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Mediazione penale: cos’è e come funziona

29 Agosto 2018 | Autore:
Mediazione penale: cos’è e come funziona

È possibile ricorrere alla mediazione anche nel penale? Chi è e cosa fa il mediatore penale? Cosa sono i programmi di riparazione? La mediazione penale serve realmente?

Sicuramente avrai sentito parlare della mediazione e, probabilmente, sarà capitato anche a te di affrontarne una, soprattutto se abiti in condominio oppure hai avuto problemi con la successione di un tuo avo. Se è così, saprai allora che la mediazione è quell’istituto giuridico che consente di risolvere le controversie in maniera bonaria, senza ricorrere al tribunale e al giudice. In pratica, con la mediazione i contendenti si siedono allo stesso tavolo per cercare una soluzione al loro problema, aiutati in ciò da una figura terza e imparziale: il mediatore. Quali sono i vantaggi della mediazione? Semplice: innanzitutto, essa consente di addivenire ad una soluzione in tempi celeri; in secondo luogo, permette alle parti di risparmiare denaro, visto che la giustizia italiana è notoriamente costosa; infine, aiuta le aule di giustizia a smaltire i procedimenti, evitando che altri (a volte inutili) si aggiungano a quelli già pendenti. Insomma: la mediazione rende tutti felici. Fino ad oggi, in Italia la mediazione obbligatoria era conosciuta solamente per le materie civili e commerciali, non per il penale: questo perché il processo penale si occupa di fatti che hanno un rilievo pubblico, non privatistico. Chi ruba, percuote o uccide non commette un crimine solamente nei confronti della vittima, ma anche nei confronti dello Stato. Non a caso, il processo penale consta di una parte privata (l’imputato) e di una pubblica (lo Stato italiano), rappresentata dal pubblico ministero; la parte civile, cioè colei che risulta danneggiata dal reato e ne chiede il risarcimento, è solamente eventuale. In effetti, nel rito davanti al giudice di pace esiste qualcosa di simile alla mediazione: parliamo del tentativo di conciliazione che il giudice deve provare alla prima udienza. Non si tratta, però, di una mediazione in senso stretto, poiché la conciliazione avviene quando il procedimento è già instaurato. Questo fino ad ora: il legislatore italiano, infatti, è in procinto di partorire una nuovissima mediazione penale, cioè un tentativo di conciliazione bonaria da effettuarsi quando una delle parti si sia macchiata di un crimine. Se quello che sto dicendo ti interessa, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme cos’è e come funziona la mediazione penale.

Mediazione penale: cos’è?

La mediazione penale, non differentemente da quella civile, consiste nell’incontro tra due parti (autore del reato e persona offesa) davanti ad un individuo terzo e imparziale, al fine di pervenire ad una riconciliazione. È questo, grosso modo, quanto prevede lo schema di decreto legislativo approvato dal Governo in attesa di essere valutato dal Parlamento [1]. Scopo della mediazione penale sarebbe quello di ottenere una pacificazione che possa giovare all’intera società, soprattutto in un’ottica di recupero e riabilitazione del reo. Il mediatore dovrebbe essere un dipendente statale o comunale in grado di fungere da paciere.

Mediazione penale: a cosa serve?

Il problema è capire a cosa serva realmente la mediazione penale. Ottenuta la riappacificazione, infatti, è interesse delle parti giungere ad un risultato concreto. Ebbene, sul punto la normativa è nebulosa, poco chiara, in quanto pare che la conciliazione non eviti la condanna al reo, né l’obbligo di risarcire il danno provocato dalla sua condotta illecita. Il beneficio che il colpevole dovrebbe trarre dalla mediazione penale è uno sconto di pena in caso di condanna, o meglio, una valutazione positiva della sua condotta da parte del magistrato, considerazione che, di conseguenza, dovrebbe avere conseguenze positive sul trattamento sanzionatorio. Ma procediamo con ordine.

Mediazione penale: come funziona?

Secondo l’attuale schema di decreto legislativo, la mediazione penale dovrebbe svolgersi più o meno così. Innanzitutto, perché tutto possa cominciare, è necessario il consenso scritto di entrambe le parti, cioè dell’autore del crimine e della sua vittima. Il consenso deve essere assolutamente libero e consapevole, nel senso che le parti devono essere ben informate circa la funzione e lo scopo della mediazione penale. A tal proposito, a garanzia della libertà delle parti, il consenso è sempre revocabile: ciò significa che, in qualunque momento della mediazione, sia la vittima che l’autore potranno abbandonare il tavolo delle trattative.

Programma riparativo: cos’è?

Oggetto della mediazione penale deve essere la riconciliazione tra le parti e la proposta, al reo, di un programma riparativo. Di cosa si tratta? In poche parole, al reo deve essere presentato un piano che consiste nel dimostrare concretamente il suo pentimento: ad esempio, egli potrebbe accettare di riparare il pregiudizio cagionato alla vittima, di risarcirgli il danno oppure di prendere parte ad attività socialmente utili.

La legge dice che il programma riparativo non può essere imposto al reo, nemmeno dietro promessa di ulteriori benefici. In pratica, accade questo:

  • se il reo accetta il piano propostogli dal mediatore, allora la sua buona condotta potrà sicuramente essere valutata positivamente dal giudice, con ripercussioni positive sul trattamento sanzionatorio (sconto di pena, accesso alle misure alternative alla detenzione, sospensione condizionale, ecc.);
  • se, al contrario, l’autore del crimine rifiuta il programma di giustizia riparativa oppure vi rinuncia dopo averlo accettato, allora tale condotta non potrà essere valutata negativamente: il giudice, cioè, non potrà aumentargli la pena oppure “castigarlo” in diversa maniera.

