolte solo per un massimo di 24 ore dalla rilevazione (salvo speciali esigenze).

Leggi anche Telecamere di controllo sul lavoro: dove possono stare?

Per montare la telecamera basta il consenso dei dipendenti? 

Se il datore di lavoro dovesse ottenere la firma di un consenso informato da parte dei dipendenti potrebbe montare la telecamera senza rispettare le predette procedure e senza bisogno dell’accordo coi sindacati? La risposta è negativa. Anche con l’autorizzazione del personale, la videosorveglianza è illegittima se non osserva le condizioni indicate nello Statuto dei lavoratori [3].

La sentenza in commento della Cassazione afferma proprio questo principio e avverte: l’installazione di un impianto di videosorveglianza dal quale possa derivare, anche indirettamente, una forma di controllo sull’attività dei lavoratori presuppone, sempre e comunque, il preventivo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o, in mancanza, l’autorizzazione dell’ispettorato del lavoro. Il consenso, scritto o verbale, di tutti i dipendenti che operano nella compagine aziendale ove sono state attivate le telecamere non è, viceversa, idoneo a sostituire la procedura legale e a conferire, quindi, validità alla installazione dell’impianto di videosorveglianza in assenza delle più rigide previsioni dello Statuto dei lavoratori.

Scatta dunque la condanna penale per il datore se installa una telecamera che riprende i dipendenti all’opera anche quando la realizzazione dei video è giustificata da esigenze di sicurezza. E ciò anche se gli interessati sono d’accordo e hanno fornito il loro assenso scritto: l’apparecchio che potenzialmente può controllare a distanza i dipendenti, infatti, può essere autorizzato solo dall’accordo con i sindacati o dalla direzione territoriale del lavoro, mentre il consenso degli interessati non può scriminare l’imprenditore perché i lavoratori sono «soggetti deboli» del rapporto subordinato.

In mancanza di accordo sindacale o di provvedimento autorizzativo dell’ispettorato del lavoro, l’installazione della telecamera sul lavoro integra il reato punito con l’ammenda [4]. Ma attenzione: il reato è estinto se il datore obbedisce alle prescrizioni degli ispettori smontando l’impianto e pagando la sanzione amministrativa.

La ragione di questa disciplina così rigorosa sta nella sproporzione di forze che caratterizza il rapporto di lavoro subordinato, nel quale i dipendenti sono considerati i soggetti deboli del contratto. La maggiore e indiscutibile forza economico-sociale dell’imprenditore realizza di per sé una diseguaglianza di fatto ed è la ragione per cui l’accordo con la rappresentanza sindacale o l’autorizzazione amministrativa costituiscono un passaggio inderogabile. Pertanto, l’assenso espresso da tutti i lavoratori, anche se reso in forma scritta, non rende legittima l’installazione dell’impianto di videosorveglianza. Ciò, anche in una realtà aziendale di ridotte dimensioni.


note

[1] Cass. sent. n. 38882/2018.

[2] Cfr. Cass. sent. n. 4564/18 e n. 4367/2018.

[3] Art. 4 Statuto dei lavoratori: «Impianti audiovisivi. (1)

1.-Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unità produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di cui al primo periodo possono essere installati previa autorizzazione delle sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più sedi territoriali, della sede centrale dell’Ispettorato nazionale del lavoro. I provvedimenti di cui al terzo periodo sono definitivi. (2)

2.-La disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze.

3.-Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

(1)Articolo così sostituito dall’art. 23, comma 1, D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151, a decorrere dal 24 settembre 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 43, comma 1 del medesimo D.Lgs. n. 151/2015.

(2)Comma così modificato dall’art. 5, comma 2, D.Lgs. 24 settembre 2016, n. 185, a decorrere dall’8 ottobre 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 6, comma 1, del medesimo D.Lgs. n. 185/2016.

