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Cambio serratura: si può fare se il convivente non lo sa?

30 agosto 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 agosto 2018



È possibile quando i rapporti tra i coniugi si fanno accesi, o quando si arriva, addirittura, a una causa di separazione, estromettere l’odiato convivente dalla casa di abitazione e cambiare la serratura a sua insaputa?

Molto spesso tanto il rapporto di amore tra due persone è stato intenso all’inizio, quanto è poi bellicoso alla fine se, purtroppo, giunge al termine.

Tuttavia, per quanto il coniuge o convivente, tanto amato inizialmente e sul quale si erano riposte le proprie aspettative e i propri sogni (cosa che mai si dovrebbe fare), diventi all’improvviso il nemico più odiato contro cui combattere, impedirgli, da un giorno all’altro, di entrare nella casa di abitazione comune cambiando la serratura, non è una buona idea. Si rischia, infatti, di trovarsi con una condanna per il reato di violenza privata, punito con la reclusione sino a quattro anni, come ha chiarito il mese scorso la Cassazione penale. Che l’abitazione sia di proprietà, anche esclusiva, del coniuge o del convivente che vuole cacciare l’altro dalla casa familiare le cose non cambiano: il reato è in ogni caso configurabile. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire se il cambio serratura si può fare se il convivente non lo sa.

 Il reato di violenza privata

Il reato di violenza privata si configura quando con violenza o minaccia si costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. Esso comporta la reclusione sino a quattro anni [1].

Nella legge penale non vi è una definizione di violenza che, tuttavia, viene comunemente indentificata con l’uso di tutti quei mezzi (fisici, materiali o morali) che producono un effetto di coazione sulla vittima (ossia la costringono a fare/non fare o tollerare qualcosa).

Ciò che è fondamentale, dunque, perché vi sia la violenza privata è che il comportamento del soggetto che la pone in essere sia idoneo a impedire la libertà di volere o di movimento della persona offesa [2].

Non è perciò sempre necessario, per realizzare il reato, l’uso di energia fisica, basta che chi agisce, attraverso il suo comportamento, raggiunga illecitamente lo scopo di costringere un soggetto a fare, non fare od omettere qualcosa [3].

Visto che la giurisprudenza italiana ha abbracciato una nozione assai ampia del concetto di violenza privata, si è andata delineando una distinzione tra violenza propria, intesa come quella in cui viene impiegata la forza fisica, e violenza impropria, che non si esercita direttamente sulla vittima, ma attraverso mezzi indiretti che sono in grado di costringere quest’ultima nella scelta dei suoi comportamenti [4].

Ad esempio, nell’ambito del rapporto coniugale, è stato condannato per il reato di violenza privata (impropria) il marito che ha imposto alla moglie di tagliarsi i capelli per gelosia [5].

Anche al di fuori dei rapporti tra marito e moglie è stata ravvisata, senza dubbio, la violenza privata nella forma «impropria» (e, dunque, senza uso di forza fisica diretta sulla vittima), nel comportamento di quel soggetto che impedisca a chi ne ha diritto di entrare nella propria abitazione apponendo un lucchetto al cancello di casa [6].

Il cambio della serratura della casa familiare e la violenza privata

Se, come si è visto, il reato di violenza privata non richiede necessariamente l’uso della forza fisica, essendo sufficiente che, con qualsiasi mezzo, un soggetto, in modo coatto, privi un altro della propria libertà e scelta di comportamento, la questione del cambio coatto della serratura da parte di uno dei coniugi/conviventi, merita allora una seria riflessione.

Infatti, la libertà individuale, intesa come libertà di determinazione e di azione è tutelata costituzionalmente [7] e non può certo essere illegittimamente e arbitrariamente compressa anche se vi è una situazione di crisi familiare in atto.

Certo, se il convivente o il coniuge è violento si dovrà immediatamente sporgere denuncia presso la Polizia e ottenere in tempi brevi un ordine di allontanamento, ma non si potrà, al di fuori di queste gravi ipotesi, decidere che l’amato non ci piace più, che si litiga troppo e solo per queste ragioni, da un giorno all’altro, impedirgli di entrare in casa, cambiando la serratura.

I giudici, infatti, hanno ritenuto sussistente il reato di violenza privata nella condotta del marito che, nel corso del giudizio di separazione, ha impedito alla moglie, che si era temporaneamente trasferita dai genitori, di rientrare nella casa familiare, sostenendo che in favore di quest’ultima non era ancora intervenuto il provvedimento di assegnazione dell’abitazione [8].

Così ragionando è stato perfino riconosciuto il reato in esame nella condotta del coniuge che aveva impedito alla moglie di accedere a una stanza della casa familiare, chiudendo a chiave la serratura [9].

Nel cambio della serratura non vi è violenza fisica «diretta», ma certamente si crea un ostacolo insuperabile di natura materiale che impedisce la libertà di determinazione della vittima e che costituisce una forma assoluta di violenza privata indiretta o impropria.

