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Immunità parlamentare: che cos’è e come funziona?

26 Agosto 2018 | Autore:
Immunità parlamentare: che cos’è e come funziona?

Può un deputato o un senatore dire e fare quello che vuole senza rischiare l’arresto? Quando è necessaria l’autorizzazione a procedere?

Quante volte ti sarà capitato di vedere al telegiornale il politico di turno accusato di avere intascato delle tangenti o di avere favorito questo o quel parente o amico e di sentire che «ci vuole l’autorizzazione a procedere» per potergli mettere le manette ai polsi oppure soltanto per fare certe indagini su di lui. Ti bolle il sangue dentro e ti scappa la frase di Totò sul vagone del treno con l’onorevole Trombetta: «In galera ti mando… Fossi stato io, mi avrebbero già sbattuto dentro». Infatti, uno dei luoghi comuni più cavalcati è quello che riguarda la disparità di trattamento davanti ad un illecito tra il comune cittadino ed un deputato o un senatore. Il primo ama dire che «quelli lì fanno tutto quello che vogliono perché tanto a loro non succede nulla, mica vanno in galera loro». Non è proprio così, ma è vero che il percorso per portare dietro le sbarre un deputato disonesto o un senatore ladro non è così semplice come mandare al fresco te o il tuo vicino di casa (nel caso abbiate combinato qualcosa di illegale, si capisce). «Loro» sono coperti dall’immunità parlamentare, cioè da quell’articolo della Costituzione (il numero 68) che stabilisce quando si può e quando è vietato indagare o arrestare un politico eletto ad uno dei rami del Parlamento. Il che non vuol dire, però, che costui non possa finire in cella. Allora, che cos’è e come funziona l’immunità parlamentare? Quelli che sono stati votati per fare gli interessi dei cittadini possono o non possono pagare i loro misfatti quando gli interessi che difendono sono soltanto i loro?

Immunità parlamentare: che cos’è?

È, dunque, l’articolo 68 della Costituzione quello che sancisce l’immunità parlamentare per deputati e senatori in carica. In particolare, si stabilisce che i membri del Parlamento non devono rispondere delle loro opinioni e dei voti che esprimono durante l’esercizio delle loro funzioni. Questo significa che se durante un discorso in Aula o altrove come parlamentare (e non come Tizio Caio) offende un avversario politico, non può essere chiamato a rispondere di quell’insulto o di quell’offesa.

Inoltre, il parlamentare non può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare né può essere arrestato senza l’autorizzazione della Camera a cui appartiene. In sostanza, l’Autorità giudiziaria dovrà chiedere alla Camera o al Senato la famosa «autorizzazione a procedere» per portare avanti o per concludere delle indagini su un membro del Parlamento.

Ci sono, però, delle eccezioni. Il parlamentare in questione può essere indagato o arrestato se:

  • in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna;
  • colto con le mani nella marmellata, cioè mentre commette un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza di reato.

L’autorizzazione deve essere richiesta anche per sottoporre il parlamentare ad intercettazioni telefoniche o ambientali o per sequestrare la sua corrispondenza.

Immunità parlamentare: che cos’è l’insindacabilità

Come abbiamo visto, una delle facoltà che hanno deputati e senatori in carica grazie all’immunità parlamentare è quella di non dover rispondere delle opinioni e dei voti espressi nell’esercizio delle loro funzioni. È quella che si chiama insindacabilità, che garantisce l’assenza di alcuna responsabilità penale, civile, amministrativa o patrimoniale per il giudizio che hanno espresso su un fatto o su una persona o per come hanno votato un provvedimento, purché ciò sia stato fatto, appunto, nell’esercizio delle loro funzioni.

Certo, è difficile a volte stabilire quando parla il deputato o il senatore e quando parla il cittadino senza la veste ufficiale. Di solito, i loro pensieri ci arrivano dall’Aula o da un comizio di partito dove hanno quasi sempre un ruolo istituzionale. Ma è anche vero che oggi esistono le reti sociali (ed i politici le usano più degli adolescenti) dove qualche parlamentare può commettere uno scivolone esprimendo delle opinioni poco ortodosse mentre è al mare. Il che, ovviamente, non significa che non riesca a cavarsela in qualche modo (alla peggio c’è sempre la solita scorciatoia del «mi hanno hackerato il profilo Twitter o Facebook»). Ad ogni modo, la Corte Costituzionale ha ribadito che se chi gode di immunità parlamentare esprime un’opinione al di fuori della sede in cui esercita le sue funzioni (quindi la Camera o il Senato), l’insindacabilità regge se c’è un nesso funzionale tra le sue affermazioni e l’attività svolta come parlamentare. De resto dovrà (dovrebbe) rispondere, così come potrà essere perseguito nel momento in cui non occuperà più la carica di deputato o di senatore. Ma solo per quel che avrà fatto prima di essere eletto e dopo essere uscito definitivamente dal Parlamento.

