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Come sarà la riforma delle pensioni

28 settembre 2018 | Autore:


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Pensione quota 100 e quota 41 e 6 mesi, proroga opzione donna, pensione di cittadinanza: quali sono le novità sulle pensioni previste per il 2019.

In pensione a 62 anni con quota 100, oppure con 41 anni e 6 mesi di contributi a prescindere dall’età. Proroga della pensione contributiva per le donne, con 57 anni d’età e 35 anni di contributi; possibile anche la proroga dell’Ape sociale,  e un’ulteriore proroga per gli esodati, che potranno continuare a pensionarsi alle condizioni precedenti alla Legge Fornero, con i soli adeguamenti alla speranza di vita. Diventerà finalmente operativo anche il reddito di cittadinanza, dapprima come pensione minima di cittadinanza, pari a 780 euro al mese, poi come reddito per tutti coloro che si trovano al di sotto della soglia di povertà, anche non pensionati. Sono queste le principali proposte in materia di pensioni, attese con ansia da moltissimi lavoratori che sono stati allontanati dall’uscita dal lavoro a causa delle regole vigenti dal 2012 in poi. Ma a quando la nuova riforma pensioni? Le nuove pensioni flessibili dovrebbero essere attuate con la nuova legge di bilancio, quindi dovrebbero entrare in vigore dal 2019. Il problema, perché la riforma pensionistica possa essere attuata, riguarda lo stanziamento delle risorse: i fondi che potrebbero essere stanziati per i nuovi trattamenti ammonterebbero a circa 8 miliardi di euro, e non tutti gli interventi proposti potranno essere attuati subito. Ma procediamo per ordine e cerchiamo di fare il punto della situazione: come sarà la riforma delle pensioni, che cosa cambia, chi ci guadagna.

Quota 100 e pensione di cittadinanza dal 2019

Il Governo ha deciso di fissare il rapporto deficit/Pil per il 2019 al 2,4%: saranno dunque disponibili le risorse necessarie per la riforma delle pensioni. In particolare, è sicuro che sarà realizzata la nuova pensione quota 100, anche se non si conoscono con certezza gli eventuali limiti: in base a quanto reso noto sinora, ci si potrà pensionare con quota 100 se si possiedono almeno 36 anni di contributi e sono stati compiuti 62 anni di età. Forse si eviterà il ricalcolo contributivo del trattamento: potrebbe essere applicato il ricalcolo misto, per coloro che avrebbero diritto al sistema retributivo sino al 31 dicembre 2011, oppure potrebbe essere applicata una penalizzazione percentuale, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo nell’uscita dal lavoro rispetto all’età pensionabile (67 anni, dal 2019).

Nulla di certo, invece, sulla cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, cioè sulla possibilità di raggiungere la pensione anticipata con 41 anni e 6 mesi di contributi: forse l’intervento sarà rinviato al 2020.

Via libera, invece, alla pensione minima di cittadinanza: grazie al reddito di cittadinanza, difatti, tutte le pensioni basse saranno integrate sino alla cifra di 780 euro mensili.

Pensione anticipata quota 100

La più attesa, tra le nuove pensioni, è la pensione anticipata quota 100. Questa pensione prevede la possibilità di uscire dal lavoro quando la quota, cioè la somma di età e contribuzione posseduta dal lavoratore, è pari a 100. Non tutti coloro la cui quota è pari a 100, comunque, potranno pensionarsi con la quota 100, ma potrà ottenere il trattamento, in base alle più recenti proposte sinora rese note, solo chi possiede un requisito di età minimo pari a 62 anni.

Un’ulteriore proposta prevedeva invece un requisito minimo di età pari a 64 anni e di contribuzione pari a 36 anni.

Era stata proposta anche la cosiddetta quota 100 selettiva, cioè riservata a specifiche categorie di lavoratori, come gli esuberi, ma senza limiti di età o legati agli anni di contributi posseduti.

Il ministro Salvini ha recentemente dichiarato che la quota 100, inizialmente, potrà soltanto prevedere il “paletto” dell’età minima pari a 62 anni; entro un triennio sarà estesa a tutti, senza limiti di età.

Come si calcola la quota 100?

Per quanto riguarda il calcolo della pensione quota 100, nelle più recenti proposte è stato previsto il ricalcolo contributivo, per le annualità che partono dal 1996. Non si tratta di un calcolo contributivo dell’intero trattamento, dunque, ma di un calcolo parziale, delle sole quote di pensione dal 1° gennaio 1996 in poi. Questa novità non cambierà nulla per quei contribuenti che hanno diritto al calcolo misto della pensione (retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, in quanto possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995), ma potrebbe portare delle penalizzazioni tutt’altro che irrilevanti per chi, possedendo almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, ha diritto al calcolo retributivo della prestazione sino al 31 dicembre 2011.

Nella generalità dei casi, il calcolo contributivo della pensione risulta infatti penalizzante, rispetto al calcolo retributivo, perché, mentre quest’ultimo si basa sugli ultimi redditi, o sui redditi migliori, il calcolo contributivo si basa sui contributi effettivamente accreditati nell’arco della vita lavorativa. Nel calcolo retributivo si prendono in considerazione gli stipendi, che vengono rivalutati con appositi coefficienti, mentre col calcolo contributivo si prendono in considerazione i soli contributi, che vengono rivalutati secondo l’andamento del Pil italiano (quindi gli incrementi del capitale sono molto bassi).