Nella sentenza pubblicata questo mese di agosto 2018, infatti, è stata ritenuta responsabile del reato di violenza privata la moglie che aveva cambiato la serratura dell’immobile di proprietà esclusiva del marito, impedendogli di rientrarne in possesso. La Cassazione penale ha, in particolare, sottolineato come la violenza impropria ben si attua anche attraverso questi mezzi «anomali»(quali il cambio di serrature), che sono, in ogni caso in grado di esercitare un’illecita pressione sulla volontà altrui, impedendo che essa si determini liberamente [10].

Il cambio coatto della serratura tra conviventi

Così come il coniuge non può estromettere l’altro dalla casa familiare, lo stesso vale tra conviventi non sposati: tanto ha chiarito la giurisprudenza [11].

Infatti, il convivente pur proprietario esclusivo della casa in cui si è svolto il rapporto non può, una volta che questo è cessato, da un giorno all’altro, estromettere il partner dall’abitazione attraverso il cambio della serratura, senza dargli un preavviso di almeno tre mesi.

Il partner non è un ospite qualsiasi, ma in ragione del rapporto di convivenza un detentore qualificato (proprio come un conduttore) e, nel caso di arbitrario cambio della serratura, il partner che pone in essere questo comportamento rischierebbe, senza dubbio, una condanna per violenza privata oltre che, in sede civile, un’azione per spoglio violento.

Quando è lecito cambiare la serratura ed estromettere il coniuge o il convivente?

Si può tirare un sospiro di sollievo solo quando nella crisi coniugale o tra conviventi, laddove vi siano figli minori, sia stato emanato un provvedimento di assegnazione della casa familiare.

In questo caso colui che sulla base del provvedimento giudiziale risulta assegnatario della casa, anche se l’immobile è di proprietà dell’altro, ha diritto di utilizzare l’abitazione in via esclusiva e, quindi, escludendo l’altro attraverso il cambio di serrature e lucchetti [12].

Di più. Se il coniuge o convivente non assegnatario, in questo caso, pretendesse di entrare nell’abitazione senza il consenso dell’altro potrebbe commettere il reato di violazione di domicilio altrui [13].

note

[1] Articolo 610 c.p.

[2] Cassazione penale, Sezione VI, 15.6.2012, n. 26808.

[3] Cassazione penale, Sezione V, 30.11.2017, n. 53978; Cassazione penale, Sezione V, 24.6.1982.

[4] Cassazione penale, Sezione V, 12.12.2017 – 2.2.2018, n. 5176.

[5] Cassazione penale, Sezione V, 28.1.2013, n. 10413.

[6] Cassazione penale, Sezione V, 27.2.1998.

[7] Articolo 13 della Costituzione.

[8] Cassazione penale, Sezione V, 26.4.2012, n. 40383.

[9] Cassazione penale, Sezione V, 2.2.2016, n. 4284.

[10] Cassazione penale, sez. V, sentenza 12 giugno – 24 agosto 2018, n. 38910.

[11] Cassazione civile, sentenza 2013 n. 7214.

[12] Cassazione civile, 12 aprile 2011, n. 8361.

[13] Articolo 614 c.p.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 12 giugno – 24 agosto 2018, n. 38910

Presidente Settembre – Relatore De Marzo

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 01/12/2017 la Corte d’appello di Firenze ha confermato la decisione di primo grado, che aveva condannato S.R. alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni, avendola ritenuta responsabile del reato di cui all’art. 610 cod. pen., per avere, con violenza consistita nel cambiamento della serratura di un immobile di esclusiva proprietà del marito, impedito a quest’ultimo di rientrarne in possesso.

Nell’interesse della S. è stato proposto ricorso per cassazione affidato ai seguenti motivi.

2.1. Con il primo motivo si rileva che, verosimilmente, nelle more del deposito dell’impugnazione, dovrebbero essere maturati i termini di prescrizione.

In subordine, si invoca l’applicabilità dell’art. 131-bis cod. pen..

2.2. Con il secondo motivo si lamentano inosservanza o erronea applicazione della legge penale, rilevando: a) che l’imputata, come riconosciuto dalla Corte territoriale, aveva richiesto giudizialmente l’assegnazione della casa coniugale; b) che la procedura si sarebbe conclusa solo nel 2015; c) che sino a quel momento la donna era stata esclusivo possessore dell’immobile a seguito dell’unilaterale allontanamento del marito; d) che, in conseguenza di tali rilievi e della condotta meramente omissiva della donna – tradottasi nella mancata consegna delle nuove chiavi -, non era configurabile la cd. violenza impropria. 2.3. Con il terzo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, per avere la Corte territoriale trascurato di considerare: a) la momentaneità della trasformazione della cosa, peraltro resa necessaria dal difettoso funzionamento del lucchetto, la cui funzionalità e integrità potevano essere agevolmente ripristinate; b) il fatto che l’imputata aveva consegnato le nuove chiavi al marito appena quest’ultimo, recatosi presso l’abitazione due anni dopo averla lasciata, gliene aveva fatto richiesta; c) che, in relazione a tali profili, non era configurabile il dolo richiesto dalla fattispecie incriminatrice.

