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Perché la mia pensione è diminuita?

27 Agosto 2018 | Autore:
Perché la mia pensione è diminuita?

Trattamento minimo, perequazione, reversibilità e invalidità, quattordicesima, maggiorazione sociale, ricostituzione e ricalcolo dell’assegno: in quali casi la pensione può diminuire?

Solitamente, la pensione col tempo aumenta e non diminuisce, per effetto delle rivalutazioni, cioè dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Tuttavia, possono verificarsi delle situazioni in cui la pensione si abbassa: questo inconveniente può essere causato, ad esempio, dalla ricostituzione reddituale della pensione, nel caso in cui si scopra che il pensionato ha fruito di integrazioni dell’assegno non spettanti, come la maggiorazione sociale, il trattamento minimo o la quattordicesima. Se, difatti, il pensionato beneficia di trattamenti collegati al reddito, e in seguito l’Inps scopre che i limiti reddituali per fruire delle integrazioni sono stati superati, l’istituto procede ad un recupero sulla pensione, che viene dunque decurtata. Può anche accadere che la pensione diminuisca a causa di un ricalcolo dell’assegno: l’Inps, cioè, può accorgersi di aver liquidato un assegno troppo alto a causa di calcoli sbagliati, e procedere al recupero (quando non si rientra nelle ipotesi di sanatoria degli indebiti Inps) e, comunque, alla riduzione del trattamento da corrispondere ogni mese. Anche la reversibilità, in quanto trattamento collegato al reddito, può essere ridotta se gli introiti personali superano determinati limiti. Se quindi ti stai chiedendo «perché la mia pensione è diminuita?», devi sapere che le ragioni alla base del taglio del tuo assegno possono essere diverse: vediamo i principali motivi per cui si abbassa la pensione.

Pensione diminuita per trattamento minimo indebito

La generalità delle pensioni (escluse quelle soggette al calcolo integralmente contributivo) è adeguata al trattamento minimo. In parole semplici, se la pensione è bassa, viene applicata dall’Inps l’integrazione al trattamento minimo, pari a 507,42 euro mensili per l’anno 2018.

Nel dettaglio, chi non è sposato, o risulta legalmente separato o divorziato, ha diritto all’integrazione al minimo:

  • in misura piena, se possiede un reddito annuo non superiore a 6.596,46 euro;
  • in misura parziale, se possiede un reddito annuo superiore a 6.596,46 euro, sino a 13.192,92 euro (cioè sino a due volte il trattamento minimo annuo).

Se il reddito supera la soglia di 13.192,92 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Per calcolare l’integrazione mensile, si deve:

  • sottrarre il reddito totale del pensionato dalla soglia limite;
  • dividere la cifra per 13.

Chi risulta sposato ha dei limiti di reddito più alti, ai fini dell’integrazione al minimo, ma deve considerare anche il reddito del coniuge. In particolare, si ha diritto all’integrazione:

  • piena, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge non supera 19.789,38 euro ed il reddito del pensionato non supera i 6.596,46 euro;
  • parziale, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge supera i 19.789,38 euro, ma non supera i 26.385,84 euro (cioè sino a quattro volte il trattamento minimo annuo) ed il reddito del pensionato non supera i 13.192,92 euro (deve essere applicato un doppio confronto, tra limite personale e coniugale: l’integrazione applicata è pari all’importo minore risultante dal doppio confronto).

Se il reddito personale e del coniuge supera i 26.385,84 euro, o se il solo reddito personale supera la soglia di 13.192,92 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione. In ogni caso va applicata l’integrazione minore risultante dal confronto tra limite e reddito della coppia e limite e reddito personale. Nessun limite di reddito coniugale, invece, può essere applicato alle integrazioni al minimo per le pensioni con decorrenza anteriore al 1994.

Non tutti i redditi, ad ogni modo, devono essere contati nella soglia limite, in quanto sono esclusi:

  • il reddito della casa di abitazione;
  • la pensione da integrare al minimo;
  • il Tfr ed i trattamenti assimilati (Tfs, Ips), comprese le relative anticipazioni;
  • i redditi esenti da Irpef, come le pensioni di guerra, le rendite Inail, le pensioni degli invalidi civili, i trattamenti di famiglia, etc.