Tuttavia, ci sono dei casi in cui conviene maggiormente il calcolo contributivo, rispetto al retributivo: questo accade, ad esempio, quando la gestione Inps presso cui è iscritto il lavoratore prende in considerazione non i redditi migliori, ma gli ultimi anni di reddito o retribuzione, e la media delle ultime retribuzioni crolla al termine della vita lavorativa.

Una differente proposta prevede il calcolo integralmente contributivo della pensione per chi richiederà la quota 100: in questo caso la convenienza del trattamento sarebbe effettivamente molto limitata, ma la quota 100 risulterebbe meno impattante sia come numero di domande di pensione, sia per quanto riguarda gli assegni da stanziare.

Pensione anticipata quota 41 anni e 6 mesi

Un’altra proposta prevede la possibilità di ottenere la pensione con 41 anni e 6 mesi di contributi, senza limiti di età: si tratta della cosiddetta pensione anticipata quota 41 e 6 mesi (il termine quota è utilizzato impropriamente, perchè con 41 anni e 6 mesi si indica il solo requisito contributivo).

Ad oggi, la possibilità di ottenere la pensione con 41 anni di contribuzione esiste già, ma è riservata ai lavoratori precoci appartenenti a categorie svantaggiate.

I lavoratori precoci sono coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi versati prima del 19° anno di età, che possono ottenere la pensione anticipata con 41 anni di contributi, se appartengono a una delle categorie salvaguardate: disoccupati, invalidi in misura almeno pari al 74%, caregiver (coloro che assistono, da almeno 6 mesi, un familiare entro il 2° grado convivente, con handicap grave) e addetti ai lavori gravosi e usuranti.

Per ciascuna di queste categorie sono previsti dei requisiti specifici, al fine di ottenere la pensione anticipata precoci. Per chi perfeziona i requisiti richiesti entro il 31 dicembre 2018, c’è tempo sino al 1° marzo 2019 per inviare la domanda, anche se potranno essere prese in considerazione domande tardive sino al 30 novembre 2019. Per chi perfeziona i requisiti richiesti entro il 31 dicembre 2019, ci sarà tempo sino al 1° marzo 2020 per inviare la domanda, e resterà aperta la valutazione delle domande tardive sino al 30 novembre 2020, e così via, di anno in anno, in quanto il beneficio è strutturale. Dal 1° gennaio 2019 i requisiti aumenteranno in misura pari a 5 mesi.

Con la nuova pensione anticipata quota 41 e 6 mesi, si punta ad estendere il trattamento a tutti i lavoratori, anche non precoci e non appartenenti alle categorie svantaggiate.

Pensione di cittadinanza

Sul reddito di cittadinanza non si torna indietro, ma l’intervento sarà attuato in due fasi: dal 2019, tutte le pensioni basse si trasformeranno in pensione di cittadinanza ed aumenteranno a 780 euro al mese; successivamente, tutti i cittadini senza redditi, o con redditi sotto la soglia di povertà, avranno diritto al reddito di cittadinanza da 780 euro al mese. L’attuazione in due fasi non è dovuta all’assenza di risorse, come chiarito dalla viceministro all’Economia Laura Castelli, ma alla necessaria riforma dei centri per l’impiego, che richiederà circa 4 mesi di tempo. Senza la riforma dei centri per l’impiego, riconoscere il reddito di cittadinanza non sarebbe possibile, in quanto il sussidio è subordinato all’adesione, da parte dei beneficiari, a misure di politica attiva del lavoro. I disoccupati, in pratica, dovranno impegnarsi, supportati dai centri per l’impiego riformati, nella ricerca attiva di lavoro, nella frequenza di corsi di formazione e dovranno lavorare per 8 ore alla settimana a favore del Comune di residenza.

Quest’impegno non è invece richiesto per la pensione di cittadinanza, in quanto la misura interessa i soli pensionati, non più in età lavorativa. La pensione di cittadinanza dovrebbe sostituire sia l’integrazione al trattamento minimo, che ad oggi ammonta a 507,42 euro al mese, che le maggiorazioni sulla pensione, come la maggiorazione sociale e l’incremento al milione: considerando che ad oggi la pensione minima, comprensiva di integrazione al trattamento minimo, maggiorazione sociale e incremento al milione, può arrivare a 643,86 euro mensili, la differenza con la pensione di cittadinanza non sarebbe enorme. La misura, in ogni caso, dovrebbe essere applicata sia alle prestazioni previdenziali, come la pensione di vecchiaia o anticipata, che alle prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale. Per approfondire: pensione di cittadinanza 2019.

Proroga opzione Donna

Uno degli interventi che si vorrebbero attuare nel 2019 consiste nella  proroga dell’opzione donna, una speciale pensione agevolata dedicata alle sole lavoratrici, che possono anticipare notevolmente l’uscita dal lavoro in cambio del ricalcolo contributivo della prestazione.