[4] Artt. 4 e 38 della legge 300/1970.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 10 aprile – 24 agosto 2018, n. 38882

Presidente Sarno – Relatore Rosi

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Chieti, con sentenza emessa in data 1 giugno 2017, ha condannato D.C.A. alla pena di Euro 800,00 di ammenda per il reato ex artt. 4 e 38 D. Lgs. 300 del 1970, perché quale titolare dell’omonima ditta “Il Gelatone di D.C.A. ” esercente attività di bar-gelateria, installava quattro telecamere, disponendole in vari punti dello stabilimento, connesse ad uno schermo LCD e a un apparato informatico, in modo da avere il controllo visivo di tutti i luoghi di lavoro dove i dipendenti svolgevano le mansioni loro attribuite ed averne il controllo a distanza (fatti accertati in (omissis) ).

2. Avverso tale sentenza l’imputata ha proposto, tramite il proprio difensore, atto di appello, qui trasmesso in quanto qualificato dalla Corte d’Appello come ricorso, articolato in un unico motivo con il quale lamenta la contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione nonché l’erronea applicazione della legge, non avendo i giudici di merito adeguatamente considerato gli elementi costitutivi della fattispecie di reato per cui è processo. Nello specifico, il giudice di prime cure, provvedendo all’audizione di soli tre testimoni sui nove indicati dalla difesa, non ha adeguatamente indagato l’elemento scriminante dell’assenso dei lavoratori all’istallazione delle videocamere, assenso che, in una realtà lavorativa così piccola, poteva legittimamente sostituire l’autorizzazione sindacale necessaria per l’istallazione. Sul punto la motivazione risulta contraddittoria laddove sostiene che non è stata raggiunta la prova della mancata opposizione dei lavoratori, in quanto la mancata prova deriva proprio dalla decisione dei giudici stessi di non escutere gli altri testimoni indicati dalla difesa. La motivazione inoltre erroneamente considera la mancata opposizione una circostanza attenuante, anziché un’esimente che avrebbe dovuto condurre all’assoluzione dell’imputata, per lo meno ex art. 530 comma 2 c.p.p. Sussiste altra violazione di legge laddove il giudice di merito ha illustrato le tre finalità che rendono lecita l’istallazione di impianti di videosorveglianza, quali le esigenze produttive od organizzative, la sicurezza del lavoro, la sicurezza del patrimonio aziendale, senza considerare la sussistenza di due di esse, delle quali l’imputata aveva fornito la prova. Nel caso di specie difatti, come emerso dalle testimonianze in dibattimento, le videocamere erano state istallate a seguito di due specifici episodi: uno consistente in un’aggressione ad una dipendente da parte di ragazzi ubriachi, e quindi l’istallazione risponderebbe ad esigenze di sicurezza sul lavoro, e l’altro riguardante furti subiti dal locale e dunque la videosorveglianza avrebbe la finalità di tutelare il patrimonio aziendale. Infine l’accusa non ha fornito prova alcuna circa il funzionamento effettivo di dette telecamere, né la loro idoneità a riprendere i dipendenti. Non è difatti stato dimostrato che le stesse fossero accese durante l’orario lavorativo, né è stata presa in considerazione la posizione delle telecamere, le quali erano disposte in modo tale da riprendere soltanto i punti utilizzati da avventori e clienti, mentre l’unica zona in cui vi erano solo dipendenti era la cassa, ove le telecamere erano comunque posizionate in modo tale da non riprendere il viso del lavoratore, ma soltanto quello del cliente.

Considerato in diritto

1. I motivi di ricorso risultano infondati. In primis è infondata innanzitutto la doglianza relativa al mancato riconoscimento dell’assenso dei lavoratori come causa esimente della contravvenzione ex artt. 4 e 38 D. Lgs. 300 del 1970 (tutela penale del divieto di operare controlli a distanza con impianti, strumenti e apparecchiature non preventivamente autorizzate confermata anche dall’art. 23, c. 2 D.lgs n. 151 del 2015, che ha modificato l’art. 171 D.lgs n. 196 del 2003). Questo Collegio ritiene di dovere confermare anche nel caso di specie l’orientamento giurisprudenziale che ritiene che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 4 dello Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970 n. 300) sia integrata con l’installazione di un sistema di videosorveglianza potenzialmente in grado di controllare a distanza l’attività dei lavoratori, anche quando, in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali e di provvedimento autorizzativo dell’autorità amministrativa, la stessa sia stata preventivamente autorizzata per iscritto da tutti i dipendenti (Sez. 3, n. 22148 del 31/01/2017, RV. 270507).

