Diritto e Fisco | Articoli

Parlare male di una religione è vietato?

28 Agosto 2018
Parlare male di una religione è vietato?

Reato di vilipendio alla religione: quando scatta l’illecito penale per chi offende un ministro di culto o il sentimento religioso di un popolo.

Si è speso più sangue per causa delle religioni che per il vile denaro. O forse è la stessa cosa, visto che spesso, dietro le battaglie ideologiche della fede, si nascondono interessi economici. Dal petrolio alle banche, anche il credo in un dio “trino” non è immune dal “quat-trino”, a dimostrazione che è sempre una questione di numeri più alti. Avere uno sfogo contro una religione può essere rischioso? Il nostro è uno Stato laico, improntato al pluralismo, ed è certo lecito dire “non credo in Dio, in Allah o in Kalì”. Sappiamo però che non si può bestemmiare (condotta che non è più reato ma resta pur sempre un illecito amministrativo punito con una sanzione pecuniaria). E sappiamo anche che esiste il reato di vilipendio alla religione, inteso come un’offesa al sentimento verso le divinità e i ministri di culto. La legge è consapevole della “suscettibilità” di chi nutre una fede (basti pensare che si arriva a uccidere anche per una squadra di calcio o per un partito politico: figuriamoci dunque per la vita eterna). Così, il codice penale, in questi casi, prevede la reclusione fino a due anni. Ma quando scatta il reato? In altri termini, parlare male di una religione è vietato? Di tanto si è occupata una recente e interessante sentenza del tribunale di Milano [1] di cui parleremo qui di seguito.

Immaginiamo che una persona scriva sul proprio stato di Facebook o su un giornale (anche online) “Bastardi cattolici”, “Bastardi maomettani” o – peggio per lui – “Bastardi islamici”. È successo su un noto quotidiano nazionale all’indomani della strage al Bataclan di Parigi, firmata Isis. Il direttore della testata è stato inquisito subito per vilipendio alla religione. A riguardo il codice penale prevede, a carico di chi «pubblicamente offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di chi la professa, la reclusione fino a due anni». Si applica la reclusione da uno a tre anni a chi offende la religione dello Stato, mediante vilipendo di un ministro del culto cattolico.

Le condotte disciplinate dalla norma hanno quindi due vittime:

  • chi professa la religione;
  • oppure un ministro del culto.

Pertanto, sostengono i giudici milanesi, non scatta l’oltraggio della religione se l’offesa non colpisce un ministro di culto (ad esempio un sacerdote o lo stesso sommo rappresentante della religione) o un determinato e specifico credente. E ciò perché la fattispecie prevista dal codice penale si configura solo quando la contumelia risulta diretta contro un singolo individuo e non anche laddove viene rivolta contro la moltitudine indifferenziata dei fedeli: la religione in sé, infatti, costituisce un bene superindividuale e la tutela penale è offerta quando sussiste una lesione a chi la professa.

Si può comprendere quale portata possa avere una pronuncia di questo tipo. Difatti essa finisce per scriminare tutte le offese rivolte a un gruppo di persone non individuate singolarmente né individuabili. Sicché prendersela con una religione in sé e anche con il suo profeta non può costituire reato. Se Marx ha detto che Dio non esiste (e che piuttosto la religione è l’oppio dei popoli) saranno fatti suoi se poi, nell’al di là, ha scoperto il contrario; ma certo la legge (almeno quella italiana) non poteva fare nulla contro di lui.

Sulla base di queste argomentazioni, pertanto, è stato assolto «perché il fatto non sussiste» il direttore del quotidiano che titolò «Bastardi islamici» all’indomani degli attacchi terroristici a Parigi nel corso di un concerto all’interno del locale notturno. L’attentato al Bataclan, lo ricordiamo, costò la vita a novanta persone. Il giorno dopo un quotidiano se ne uscì con un titolo – e un editoriale firmato dallo stesso direttore – senz’altro «fastidioso, offensivo e pericoloso». Lo stesso – si legge in sentenza – aveva fatto una «rischiosa equazione» fra islamici e terroristi nell’immaginario collettivo. Si tratta d’altronde di un titolo a effetto, suggestivo e «provocatorio», deciso da chi è consapevole di suscitare polemiche. Ma non è condannabile penalmente.

