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Cartella Irpef: prescrizione

2 settembre 2018


Cartella Irpef: prescrizione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 settembre 2018



Quando scade il debito con l’Agenzia delle Entrate Riscossione: come far valere un debito prescritto e non pagare la cartella esattoriale.

Le imposte più evase in Italia sono l’Irpef e l’Iva. Non potrebbe essere diversamente, trattandosi anche delle principali. In particolare, l’Irpef è una tassa che devono pagare tutti i contribuenti, almeno quelli che percepiscono redditi, a prescindere dall’importo degli stessi. Per quanto, nei casi dei soggetti più svantaggiati, le detrazioni previste dalla legge annullano l’imposizione fiscale, la maggioranza di chi svolge un lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale o riceve ricchezza da altre fonti (ad esempio: locazione) si deve confrontare, una volta all’anno, con il versamento dell’Irpef. Chi non lo fa viene perseguito: penalmente (solo nei casi di maggiore gravità, quando cioè la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi o l’omissione del versamento supera determinate soglie) e con il pignoramento dei beni. Se però l’amministrazione finanziaria non avvia la procedura, scatta la prescrizione e il debito “scade”: in buona sostanza il contribuente si libera da ogni obbligo e non è più tenuto a pagare. Di tanto ci occuperemo in questo articolo: tratteremo, più nel dettaglio, il delicato tema della prescrizione della cartella Irpef, tra tesi (tradizionali) secondo cui il termine è decennale e altre (più recenti) per le quali il termine è invece di cinque anni. Cercheremo di comprendere qual è l’indirizzo oggi sposato dai tribunali in materia di prescrizione dell’Irpef e cosa deve fare il contribuente che, per molti anni non ha ricevuto solleciti, a cancellare il proprio debito. Ma procediamo con ordine.

Quando arriva la cartella di pagamento dell’Irpef?

Il mancato versamento dell’Irpef può dipendere da tre ragioni distinte per le quali sono previste conseguenze differenti:

  • omessa presentazione della dichiarazione dei redditi. In tal caso scatta il penale quando l’imposta evasa supera 50mila euro;
  • omessa indicazione, nella dichiarazione, di redditi percepiti (cosiddetta dichiarazione infedele): in tal caso il contribuente ha regolarmente assolto all’obbligo della presentazione della dichiarazione dei redditi ma quest’ultima era incompleta, celando infatti alcune delle ricchezze ricevute nell’anno d’imposta. Il penale, in questa ipotesi, scatta quando l’imposta evasa è superiore a 150mila euro (prima era di 50mila euro), e i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o comunque i 3 milioni di euro (prima era 2 milioni);
  • ha regolarmente assolto all’obbligo della presentazione della dichiarazione dei redditi e quest’ultima era corretta e completa, tuttavia il contribuente non ha poi versato le imposte cui era tenuto (cosiddetto omesso versamento Irpef).

Quando un contribuente non paga l’Irpef riceve innanzitutto un avviso di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate. Se, nei 60 giorni successivi al ricevimento, il contribuente non sana la morosità né fa ricorso al giudice (e lo vince), viene avviata la procedura di riscossione esattoriale. In altri termini la “pratica” è affidata all’Agenzia delle Entrate Riscossione. Per prima cosa, l’esattore notifica la cartella di pagamento e, in caso di omesso versamento nei 60 giorni dopo, avvia pignoramenti, fermi, ipoteche. In verità non c’è una immediata continuità tra le due fasi: dopo la spedizione della cartella esattoriale, infatti, possono trascorrere anche molti anni, circostanza che fa scattare (come vedremo a breve) la prescrizione dell’Irpef.

Nel caso di accertamento fiscale immediatamente esecutivo, emesso e notificato dall’Agenzia delle Entrate, non c’è neanche bisogno della cartella esattoriale poiché già il primo è un “titolo”, ossia è presupposto per avviare l’esecuzione forzata; per cui l’Esattore notificherà solo una lettera di “avviso di presa in carico” della riscossione.

Prescrizione Irpef: cos’è?

Quando si parla di prescrizione di un tributo ci si riferisce al termine massimo entro cui l’amministrazione finanziaria ne può chiedere il pagamento. In pratica, il debito “scade”. La prescrizione è dunque una causa che fa cessare l’obbligo di pagamento.