2 Invero, secondo quanto prescritto dall’art. 4 L. n. 300 del 1970, l’installazione di apparecchiature (da impiegare esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale ma dalle quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori) deve essere sempre preceduta da una forma di codeterminazione (accordo) tra il datore di lavoro e le rappresentanze sindacali dei lavoratori, con la conseguenza che se l’accordo (collettivo) non è raggiunto, il datore di lavoro deve far precedere l’installazione dalla richiesta di un provvedimento autorizzativo da parte dell’autorità amministrativa (Direzione territoriale del lavoro) che faccia luogo del mancato accordo con le rappresentanze sindacali dei lavoratori, cosicché, in mancanza di accordo o del provvedimento alternativo di autorizzazione, l’installazione dell’apparecchiatura è illegittima e penalmente sanzionata.

3. Questa procedura, dettagliatamente prevista dal legislatore – frutto della scelta specifica di affidare l’assetto della regolamentazione di tali interessi alle rappresentanze sindacali o, in ultima analisi, ad un organo pubblico, con esclusione della possibilità che i lavoratori, uti singuli, possano autonomamente provvedere al riguardo – trova la sua ratio nella considerazione dei lavoratori come soggetti deboli del rapporto di lavoro subordinato. La diseguaglianza di fatto, e quindi l’indiscutibile e maggiore forza economico-sociale dell’imprenditore, rispetto a quella del lavoratore, rappresenta la ragione per la quale la procedura codeterminativa sia da ritenersi inderogabile (a differenza di quanto ritenuto invece dalla Sez. 3, n. 22611 del 17/04/2012, Banti, Rv. 253060, citata nel ricorso), potendo essere sostituita dall’autorizzazione della direzione territoriale del lavoro solo nel solo di mancato accordo tra datore di lavoro e rappresentanze sindacali, non già dal consenso dei singoli lavoratori, poiché, a conferma della sproporzione esistente tra le rispettive posizioni, basterebbe al datore di lavoro fare firmare a costoro, all’atto dell’assunzione, una dichiarazione con cui accettano l’introduzione di qualsiasi tecnologia di controllo per ottenere un consenso viziato, perché ritenuto dal lavoratore stesso, a torto o a ragione, in qualche modo condizionante l’assunzione.

4. In conclusione, il consenso del lavoratore all’installazione di un’apparecchiatura di videosorveglianza, in qualsiasi forma (scritta od orale) prestato, non vale a scriminare la condotta del datore di lavoro che abbia installato i predetti impianti in violazione delle prescrizioni dettate dalla fattispecie incriminatrice, e dunque la doglianza della ricorrente sul punto si ritiene infondata, non assumendo alcun valore esimente la mancata opposizione dei lavoratori (ritenuta peraltro dalla ricorrente, in via di interpretazione ipotetica, consenso implicito) all’istallazione delle videocamere di cui all’imputazione.

5. Circa le altre doglianze, in parte assorbite dalle considerazioni appena svolte, basta qui aggiungere che, secondo giurisprudenza consolidata, ai fini della integrazione del reato di pericolo previsto dal combinato disposto degli artt. 4 e 38 dello Statuto dei lavoratori e 114 e 171 del D.Lgs. n. 196 del 2003, è sufficiente la mera installazione di impianti audiovisivi di controllo senza accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o comunque in difetto di permesso dall’ispettorato del lavoro, non essendo altresì richiesta per la punibilità la messa in funzione o il concreto utilizzo delle attrezzature stesse (in tal senso, Sez. 3, n. 45198 del 07/04/2016, Luzi e altro, Rv. 268342; Sez. 3, n. 4331/14 del 12/11/2013, Pezzoli, Rv. 258690; così anche la giurisprudenza civile).

Alle enunciate argomentazioni consegue il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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