Questo perché, nel 2000, la Corte Costituzionale [3] ha cambiato i confini del reato di vilipendio alla religione: l’offesa a una data confessione religiosa scatta soltanto quando è un attacco diretto alle persone, ministri di culto o fedeli che siano, offesi non nella loro dimensione individuale ma in quanto collegati funzionalmente alla religione che professano. Insomma parlare male di una religione non è reato.


note

[1] Trib. Milano, sent. n. 12730/17.

[2] Art. 403 cod. pen.

[3] C. Cost. sent. n. 508/00.

Corte Costituzionale, 20/11/2000, (ud. 13/11/2000, dep.20/11/2000),  n. 508 

Ritenuto in fatto

1. – Con ordinanza del 5 novembre 1998, la Corte di cassazione ha sollevato questione di costituzionalità dell’art. 402 cod. pen. (Vilipendio della religione dello Stato), in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 8, primo comma, della Costituzione.

2. – Premesse le vicende del giudizio di merito, quanto al fatto storico e quanto alle diverse conclusioni dei giudici di primo grado e di appello, la Corte rimettente sottolinea in primo luogo la rilevanza della questione: si tratta infatti di verificare la legittimità costituzionale della norma incriminatrice oggetto della contestazione all’imputato.

3. – Quanto alla non manifesta infondatezza, la Corte di cassazione svolge la motivazione dell’ordinanza attraverso una rassegna del percorso della giurisprudenza costituzionale e delle modifiche normative in tema di reati “di religione”.

La Cassazione muove dalla prima decisione resa dalla Corte costituzionale sull’art. 402 cod. pen. – sentenza n. 39 del 1965 – con la quale era stata rigettata una questione di costituzionalità, riferita agli artt. 3, 8, 19 e 20 della Costituzione, principalmente sul rilievo che la tutela penale rafforzata della religione cattolica, rispetto alle altre confessioni, trovava giustificazione nella sua connotazione di religione professata dalla maggioranza dei cittadini, e dunque nella maggiore ampiezza e intensità delle reazioni sociali alle offese che alla stessa religione potessero essere rivolte.

La norma penale in argomento – prosegue la Corte rimettente – si riferisce alla “religione dello Stato”, una nozione, questa, ripresa dall’art. 1 dello Statuto albertino e ribadita nell’art. 1 del Trattato Lateranense del 1929, che, oltre a essere incompatibile con il principio supremo di laicità dello Stato (quale emerge dalle sentenze nn. 203 del 1989 e 149 del 1995 della Corte costituzionale), è stata comunque superata dalle modifiche concordatarie del 1984; il punto 1 del Protocollo addizionale all’accordo di modifica del Concordato, ratificato con la legge 25 marzo 1985, n. 121, infatti, afferma che “si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”.

E ancora a tale riguardo, la Cassazione rileva che la Corte costituzionale ha ritenuto che l’espressione “religione dello Stato” utilizzata nel codice penale, una volta venuta meno la possibilità di attribuirle l’originario significato, non ha altro senso se non quello di un semplice “tramite linguistico” con il quale viene indicata la religione cattolica (sentenze nn. 925 del 1988 e 440 del 1995).

Ciò posto, il giudice rimettente, per argomentare la questione, assume come propri taluni passaggi di più recenti decisioni della Corte costituzionale.

Nella sentenza n. 329 del 1997, osserva la Cassazione, è stato messo in rilievo che “secondo la visione nella quale si mosse il legislatore del 1930, alla Chiesa e alla religione cattoliche era riconosciuto un valore politico, quale fattore di unità morale della nazione. Tale visione, oltre a trovare riscontro nell’espressione ‘religione dello Stato’, stava alla base delle numerose norme che, anche al di là dei contenuti e degli obblighi concordatari, dettavano discipline di favore a tutela della religione cattolica, rispetto alla disciplina prevista per le altre confessioni religiose, ammesse nello Stato. Questa ratio differenziatrice certamente non vale più oggi, quando la Costituzione esclude che la religione possa considerarsi strumentalmente rispetto alle finalità dello Stato e viceversa (sentenze nn. 334 del 1996 e 85 del 1963, nonché 203 del 1989)”.