Come dimostrare, allora, che tutto ciò che dice un parlamentare durante il suo mandato sia «nell’esercizio delle sue funzioni»? Vuol dire che può permettersi di andare a destra e a manca esprimendo delle opinioni di qualsiasi tipo e contro chiunque? Non proprio. Lo dice una legge [1] nota come «legge Boato», non perché ai tempi della sua approvazione avesse fatto chissà quale clamore ma perché il suo relatore fu il deputato Marco Boato, dichiarato – guarda un po’ – insindacabile nel 2001 dopo essere stato citato per danni dal giudice Guido Salvini per dichiarazioni rese durante il processo contro Adriano Sofri ed altri ex militanti di Lotta Continua. Dunque, dall’insindacabile Boato ha preso nome la legge secondo cui la Camera a cui appartiene il parlamentare messo in discussione può essere chiamata ad esprimersi sul fatto che un certo comportamento sia o meno insindacabile. Se il magistrato non è d’accordo con il pronunciamento del ramo del Parlamento interpellato, può rivolgersi alla Corte Costituzionale per sollevare un conflitto di attribuzione. Nota per i politici: finora, la Corte Costituzionale ha dato quasi sempre ragione ai magistrati.

Immunità parlamentare: che cos’è l’inviolabilità

L’altra forma di immunità parlamentare di cui godono i nostri deputati e senatori è l’inviolabilità. È quella che non permette l’arresto, la perquisizione o qualsiasi forma di limitazione della libertà personale del parlamentare senza uno specifico consenso della Camera a cui appartiene. La cosiddetta «autorizzazione a procedere» di cui hai sentito parlare tante volte nei telegiornali.

L’inviolabilità – valida solo nel periodo in cui il parlamentare è in carica – può riguardare anche atti commessi dal politico al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni.

Come detto in precedenza, ci sono dei casi in cui l’autorizzazione a procedere non è necessaria per l’arresto e per il processo di un parlamentare: ciò succede quando è già stato condannato in via definitiva o quando viene colto in flagranza di un reato che prevede le manette ai polsi all’istante.

Immunità parlamentare: come funziona l’autorizzazione a procedere

L’autorizzazione a procedere viene chiesta dall’Autorità giudiziaria (in particolare dal pubblico ministero) alla Camera di appartenenza del parlamentare finito nel mirino al fine di poterlo indagare (anche con intercettazioni telefoniche) oppure arrestare. Fino a quando l’Aula della Camera o del Senato non avrà concesso l’autorizzazione, la magistratura non può:

  • disporre il fermo o una qualsiasi misura cautelare personale nei confronti di chi gode di immunità parlamentare;
  • perquisire la sua persona o il suo domicilio;
  • sottoporre il parlamentare a ispezione personale, ricognizione, individuazione o confronto;
  • intercettare con qualsiasi mezzo sue comunicazioni o conversazioni.

È possibile soltanto interrogare il parlamentare ma se lui stesso lo richiede oppure indagarlo o arrestarlo se si danno le condizioni sopra citate (condanna definitiva o flagranza di reato che prevede la detenzione).

L’autorizzazione a procedere può essere negata a causa di quello che viene chiamato nel linguaggio di Virgilio «fumus persecutionis» e che nel linguaggio nostrano verrebbe a dire «ce l’hanno con me». In sostanza, quando ci sono delle evidenti ragioni per stabilire che la magistratura agisce per mettere il bastone tra le ruote al politico e non perché abbia davvero commesso un illecito (il termine «magistratura politicizzata» ci ha accompagnati per tanti anni).

Se, invece viene approvata, non c’è più marcia indietro: il parlamentare viene indagato, intercettato o arrestato, a seconda della richiesta del pubblico ministero.


note

[1] Legge n. 140/2003 nota come Legge Boato.


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