Punto controverso riguarda proprio il contenuto del programma di riparazione: esso non deve necessariamente mirare al ristoro del danno patito dalla vittima, potendosi sostanziare anche in un pentimento puramente simbolico, come ad esempio l’offerta di una somma di danaro irrisoria oppure delle scuse meramente formali. La riparazione, quindi, non è sinonimo di ristoro materiale poiché, come anticipato, il reo potrebbe anche non dare nulla alla persona offesa e limitarsi ad offrire i suoi servigi per lo svolgimento di attività di utilità sociale. Siamo ben distanti, quindi, dalle condotte riparatorie che estinguono il reato introdotte dalla riforma Orlando [2].

Mediatore penale: cosa fa?

Al centro della mediazione penale si muove il vero protagonista della stessa: il mediatore penale. Come anticipato, si tratta di figura qualificata appartenente all’amministrazione statale o locale (con preferenza per quella comunale). Il mediatore penale dovrà districarsi tra l’astio presumibilmente esistente tra autore del fatto e vittima: a lui spetterà l’arduo compito di spiegare alle parti il significato della mediazione e di giungere ad un programma di riparazione che abbia un senso di esistere.

Ma ora viene il punto più interessante di tutti: il mediatore penale dovrebbe svolgere gratuitamente il suo compito. La riforma, infatti, non prevede compensi, gettoni, rimborsi o altre forme di indennità per le attività svolte in qualità di mediatore. Tutto dovrà gravare sugli enti alle cui dipendenze si trova il mediatore penale professionista.

Mediazione penale: serve davvero?

Premessa necessaria a quanto si sta per dire: la mediazione penale è ancora allo stato embrionale e, pertanto, è davvero troppo presto per trarre delle conclusioni. Tuttavia, sulla scorta di quanto è dato leggere nello schema finora approvato, sembrano lampanti alcune criticità. Innanzitutto, va rimarcata la differenza tra la mediazione penale e quella civile: mentre quest’ultima, se va a buon fine, evita il processo, la prima non fa altrettanto. Anche se la mediazione penale dovesse concludersi felicemente, il processo si svolgerà ugualmente e, al massimo, la condotta dell’imputato verrebbe guardata di buon occhio dai giudici.

A questo punto, si apre un mare magnum di obiezioni:

  1. A che serve, in pratica, la mediazione penale? Come detto, la vittima potrebbe non ricavarci il becco d’un quattrino, mentre al reo comunque non verrebbe assicurato uno sconto di pena reale. Lo schema di decreto legislativo approvato dal Governo parla genericamente di una valutazione positiva della condotta dell’autore da parte della magistratura. Ciò è lodevole, ma fa a pugni con la realtà delle aule giudiziarie, ove i giudici già oggi, quando decidono di condannare, propendono per comminare il minimo edittale e per concedere, praticamente sempre, tutti i benefici possibili (sospensione condizionale e non menzione nel casellario giudiziale). Anche la magistratura di sorveglianza elargisce con una certa automaticità le misure alternative alla detenzione, quando ne ricorrano i presupposti. E allora, questa maggiore benevolenza dei giudici nei confronti del reo che abbia conciliato in che modo dovrebbe manifestarsi?
  2. Abbiamo detto che il consenso alla mediazione penale è assolutamente necessario e deve provenire da entrambe le parti; esso, inoltre, deve sussistere per tutto il tempo della mediazione. Ora, poiché la condotta riparativa del reo può sostanziarsi anche in un’offerta simbolica, in una stretta di mano oppure in un servizio reso alla società, cosa dovrebbe trattenere la vittima dall’abbandonare la mediazione, visto che non le porta alcuna utilità?
  3. Dal punto di vista meramente procedurale, sembrerebbe che la mediazione penale non sia condizione di procedibilità, a differenza di quella civile, che impedisce di adire il tribunale se non si è effettuato il tentativo. In altre parole, mediazione penale o meno, il processo si celebrerà comunque. Da un lato, la scelta del legislatore è chiara: il nostro ordinamento già conosce alcune condizioni di procedibilità (una su tutte: la querela) che determinano l’azionabilità o meno del processo. Aggiungerne una ulteriore sarebbe risultato superfluo, se non deleterio: si immagini un reato procedibile a querela che, oltre alla necessità della querela stessa, richieda anche il tentativo di mediazione penale. Tuttavia, a questo punto ci si domanda dove debba essere collocata, dal punto di vista temporale, la mediazione penale. Cioè, in altre parole: quando andrebbe fatta la mediazione? Subito dopo la conclusione delle indagini preliminari? Oppure prima? Se dovesse protrarsi a lungo, tanto da arrivare alla celebrazione del processo?
  4. Infine, il punto più critico di tutti: l’indagato/imputato che accetta di sedersi al tavolo della mediazione, deve ammettere la sua responsabilità? Sembrerebbe di sì, altrimenti non avrebbe senso accettare un programma di riparazione. Ma, allora, se fosse così, al reo converrebbe accettare la mediazione penale solo nel caso di evidente colpevolezza, cioè quando il processo penale sia già segnato. In tutti gli altri casi, all’autore converrebbe negare ogni responsabilità, rifiutare la mediazione e giocarsela in tribunale davanti al giudice, assistito dal proprio avvocato.

note

[1] Schema di d. lgs. approvato il 22.02.2018 in attuazione della legge delega n. 103/2017.

[2] Art. 162-ter cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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