Se il pensionato perde il diritto all’integrazione, mantiene comunque lo stesso assegno di pensione integrato, ma cristallizzato (cioè fermo) all’ultimo importo: il rateo di pensione resta uguale sino al suo superamento ad opera della perequazione automatica, cioè degli adeguamenti della pensione effettuati ogni anno.

Se, dunque, perdi il diritto all’integrazione al minimo, la tua pensione non può essere decurtata: se, però, per un determinato periodo hai fruito di un’integrazione non spettante, l’Inps può recuperare quanto illegittimamente versato effettuando delle trattenute sulla tua pensione, che quindi diminuisce comunque.

Pensione diminuita per maggiorazione sociale e incremento al milione indebiti

Se il pensionato non è coniugato e il suo limite di reddito non supera il trattamento minimo, può aver diritto a due integrazioni ulteriori sulla pensione:

La maggiorazione sociale o l’incremento sono riconosciuti in misura parziale se il reddito annuo proprio supera il trattamento minimo, ma non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’incremento o della maggiorazione.

In buona sostanza, per il 2018 l’integrazione è parziale:

  • per chi percepisce la sola maggiorazione sociale, se non supera:
    • 6932,25 euro annui di reddito, se ha da 60 a 64 anni;
    • 7670,78 euro annui di reddito, se ha da 65 a 69 anni;
  • per chi percepisce l’incremento al milione, se non supera 8.370,18 euro di reddito annuo.

Se il pensionato è sposato (non legalmente ed effettivamente separato), ha diritto alla maggiorazione o all’incremento in misura intera se, oltre a rispettare i limiti di reddito personale, il reddito coniugale non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’assegno sociale.

La maggiorazione sociale o l’incremento per i coniugati sono invece riconosciuti in misura parziale:

  • se il reddito annuo proprio supera il trattamento minimo, ma non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’incremento o della maggiorazione;
  • in riferimento al reddito coniugale, questo non deve superare l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’assegno sociale e dell’incremento o della maggiorazione.

Nel dettaglio, per gli sposati, l’integrazione è totale se il reddito coniugale non supera 12.485,46 euro annui (5.889 euro, pari all’assegno sociale, 453 euro al mese, per 13 mensilità, più 13 mensilità di trattamento minimo, pari a 6.596,46 euro); l’integrazione, invece, è parziale:

  • per chi percepisce la sola maggiorazione sociale, se non supera:
    • 12821,25 euro annui di reddito coniugale, se ha da 60 a 64 anni;
    • 13559,78 euro annui di reddito coniugale, se ha da 65 a 69 anni;
  • per chi percepisce l’incremento della maggiorazione sociale, se non supera 14.259,18 euro di reddito annuo coniugale.

Se il diritto alla maggiorazione sociale o all’incremento si riduce o si perde, la pensione diminuisce di conseguenza.

Pensione diminuita per quattordicesima indebita

I pensionati con un reddito non superiore a 2 volte il trattamento minimo e che possiedono almeno 64 anni di età, hanno diritto a un’integrazione della pensione che spetta nel mese di luglio, la quattordicesima, o somma aggiuntiva.

L’importo della quattordicesima dipende non solo dal reddito del pensionato, ma anche dagli anni di contributi posseduti: se il reddito aumenta al di sopra di determinati limiti, la quattordicesima si perde. Se l’Inps scopre di aver erogato una quattordicesima non spettante, o in misura superiore all’assegno spettante, può diminuire la pensione procedendo a un recupero sull’assegno degli importi illegittimamente versati.

Per sapere se ti spetta la quattordicesima, e a quanto ammonta l’importo: Come si calcola la quattordicesima?

Pensione diminuita a causa della ricostituzione

La ricostituzione della pensione, o ricalcolo della pensione, solitamente è richiesta dal pensionato quando il trattamento è calcolato male, o non considerando dei contributi. La ricostituzione, però, può essere effettuata anche dall’Inps d’ufficio, se emerge, ad esempio, un calcolo errato a favore del pensionato. In queste ipotesi, la ricostituzione può dar luogo anche a una riliquidazione in negativo: è il caso dell’annullamento di contribuzione, o del riconoscimento di indebiti. La ricostituzione, difatti, non comporta una semplice aggiunta al trattamento, ma questo viene interamente ricalcolato, tenendo conto della nuova situazione contributiva.

In base alla riliquidazione, la decorrenza della pensione può essere spostata:

  • a una data precedente (per possesso di contribuzione aggiuntiva che comporti una maturazione anteriore del diritto);
  • a una data successiva (ad esempio, per l’annullamento di contributi accreditati).

