Diritto e Fisco | Editoriale

Italianshare e il download illegale attraverso link esterni

17 Novembre 2011 | Autore:
Italianshare e il download illegale attraverso link esterni

Chiuso Italianshare.net: illecito il sito che contiene link esterni a file pirata e consente il download di materiale protetto dal diritto d’autore attraverso l’indicizzazione di altri siti. 

Una improvvisa retata della Guardia di Finanza ha messo fine all’attività di Italianshare.net, il cosiddetto supermarket italiano online della pirateria.

Con oltre 136 mila utenti iscritti e 31.360 risorse condivise, tutte protette dal copyright, il portale consentiva il download illegale di svariati contenuti: videogiochi, film, musica, software, fumetti, libri, porno, serie tv, cartoon, libri, ecc.

550 mila utenti al mese, di cui il 97% italiani, scaricavano quotidianamente opere coperte dal diritto d’autore attraverso collegamenti esterni a piattaforme P2P come Torrent (cosiddetti file .torrent) ed Emule (cosiddetti link ED2K). Non è una novità, del resto., che l’Italia sia uno dei Paesi con la più alta percentuale di materiale contraffatto, raggiungendo un quarto del mercato totale europeo.

Come in altri casi simili, il gestore del portale lavorava allo scoperto. Tex Willer – così si faceva chiamare il deus ex machina – aveva persino rilasciato un’intervista all’Ansa, in cui aveva spiegato le ragioni cui la sua attività non dovesse considerarsi illecita. “Italianshare è al pari di Google un motore di ricerca. Infatti si limita a rintracciare i file audio e video che sono già presenti nel web. Anche le foto sono immagini provenienti da altri siti che riportiamo come link”.

Questo dimostra che c’è ancora tanta confusione, sul web, su cosa possa definirsi pirateria e cosa, invece, mera raccolta di link esterni.

Dopo Napster, che nell’estate del 2000 è stato accusato di distribuire a 20 milioni di netizen materiale musicale protetto da copyright, numerose sono state le tecniche usate dalla pirateria al fine di aggirare i divieti legislativi e i sequestri delle autorità.

Così, molti dei portali che si sono succeduti negli ultimi anni – primo tra tutti The Pirate Bay – giustificano oggi la loro attività di raccolta e distribuzione del materiale pirata con una argomentazione suggestiva, ma per niente efficace. Essi – dicono – si limiterebbero a indicizzare link a files esterni, presenti su altri siti web con cui non avrebbero alcun rapporto commerciale. Non essendo dunque le opere fisicamente presenti sui loro server, alcuna responsabilità potrebbe essere a loro imputata.

In parole semplici, il sito “colpevole” conterrebbe solo dei link ad altri siti di terzi ove si trova i files pirata.

Si tratta, ovviamente, di giustificazioni di comodo.

Non è tanto il discorso della proprietà o meno del file a entrare in gioco, quanto piuttosto il fine stesso dell’azione.

È meglio fare un esempio con il mondo degli atomi, per comprendere meglio. Mettiamo che io apra un’attività: a chiunque voglia uccidere il proprio nemico, gli indico il nome e l’indirizzo di un killer di mia fiducia al quale rivolgersi. Diciamo che, per questa consulenza, io mi faccia pagare, predisponendo, peraltro, un servizio di trasporto in limousine proprio sino all’assassino che ho indicato. Potrei ritenermi meno responsabile del reato di omicidio rispetto al killer solo perché non ho materialmente posto in essere l’azione?

Ebbene, con la messa a disposizione di link esterni avviene più o meno la stessa cosa. E il guadagno del portale sta ovviamente nella vendita della pubblicità.

La stessa SIAE ha recentemente chiarito (in occasione della questione dei trailer a pagamento) che l’embedding a portali esterni deve essere considerato alla stregua di un normale atto di pubblicazione del file. Il link a una risorsa esterna – dice la Società degli Autori – fa ugualmente scaturire l’obbligo di pagare i diritti alla SIAE. Cosicché chi linka a un trailer presente su Youtube deve comunque pagare  i diritti per la colonna sonora del trailer medesimo.

A sostegno di questa tesi, si è già pronunciato il Tribunale di Roma [1] nel noto caso “About Elly”, di cui si è già parlato nelle pagine di questo portale, più volte.

Dall’altro lato, c’è anche la tesi opposta, di chi sostiene la non responsabilità, al pari dell’editore di un elenco telefonico che non potrebbe essere responsabile di quel che i singoli abbonati fanno con il telefono.

È stato inoltre richiamato, a sostegno di questa posizione, il principio di neutralità dell’intermediario, ossia l’impossibilità a ritenere responsabile l’Internet Service Provider per le condotte poste in essere dai propri utenti sul portale (così, per esempio, YouTube per i video caricati dagli iscritti). Argomentazione però fuori luogo. Perché, se il motore di ricerca non può essere al corrente di tutti i files che, con programmi automatici, vengono prelevati e indicizzati sulle proprie pagine, nel caso dei siti pirata la raccolta avviene consapevolmente e, per di più, in modo mirato.

È vero, comunque, che la questione non ha ancora trovato una pacifica e unanime soluzione. Si va ancora per metafore rapportate al mondo materiale, proprio perché quello dei bit è confuso, incerto e, soprattutto, in continua evoluzione.

 

 



note

[1] Con ordinanza del 20-22/03/2011. Tuttavia l’ordinanza è stata poi riformata in sede di reclamo.


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