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Naspi: dimissioni o licenziamento?

26 Agosto 2018 | Autore:
Naspi: dimissioni o licenziamento?

Il lavoratore ha diritto all’indennità di disoccupazione se si dimette, o soltanto se viene licenziato?

Stai pensando di dare le dimissioni dal tuo attuale impiego, ma non vuoi perdere la Naspi? Devi sapere che, nella generalità dei casi, aver rassegnato le dimissioni impedisce di fruire dell’indennità di disoccupazione Naspi. Questo, perché lo stato di disoccupazione presuppone la perdita involontaria dell’impiego: chi si dimette, invece, perde volontariamente la propria occupazione, salvo alcune eccezioni, come le dimissioni per giusta causa. Anche la risoluzione consensuale è assimilata alle dimissioni, in gran parte delle ipotesi. La cessazione del rapporto del lavoro nel contratto a termine, invece, non è considerata perdita volontaria dell’impiego, nonostante nella lettera di assunzione dipendente e datore di lavoro siano concordi nell’assegnare una scadenza al contratto. Lo stesso vale per il licenziamento per giusta causa: in questi casi, nonostante la gravità del comportamento del dipendente, che non consente nemmeno temporaneamente di proseguire nel rapporto lavorativo, il lavoratore licenziato ha comunque diritto alla Naspi. Per questo motivo, alcuni dipendenti che vogliono dimettersi scelgono di assentarsi ingiustificatamente, senza presentare le dimissioni: l’azienda è costretta a licenziarli per giusta causa, facendo sorgere il diritto alla Naspi. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla Naspi: dimissioni o licenziamento, quando spettano lo stato di disoccupazione e la relativa indennità.

Che cos’è la Naspi e quali sono i requisiti?

La Naspi è l’indennità di disoccupazione che spetta alla generalità dei lavoratori dipendenti. Per aver diritto alla Naspi è necessario soddisfare precisi requisiti, oltre ai requisiti necessari per ottenere lo stato di disoccupazione.

In particolare, ai fini del diritto alla Naspi sono necessari:

  • il possesso di almeno 13 settimane di contributi da lavoro dipendente negli ultimi 4 anni;
  • il possesso di almeno 30 giornate di effettivo lavoro nell’anno.

Non sono contate le settimane contribuite che hanno già dato luogo a un’altra prestazione di disopccupazione.

A quanto ammonta la Naspi?

Per capire come determinare l’importo della disoccupazione Naspi bisogna innanzitutto comprendere come funziona il calcolo della misura mensile della Naspi: i passaggi utili a determinare l’indennità sono illustrati in un’importante circolare dell’Inps [2].

In particolare, per calcolare l’ammontare dell’indennità bisogna:

  • sommare gli imponibili previdenziali (in busta paga, sotto la voce imponibile Inps) degli ultimi 4 anni, comprensivi degli elementi continuativi e non continuativi e delle mensilità aggiuntive;
  • dividere il risultato per le settimane di contributi, indipendentemente dalla verifica del rispetto del minimale; nel calcolo sono considerate tutte le settimane, indipendentemente dal fatto che esse siano interamente o parzialmente retribuite;
  • moltiplicare il tutto per 4,33.

Se l’importo che si ottiene è pari o inferiore a 1.208,15 euro, l’indennità sarà il 75% di questo importo; se è superiore si aggiunge anche il 25% della differenza tra l’imponibile e i 1.208,15 euro. La Naspi non può mai superare, comunque, 1.314,30 euro mensili.

L’indennità diminuisce del 3% al mese a decorrere dal primo giorno del quarto mese di fruizione.

Come si ottiene lo stato di disoccupazione?

Perché un lavoratore ottenga lo stato di disoccupazione, in base alla normativa in materia, occorre che:

  • abbia perso l’impiego involontariamente;
  • dichiari, in forma telematica, al sistema informativo unitario delle politiche del lavoro, la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa (Did) e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego.

Quando si perde l’impiego involontariamente?

L’impiego si considera perso involontariamente, quindi si ha diritto allo stato di disoccupazione e alla Naspi, quando:

  • il lavoratore è licenziato, nella generalità dei casi;
  • il lavoratore è licenziato per giusta causa;
  • il lavoratore rassegna le dimissioni per giusta causa;
  • il lavoratore rassegna le dimissioni durante il periodo tutelato per maternità: in particolare, sono assimilate alle dimissioni per giusta causa quelle presentate dalla lavoratrice durante la gravidanza e dalla lavoratrice o dal lavoratore (che abbia usufruito del congedo di paternità) durante il primo anno di vita del bambino;
  • lavoratore e datore firmano una risoluzione consensuale che avviene nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria, a seguito di licenziamento;
  • lavoratore e datore firmano una risoluzione consensuale che avviene a causa di rifiuto al trasferimento, se la sede dista oltre 50 chilometri dalla residenza del lavoratore, oppure risulta mediamente raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici.

Quando le dimissioni sono per giusta causa?

Il codice civile [1] prevede che il dipendente possa dimettersi per giusta causa con effetto immediato quando si verifica un grave inadempimento o una qualsiasi azione od omissione del datore di lavoro, che renda impossibile o non produttiva la prestazione, e che non consenta la prosecuzione, nemmeno temporaneamente, del rapporto di lavoro

Costituiscono giusta causa di dimissioni, quindi consentono il riconoscimento della Naspi per involontarietà della perdita dell’occupazione [2], le seguenti ipotesi:

  • mancato pagamento della retribuzione;
  • aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro o molestie sessuali perpetrate dal datore di lavoro nei confronti del dipendente;
  • modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative (ad eccezione dei casi in cui il demansionamentoè ammesso, secondo le nuove disposizioni del Jobs Act);
  • mobbing, ossia di crollo dell’equilibrio psico-fisico del lavoratore a causa di comportamenti vessatori da parte dei superiori gerarchici o dei colleghi (spesso, tra l’altro, tali comportamenti consistono in molestie sessuali o demansionamento, già previsti come giusta causa di dimissioni);
  • notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda [3];
  • spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive previste dal codice civile [4];
  • comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente;
  • mancato accredito della contribuzione;
  • pretesa del datore di lavoro di prestazioni illecite del dipendente.

Che cosa succede se il lavoratore non presenta le dimissioni?

Se il lavoratore decide di dimettersi, ma non presenta né le dimissioni online, né tramite sindacati e patronati, ha diritto alla Naspi (il sussidio di disoccupazione): questo perché il datore di lavoro, mancando la comunicazione di dimissioni, è costretto a licenziare il dipendente per giusta causa. Paradossalmente, se il lavoratore sparisce senza presentare le dimissioni, il datore di lavoro, che non può fare altro che licenziarlo, paga la tassa sul licenziamento; il dipendente che si è dimesso di fatto, beneficia invece dello stato di disoccupazione e della Naspi.


note

[1] Art.2119 Cod. Civ.

[2] Inps Circ. n.97/2003; Inps Circ.163/2003.

[3] C.Giust. UE, sent. 24/01/2002.

[4] Cass. sent. n.1074/1999.

[5] Cass. sent. n.11051/2015.


1 Commento

  1. chi usufruisce della legge 104/92 dei 3 gg se si dimette puo’ usufruire della NASPI x giusta causa x dedicarsi all’assistenza?

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