In altri casi la ricostituzione può avere effetti con decorrenza successiva a quella della prestazione, come avviene per i riscatti attivati dopo la liquidazione della pensione.

Se la riliquidazione comporta un aumento, al beneficiario spetteranno gli arretrati dalla data dell’efficacia della ricostituzione a quella del pagamento del nuovo importo.

Se, invece, dalla riliquidazione deriva un debito, la prestazione ricalcolata è messa in pagamento per il suo esatto ammontare, e le somme indebitamente pagate sono recuperate a rate, o in un’unica soluzione, a seconda dell’importo dovuto.

Sulle somme da recuperare non spettano gli interessi, a meno che l’indebito sia stato determinato dal dolo del pensionato.

Revoca della pensione

Nei casi in cui sia appurato che i versamenti di contributi risultino insufficienti per la liquidazione di qualsiasi trattamento in capo all’interessato, l’Inps provvede alla revoca della pensione: in quest’ipotesi, dato che effettuare una trattenuta sul trattamento risulterebbe impossibile, data l’inesistenza della prestazione, l’ente deve attivare le comuni procedure per recuperare il credito.

Il credito dell’Inps è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale, ma non è rilevabile d’ufficio, pertanto deve essere l’interessato ad eccepirlo.

Taglio della pensione di reversibilità e d’invalidità

Sia la pensione di reversibilità, che quella d’invalidità, sono due trattamenti cumulabili limitatamente con il reddito. Ciò significa che, se sono superati determinati limiti di reddito dal pensionato, il trattamento subisce delle decurtazioni, oltre al recupero di eventuali indebiti.

Come diminuisce la pensione di reversibilità?

La riduzione della pensione di reversibilità non viene effettuata se il reddito del titolare della prestazione non supera di 3 volte il trattamento minimo Inps, ossia sino a 19.789,38 euro annui (importo valido per l’anno 2018).

Se tale soglia è superata, la reversibilità è ridotta del:

  • 25%, nel caso in cui il reddito non superi 26.385,84 euro (4 volte il minimo Inps); questo perché, per tale fascia di reddito, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 75%;
  • 40%, se il reddito dell’interessato supera i 26.098,28 euro ma non i 32.982,30 euro (5 volte il minimo Inps); questo perché, se il reddito del pensionato è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo Fpld, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 60%;
  • 50% se il reddito del pensionato supera i 32.982,30 euro: in pratica, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 50% nel caso in cui il reddito superi 5 volte il minimo Inps.

Il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità ridotta non può comunque essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

La pensione di reversibilità o indiretta, in ogni caso, non viene ridotta se nel nucleo familiare sono presenti figli minori, studenti o inabili. Inoltre, nessuna riduzione può essere operata ai trattamenti in essere alla data del 1° settembre 1995, anche se questi ultimi hanno l’importo bloccato senza adeguamento per futuri miglioramenti, fino a completo riassorbimento della differenza.

Come diminuisce l’assegno d’invalidità?

L’assegno ordinario d’invalidità è cumulabile con i redditi da lavoro, ma limitatamente. Per i titolari di assegno di invalidità, difatti, la legge prevede una riduzione dell’importo se il titolare continua a lavorare e supera un determinato limite di reddito. In particolare:

  • se il reddito supera 4 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 25%: in pratica, se il reddito supera 26.385,84 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 507,42 euro, moltiplicato per 13 mensilità e per 4), l’assegno d’invalidità è ridotto di ¼;
  • se il reddito supera 5 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 50%: in pratica, se il reddito supera 32.982,30 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 507,42 euro, moltiplicato per 13 mensilità e per 5), l’assegno d’invalidità viene dimezzato.

Il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno di invalidità ridotto, in ogni caso, non può essere comunque inferiore a quello che spetterebbe qualora il reddito risultasse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella nella quale il reddito posseduto si colloca.

L’assegno d’invalidità può avere, comunque, una seconda riduzione, che si applica anche alle pensioni d’invalidità specifica.



1 Commento

  1. la mia pensione è diminuita di circa 10 eur0 rispetto ad ottobre 2018 mentre sarebbe dovuta aumentare almeno del 05% essendo di 1600 euro netti .Quella di mia moglie era di 625 netti ed +
    è scesa a 622 euro mentre sarebbe dovuta aumentare dell’1% perché?

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