Ad oggi, per potersi pensionare con opzione donna devono essere rispettati precisi requisiti di età:

  • per le lavoratrici dipendenti, è necessario aver raggiunto 57 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016, e 35 anni di contributi al 31 dicembre 2015; dalla data di maturazione dell’ultimo requisito alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo, detto finestra, pari a 12 mesi;
  • per le lavoratrici autonome, è necessario aver raggiunto 58 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016, e 35 anni di contributi al 31 dicembre 2015; dalla data di maturazione dell’ultimo requisito alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo di finestra pari a 18 mesi.

In pratica, possono ottenere la pensione le dipendenti che hanno compiuto 57 anni e le autonome che hanno compiuto 58 anni entro il 31 dicembre 2015, se possiedono 35 anni di contributi entro la stessa data.

Con la proroga dell’opzione donna si vorrebbe far diventare strutturale questo trattamento, rendendo così possibile ottenere la pensione per tutte le lavoratrici con un minimo di 57 anni e 7 mesi (o 58 anni e 7 mesi) di età, eventualmente adeguabili all’aspettativa di vita, e 35 anni di contributi.

Alcune proposte parlano invece di un’età più elevata per accedere all’opzione donna, pari a 63 anni, ma con minori penalizzazioni legate al calcolo della pensione.

Nona salvaguardia

Tra i vari interventi previsti per il 2019, volti a limitare le conseguenze negative della Legge Fornero, è stata ipotizzata anche la proroga degli interventi di salvaguardia.

In particolare, dovrebbe essere attuata una nona salvaguardia per consentire la pensione con le vecchie regole, cioè con le regole precedenti all’entrata in vigore della Legge Fornero: di anno in anno, a partire dal 2012, data di entrata in vigore della Riforma Fornero, si sono difatti succeduti otto decreti di salvaguardia.

La nona salvaguarda dovrebbe tutelare le stesse categorie beneficiarie dell’ultima salvaguardia, ossia:

Ape volontario 2019

Nel 2019 potrà ancora essere richiesto, comunque, l’Ape volontario, ossia l’anticipo pensionistico che consente l’uscita dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo rispetto alla maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

L’Ape volontario è ottenuto grazie a un prestito bancario, il cosiddetto prestito pensionistico, un finanziamento che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione.

Il trattamento è esentasse: ciò significa che l’assegno ricevuto mensilmente a titolo di Ape non ha trattenute tributarie, non essendo gravato dalle imposte.

L’Ape volontario, al contrario dell’Ape sociale, cioè all’anticipo a carico dello Stato, non è uguale alla futura pensione (con il tetto massimo di 1500 euro), ma può arrivare:

  • al 75% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 36 mesi;
  • all’80% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 24 e pari o inferiore a 36 mesi;
  • all’85% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è compresa tra 12 e 24 mesi;
  • al 90% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’APE è inferiore a 12 mesi.

L’Ape volontario determina un taglio della futura pensione: la penalizzazione non è soltanto dovuta ai costi di restituzione di prestito pensionistico, ma anche all’assicurazione obbligatoria per il rischio di premorienza e al contributo per il fondo di garanzia.

Proroga Ape sociale

Non si sa ancora se potrà essere prorogato l’Ape sociale, cioè l’anticipo pensionistico a carico dello Stato. L’ultima possibilità di inviare le domande per quest’agevolazione scadeva il 15 luglio 2018, ma si possono inviare domande tardive sino al 30 novembre 2018. Per sapere quali sono i requisiti necessari per accedere all’agevolazione: Ape sociale, i requisiti.

Pensione per gli addetti ai lavori usuranti e notturni

Restano infine invariati, nel 2019, i requisiti per accedere alla pensione agevolata a favore degli addetti a mansioni usuranti e turni notturni. Questa pensione di anzianità, lo ricordiamo, si può raggiungere con un minimo di 35 anni di contributi e di 61 anni e 7 mesi di età.

Nel dettaglio, per ottenere la pensione di anzianità, è necessario che il lavoratore maturi i seguenti requisiti, validi sino al 31 dicembre 2026 (non si applicano gli adeguamenti alla speranza di vita):

  • quota pari a 97,6, con:
    • almeno 61 anni e 7 mesi d’età;
    • almeno 35 anni di contributi.

Dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione non è più necessario attendere la cosiddetta finestra, pari a 12 mesi per i dipendenti e a 18 mesi per gli autonomi, perché è stata abolita dalla Legge di bilancio 2017.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, i requisiti sono aumentati di un anno.

Hanno diritto alla pensione d’anzianità anche i lavoratori adibiti a turni notturni, ma le quote sono differenti a seconda del numero di notti lavorate nell’anno.

Per saperne di più: Pensione addetti ai lavori usuranti ed ai turni notturni.

Pensione di vecchiaia e anticipata 2019

Dovrebbero comunque restare invariate, col solo aumento di 5 mesi dei requisiti legati alla speranza di vita, le pensioni di vecchiaia ed anticipata. Per sapere, nel dettaglio, come cambieranno i requisiti nel 2019: Pensione 2019 che cosa cambia.


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