La prescrizione inizia a decorrere dall’anno successivo a quello in cui l’imposta è dovuta: quindi, per l’Irpef del 2018, il calcolo parte dal 2019. Il termine – che, come vedremo a breve, secondo gran parte dei giudici è di 10 anni – può però essere interrotto da un qualsiasi richiesta il pagamento (cosiddetti atti interruttivi della prescrizione) come l’avviso di accertamento, la cartella esattoriale, l’intimazione di pagamento, il preavviso di fermo o di ipoteca. Dal giorno successivo al ricevimento di uno qualsiasi di tali atti, la prescrizione torna a decorrere da capo. Quindi in teoria un debito fiscale potrebbe non prescriversi mai quando l’amministrazione è puntuale nell’invio di atti interruttivi. Si pensi a un contribuente che ogni due anni riceve un sollecito.

La prescrizione ha anche un’altra conseguenza: in presenza di un soggetto che non ha mai versato l’imposta, essa segna il numero di annualità arretrate che possono essere pretese dal fisco. Ad esempio, se un contribuente non ha mai versato l’Irpef, l’Agenzia delle Entrate potrà chiedergli solo gli ultimi 10 anni e non oltre.

Qual è la prescrizione Irpef?

La prescrizione dell’Irpef è di dieci anni. Questa è almeno la tesi tradizionale. Tuttavia si stanno affacciando numerose sentenze [1] secondo cui la prescrizione sarebbe di cinque anni. Alla base di tale interpretazione vi è il fatto che, in base a una norma del codice civile [2], si prescrivono in cinque anni i debiti che devono pagarsi periodicamente almeno una volta all’anno o in termini più brevi (ad esempio ogni mese, ogni tre mesi, ogni sei mesi, ecc.). Potrebbe essere sicuramente il caso dell’Iva e dell’Irpef, per le quali il contribuente presenta annualmente la dichiarazione fiscale. I fautori della tesi opposta però ribattono sostenendo che il presupposto d’imposta non è mai uguale: esso può variare di anno in anno in base ai redditi percepiti o, addirittura, potrebbe proprio mancare (si pensi a un contribuente che non ha lavorato).

In ogni caso, se il contribuente fa ricorso contro la pretesa di pagamento dell’Irpef e perde la causa, il termine di prescrizione è comunque di dieci anni visto che, in tale ipotesi, la causa del debito – ossia il titolo esecutivo – è la sentenza la quale ha sempre una prescrizione decennale. Lo stesso dicasi per l’ipotesi di ricorso contro la cartella esattoriale cui segua la sentenza di condanna da parte della Commissione Tributaria.

Qual è la prescrizione della cartella Irpef

Nessuna legge stabilisce quale sia la prescrizione delle cartelle esattoriali ma, secondo la giurisprudenza della Cassazione, a queste si applicano i termini dei tributi cui si riferiscono. Per cui una cartella Tasi si prescrive in 5 anni, la cartella per bollo auto si prescrive in tre anni. Per l’Irpef dovremo richiamare quanto detto al paragrafo precedente: la prescrizione della cartella Irpef sarà – a seconda dell’interpretazione del giudice – di dieci anni o di cinque (tesi quest’ultima ancora minoritaria, sebbene sempre più diffusa).

Come fare dichiarare la prescrizione della cartella Irpef

Veniamo al caso del contribuente che, dopo aver ricevuto una cartella di pagamento, nei successivi dieci anni non ha subito alcun pignoramento né gli sono stati notificati dei solleciti. Il suo interesse sarà a questo punto “cancellare” il debito a proprio nome perché ormai prescritto. Come deve fare?

Seppur la prescrizione opera in automatico, non essendo necessarie richieste o procedure particolari, l’Agente della riscossione non provvede mai a “ripulire” l’estratto di ruolo dei cittadini dai debiti ormai scaduti; di solito si limita a non agire. Tuttavia ciò non toglie che più volte siano stati intrapresi pignoramenti per cartelle prescritte. Come fare in questi casi per annullare i debiti caduti in prescrizione? Di certo non si può procedere contro l’iniziale cartella in quanto il ricorso è ammesso solo nei primi 60 giorni dalla sua notifica (quindi, quando ancora la prescrizione non si è verificata). Né si può fare ricorso solo per far dichiarare la prescrizione visto che, nel processo tributario, si può agire davanti al giudice solo contro atti notificati al contribuente. Quindi l’unica soluzione che si apre per il debitore è quella di attendere un’eventuale sollecito, un preavviso di fermo o di ipoteca o lo stesso pignoramento e poi, contro quest’ultimo, procedere al ricorso eccependo la prescrizione.

note

[1] Cass. ord. n. 20213/2015. CTP Avellino, sent. n. 267/2017 (si veda anche CTR Catanzaro sent. n. 173/16 e CTP Reggio Calabria, sent. del 16.04.2014). Ctr Lombardia, sent. n. 1883/16/2018.

[2] Art. 2948 n. 4) cod. civ.

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