2.4. Con il quarto motivo si lamenta inosservanza o erronea applicazione della legge penale, con riguardo alla determinazione della pena e all’entità del risarcimento dei danni liquidato in favore della parte civile.

Considerato in diritto

Vanno preliminarmente esaminati congiuntamente, in ragione della loro stretta connessione, il secondo e il terzo motivo.

Essi sono inammissibili per genericità e manifesta infondatezza.

Il ricorso non pone in discussione la circostanza – oggetto dell’accertamento dei giudici di merito – che la serratura cambiata dall’imputata sia stata rinvenuta tempo dopo dalla parte civile e si sia rivelata perfettamente funzionante.

Tale dato nonché il vano tentativo della donna di conseguire, in sede di separazione, l’assegnazione esclusiva della casa coniugale e, infine, la circostanza che nel novembre del 2010 la prima non occupava l’immobile (e anche tale profilo non è oggetto di alcuna specifica critica), rappresentano il razionale fondamento della conclusione della sentenza impugnata, quanto alla finalità consapevolmente perseguita dall’imputata di impedire il rientro della parte civile nella abitazione della quale era proprietario.

Non emerge, quindi, se non nelle mere asserzioni del ricorso, un necessitato atto gestorio di chi, sia pure di fatto e in assenza di qualunque titolo giuridico, occupava la casa della quale si discute, ma una condotta deliberatamente tesa ad ostacolare la riacquisizione della disponibilità dell’immobile, che si sarebbe alfine realizzata solo nel maggio del 2012.

Ne discende che sono privi di concludenza i rilievi dedicati, sul piano oggettivo, all’esistenza di una mera omissione, che, invece, nel caso di specie, segue ad un comportamento commissivo, nel quale si ravvisano gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice.

Sez. 5, n. 15651 del 07/03/2014, C, Rv. 259879, invocata dalla ricorrente, si riferisce appunto alla mancata cooperazione dell’imputato al conseguimento del risultato voluto dal richiedente (nella vicenda esaminata, si discuteva della mancata consegna delle nuove chiavi dell’abitazione familiare da parte del marito alla moglie, con cui in precedenza era stata concordata la sostituzione della serratura, laddove, nel caso di specie, non vi è stato alcun accordo originario). Così come prive di qualunque aggancio alla realtà processuale sono le critiche in tema di elemento soggettivo.

In tale contesto, va ribadito che l’elemento della violenza nel reato di cui all’art. 610 cod. pen. si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza \”impropria\”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (Sez. 5, n. 4284 del 29/09/2015 – dep. 02/02/2016, G, Rv. 266020, che, in applicazione di tale principio, ha ritenuto integrato il reato di violenza privata nella condotta di chi impedisce l’esercizio dell’altrui diritto di accedere ad un locale o ad una delle stanze di un’abitazione, chiudendone a chiave la serratura).

Il quarto motivo è inammissibile, in primo luogo perché prospetta questioni non sottoposte all’esame della Corte d’appello, come quest’ultima incidentalmente rileva.

Peraltro, la sentenza di primo grado, sul punto confermata dalla decisione impugnata, non ha liquidato il risarcimento dei danni, ma ha assegnato alla parte. civile una provvisionale. Ora, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il provvedimento col quale il giudice di merito, nel pronunciare condanna generica al risarcimento del danno, assegna alla parte civile una somma da imputarsi nella liquidazione definitiva, non è impugnabile per cassazione, in quanto per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento (Sez. U, n. 2246 del 19/12/1990 dep. 19/02/1991, Capelli, Rv. 186722, seguita dalla giurisprudenza successiva delle sezioni semplici: v., ad es., di recente, Sez. 3, n. 18663 del 27/01/2015, D. G., Rv. 263486).

Per il resto, si osserva, innanzi tutto, che il termine di prescrizione non risulta ancora maturato, giacché, in relazione alla incontestata data di consumazione del reato emergente dalla sentenza di primo grado (novembre 2010), il termine ordinario sette anni e mezzo, risultante dalla applicazione degli artt. 157, comma primo, e 161, comma secondo, cod. pen., sarebbe spirato in data 01/05/2018. Tuttavia, ad esso devono essere aggiunti 105 giorni di sospensione (rinvio su richiesta dal 31/03/2015 al 14/07/2015), che differiscono la scadenza al 14/08/2018.

In ogni caso, l’inammissibilità del ricorso preclude il rilievo della eventuale prescrizione maturata successivamente alla sentenza impugnata (Sez. Un., n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv. 217266).

Infine, la causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto, ex art. 131-bis cod. pen., non può essere dedotta per la prima volta in cassazione, se tale disposizione era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza di appello, ostandovi la previsione di cui all’art. 606, comma 3, cod. proc. pen. (Sez. 5, n. 57491 del 23/11/2017, Moio, Rv. 271877).

Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, appare equo determinare in Euro 2.000,00. Del pari, la ricorrente va condannata alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità, che, in relazione all’attività svolta, vengono liquidate in Euro 1.500,00, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende; condanna inoltre la ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 1.500,00, oltre accessori di legge. In caso di diffusione del presente provvedimento, si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 del d.lgs. n. 196 del 2003.


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