D’altra parte, prosegue la Cassazione, la giurisprudenza costituzionale ha da tempo abbandonato il criterio “quantitativo” inizialmente utilizzato (ad esempio, nelle sentenze nn. 125 del 1957, 79 del 1958 e 14 del 1973) per giustificare la tutela rafforzata a favore della religione “di maggioranza”: già nella decisione n. 925 del 1988 si è affermato che è “ormai inaccettabile ogni tipo di discriminazione (che si basi) soltanto sul maggiore o minore numero degli appartenenti alle varie confessioni religiose”; mentre la successiva sentenza n. 440 del 1995 ha precisato che “l’abbandono del criterio quantitativo significa che in materia di religione, non valendo il numero, si impone ormai la pari protezione della coscienza di ciascuna persona che si riconosce in una fede, quale che sia la confessione religiosa di appartenenza”.

Da ultimo – conclude la Cassazione – la Corte costituzionale, nella già citata sentenza n. 329 del 1997, ha definitivamente escluso la possibilità di giustificare differenziazioni legislative nella tutela penale del “sentimento religioso”, osservando che “la protezione del sentimento religioso è venuta ad assumere il significato di un corollario del diritto costituzionale di libertà di religione, corollario che, naturalmente, deve abbracciare allo stesso modo l’esperienza religiosa di tutti coloro che la vivono, nella sua dimensione individuale e comunitaria, indipendentemente dai diversi contenuti di fede delle diverse confessioni. Il superamento di questa soglia attraverso valutazioni e apprezzamenti legislativi differenziati e differenziatori, con conseguenze circa la diversa intensità di tutela, infatti, inciderebbe sulla pari dignità della persona e si porrebbe in contrasto col principio costituzionale della laicità o non confessionalità dello Stato … : principio che, come si ricava dalle disposizioni che la Costituzione dedica alla materia, non significa indifferenza di fronte all’esperienza religiosa ma comporta equidistanza e imparzialità della legislazione rispetto a tutte le confessioni religiose”.

4. – In tale quadro di riferimento, si delineano, ad avviso della Corte di cassazione, le seguenti coordinate della questione: a) il venir meno del carattere di religione “di Stato” per la confessione cattolica ha riportato quest’ultima nell’ambito della pari dignità rispetto a ogni altra confessione, conformemente al disegno costituzionale; b) la Corte costituzionale ha numerose volte sollecitato il legislatore a rimuovere ogni ingiustificata differenza di tutela penale tra la religione cattolica e le altre confessioni; c) il reato di cui all’art. 402 cod. pen. mantiene viceversa una effettiva discriminazione tra confessioni religiose, tutelando esclusivamente la religione cattolica.

Ne deriva la necessità di rimettere al controllo di costituzionalità la compatibilità tra la norma penale in discorso e i principi espressi negli artt. 3, primo comma, e 8, primo comma, della Costituzione.

Diritto

Considerato in diritto

1. – La Corte di cassazione solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 402 del codice penale (Vilipendio della religione dello Stato) che punisce con la reclusione fino a un anno “chiunque pubblicamente vilipende la religione dello Stato”. Il giudice rimettente dubita che la disposizione in esame, accordando una tutela privilegiata alla sola religione cattolica – già religione dello Stato (sentenze nn. 925 del 1988, 440 del 1995 e 329 del 1997) – violi gli artt. 3 e 8 della Costituzione, cioè l’eguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione e l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge.

2. – La questione è fondata.

3. – Posta dal legislatore penale del 1930, la norma impugnata, insieme a tutte le altre che prevedono una protezione particolare a favore della religione dello Stato-religione cattolica, si spiega per il rilievo che, nelle concezioni politiche dell’epoca, era riconosciuto al cattolicesimo quale fattore di unità morale della nazione. In questo senso, la religione cattolica era “religione dello Stato” – anzi necessariamente “la sola” religione dello Stato (formula risalente all’art. 1 dello Statuto albertino e riportata a novella vita dall’art. 1 del Trattato fra la Santa Sede e l’Italia del 1929): oltre che essere considerata oggetto di professione di fede, essa era assunta a elemento costitutivo della compagine statale e, come tale, formava oggetto di particolare protezione anche nell’interesse dello Stato.

Le ragioni che giustificavano questa norma nel suo contesto originario sono anche quelle che ne determinano l’incostituzionalità nell’attuale.

In forza dei principi fondamentali di uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione (art. 3 della Costituzione) e di uguale libertà davanti alla legge di tutte le confessioni religiose (art. 8 della Costituzione), l’atteggiamento dello Stato non può che essere di equidistanza e imparzialità nei confronti di queste ultime, senza che assumano rilevanza alcuna il dato quantitativo dell’adesione più o meno diffusa a questa o a quella confessione religiosa (sentenze nn. 925 del 1988, 440 del 1995 e 329 del 1997) e la maggiore o minore ampiezza delle reazioni sociali che possono seguire alla violazione dei diritti di una o di un’altra di esse (ancora la sentenza n. 329 del 1997), imponendosi la pari protezione della coscienza di ciascuna persona che si riconosce in una fede quale che sia la confessione di appartenenza (così ancora la sentenza n. 440 del 1995), ferma naturalmente la possibilità di regolare bilateralmente e quindi in modo differenziato, nella loro specificità, i rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica tramite lo strumento concordatario (art. 7 della Costituzione) e con le confessioni religiose diverse da quella cattolica tramite intese (art. 8).

Tale posizione di equidistanza e imparzialità è il riflesso del principio di laicità che la Corte costituzionale ha tratto dal sistema delle norme costituzionali, un principio che assurge al rango di “principio supremo” (sentenze nn. 203 del 1989, 259 del 1990, 195 del 1993 e 329 del 1997), caratterizzando in senso pluralistico la forma del nostro Stato, entro il quale hanno da convivere, in uguaglianza di libertà, fedi, culture e tradizioni diverse (sentenza n. 440 del 1995).

Queste conclusioni sono progressivamente maturate, pur partendo da proposizioni iniziali per diversi aspetti divergenti (sentenze nn. 79 del 1958; 39 del 1965; 14 del 1973), in concomitanza con significativi e convergenti svolgimenti dell’ordinamento. Il punto 1 del Protocollo addizionale all’Accordo che apporta modificazioni al Concordato lateranense, recepito con la legge 25 marzo 1985, n. 121, ha esplicitamente affermato il venire meno del principio della religione cattolica come sola religione dello Stato e, con le diverse intese poi raggiunte con confessioni religiose diverse da quella cattolica, si è messo in azione il sistema dei rapporti bilaterali previsto dalla Costituzione per le altre confessioni. In tale contesto, si è manifestata la generale richiesta allo Stato di una sua disciplina penale equiparatrice, o nel senso dell’assicurazione della parità di tutela penale (come è nel caso dell’art. 1, quarto comma, dell’intesa con l’Unione delle Comunità ebraiche italiane del 27 febbraio 1987), o nel senso che la fede non necessita di tutela penale diretta, dovendosi solamente apprestare invece una protezione dell’esercizio dei diritti di libertà riconosciuti e garantiti dalla Costituzione (art. 4 dell’intesa con la Tavola valdese del 21 febbraio 1984; preambolo all’intesa con le Assemblee di Dio in Italia del 29 dicembre 1986; preambolo all’intesa con l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia del 29 marzo 1993). A fronte di questi svolgimenti dell’ordinamento nel senso dell’uguaglianza di fronte alla legge penale, l’art. 402 del codice penale rappresenta un anacronismo al quale non ha in tanti anni posto rimedio il legislatore. Deve ora provvedere questa Corte nell’esercizio dei suoi poteri di garanzia costituzionale.

4. – Sebbene, in generale, il ripristino dell’uguaglianza violata possa avvenire non solo eliminando del tutto la norma che determina quella violazione ma anche estendendone la portata per ricomprendervi i casi discriminati, e sebbene il sopra evocato principio di laicità non implichi indifferenza e astensione dello Stato dinanzi alle religioni ma legittimi interventi legislativi a protezione della libertà di religione (sentenza n. 203 del 1989), in sede di controllo di costituzionalità di norme penali si dà solo la prima possibilità. Alla seconda, osta infatti comunque la particolare riserva di legge stabilita dalla Costituzione in materia di reati e pene (art. 25, secondo comma) a cui consegue l’esclusione delle sentenze d’incostituzionalità aventi valenze additive, secondo l’orientamento di questa Corte (v., in analoga materia, la sentenza n. 440 del 1995).

La dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 402 del codice penale si impone dunque nella forma semplice, esclusivamente ablativa.

PQM

Per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 402 del codice penale (Vilipendio della religione dello Stato).

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 novembre 2000.

Depositata in cancelleria il 20 novembre 2000

.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube