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Licenziamento illegittimo: cosa succede al tfr?

2 settembre 2018


Licenziamento illegittimo: cosa succede al tfr?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 settembre 2018



Il trattamento di fine rapporto, comunemente conosciuto come liquidazione è la porzione di retribuzione pagata dalla parte datoriale al lavoratore al termine del rapporto lavorativo. Cosa accade al tfr in caso di licenziamento illegittimo?

Quando si può parlare di licenziamento illegittimo?

Innanzitutto, occorre comprendere quali sono le ipotesi di licenziamento illegittimo contemplate dalla legge. Chiarito questo aspetto potremo analizzare le sorti del tfr. La normativa in tema di diritto del lavoro è stata soggetta, alla luce del lungo periodo di crisi economica e mondiale, a numerose evoluzioni. La legge [1] come prima fattispecie di licenziamento illegittimo prevede l’ipotesi di licenziamento discriminatorio, cioè quello determinato sulla base delle ipotesi di discriminazione previste dalla legge [2]. E’ tale ad esempio il licenziamento che sia stato intimato per motivi politici, religiosi, legati all’età, al sesso, agli handicap, alla razza della persona o relativi alle convinzioni personali della stessa. E’ considerato illegittimo in quanto discriminatorio anche il licenziamento che viene intimato al lavoratore per avere aderito ad una associazione sindacale o per non avere aderito a quella favorita dal datore di lavoro.
Altre ipotesi di licenziamento illegittimo espressamente previste dalla legge sono:
-licenziamento intimato per causa di matrimonio,
-licenziamento intimato per gravidanza e fino al compimento di un anno del bambino.
Le ipotesi di licenziamento appena citate sono considerate nulle e dal momento che sono espressamente previste dalla legge producono come effetto la reintegrazione sul posto di lavoro, nonché il risarcimento del danno sofferto dal lavoratore subordinato. Questa disciplina si applica ai lavoratori che sono stati assunti a partire dal 7 marzo 2015. Parimenti viene considerato illegittimo il licenziamento in forma orale, essendo necessaria per legge l’intimazione in forma scritta. Inoltre la legge prevede come forme di licenziamento, tra le altre, i casi di:
licenziamento per giustificato motivo soggettivo e per giusta causa. E’ chiaro che qualora il giudice accerti che non sussistano il giustificato motivo soggettivo o la giusta causa il licenziamento diviene illegittimo.

Che cosa è il tfr?

Il tfr o trattamento di fine rapporto (comunemente detto liquidazione) consiste in una somma di denaro che il datore di lavoro è tenuto a corrispondere al lavoratore nel momento in cui il rapporto stesso cessa. Sono assoggettati alla disciplina del tfr tutti i lavoratori subordinati che operano nel settore privato ed i lavoratori pubblici facenti parte del settore del pubblico impiego cosiddetto contrattualizzato. Questo trattamento viene riconosciuto tanto nel caso di licenziamento individuale quanto nell’ipotesi di licenziamento collettivo o di dimissioni. Trattasi appunto di una somma pagata alla conclusione del rapporto lavorativo. E’ opportuno tenere a mente che il tfr matura per ogni anno di servizio e ha come base di calcolo l’ultima retribuzione di riferimento.

Tfr e licenziamento illegittimo, qual è il loro rapporto?

Nelle ipotesi di licenziamento illegittimo si accennava sopra al diritto di risarcimento del danno determinato attraverso una indennità computata in misura non inferiore a cinque mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del tfr. Il lavoratore in luogo della reintegrazione laddove prevista può chiedere di esercitare il così detto diritto di opzione. Questo consiste nella risoluzione definitiva del rapporto lavorativo accompagnata dal pagamento di una indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del tfr. Da queste disposizioni di legge si ricava che il tfr gioca spesso utilizzato come parametro di riferimento.
Aldilà del suo essere uno strumento di riferimento per effettuare determinati calcoli, nell’ipotesi di licenziamento illegittimo il lavoratore percepisce ugualmente il trattamento di fine rapporto. Il problema si può porre allorquando a seguito di licenziamento illegittimo la parte datoriale decida di reintegrare (o debba reintegrare se la legge lo prevede tassativamente) il lavoratore licenziato. Quali sono le sorti del tfr?

Licenziamento illegittimo: in caso di reintegrazione il lavoratore deve restituire il tfr?

Cerchiamo di sbrogliare i fili della matassa andando in ordine.
Se il licenziamento è illegittimo ed il dipendente lo impugna che cosa accade al tfr?
Il trattamento di fine rapporto è un obbligo stabilito dalla legge e pertanto non si può negare al lavoratore subordinato che decida di impugnare il licenziamento perché considerato illegittimo. Il tfr deve essere pagato sempre, indipendentemente dalle cause e dalle motivazioni che hanno portato alla cessazione del rapporto.
Tuttavia, nel momento in cui il licenziamento viene impugnato sua diretta conseguenza può essere la reintegrazione nel posto di lavoro. A questo punto è cruciale capire se si è tenuti o meno a restituire il tfr. La risposta è affermativa: dal momento che il tfr è legato alla cessazione del rapporto è chiaro che in caso di reintegrazione non è cessato assolutamente nulla e ciò comporta la necessità di restituire quanto eventualmente percepito. Risulta comunque opportuno fare delle precisazioni.
Se la reintegrazione è avvenuta sulla base di una sentenza non c’è alcuna ombra di dubbio che il tfr percepito deve essere restituito. Nel caso in cui, invece, la reintegrazione sia stata determinata attraverso un provvedimento cautelare d’urgenza, come ha stabilito una nota sentenza, il lavoratore può trattenere il tfr, perché possiamo dire, mancando ancora la sentenza, è come se la reintegrazione non fosse ancora certa e solo la sentenza fa stato tra le parti e cioè produce certezza.

A seguito della sentenza che dichiara la reintegrazione del lavoratore si pongono a questo punto problemi circa la restituzione.

Come si deve restituire il trattamento di fine rapporto in caso di reintegrazione?

Il datore di lavoro, secondo la Suprema Corte di Cassazione non può trattenere dalla retribuzione quanto il dipendente è tenuto a restituire. Tra l’altro le ritenute in busta paga, secondo la legge, non possono superare il quinto dello stipendio. Inoltre può darsi il caso in cui il lavoratore neghi l’esistenza del credito ( da restituzione di tfr) ed in questo caso il datore di lavoro sarà legittimato a citarlo in giudizio per dimostrare la sua pretesa creditoria dal momento che non gode di un potere di autotutela.
Interessante ed esaustivo dal punto di vista esplicativo un caso giunto innanzi alla Corte di Appello di Milano. Un dipendente di una nota compagnia assicurativa viene licenziato e percepisce il relativo trattamento di fine rapporto. Lo stesso lavoratore decide di impugnare il licenziamento giudicandolo illegittimo. Il tribunale accoglie la richiesta del dipendente e dichiara l’obbligo della compagnia assicuratrice di riassumerlo.
La parte datoriale invitava, da un lato, il lavoratore a ritornare a prestare servizio, dall’altro però subordinava l’atto di reintegra alla restituzione di quanto versato come trattamento di fine rapporto. Il lavoratore, tuttavia, non ottemperava alla richiesta di restituzione e la compagnia assicuratrice intima un nuovo licenziamento. Tuttavia la Corte di Appello di Milano, adita per decidere la questione, giudicava il nuovo licenziamento illegittimo, sostenendo che è sì vero che la reintegrazione fa sorgere in capo alla parte dipendente l’obbligo di restituire quanto percepito in virtù della cessazione del rapporto lavorativo, ma è altrettanto vero che la reintegrazione e la restituzione della somma percepita come tfr sono due obbligazioni separate e la reintegrazione non può essere subordinata alla restituzione di quanto percepito.

Possiamo concludere, quindi, che a seguito della reintegrazione non esiste il diritto del lavoratore a trattenere il tfr, ma che al contempo la reintegra nel posto di lavoro non è condizionata alla restituzione dello stesso.

Altro caso simile a sostegno della tesi ha visto come protagonisti dei dipendenti di Rete ferroviaria italiana. Con una sentenza, piuttosto recente, datata all’anno 2014, la Corte di Cassazione ha stabilito che il troppo, come si dice in gergo, storpia: se il tfr è legato alla cessazione del rapporto di lavoro ne consegue necessariamente che lo stesso non è esigibile nell’ipotesi di reintegrazione nel posto di lavoro, il rapporto di lavoro, dice la Cassazione conformandosi ad orientamenti giurisprudenziali consolidatisi nel tempo [3], deve essere definitivamente cessato.

note

[1] d. lgs. n. 23 del 2015, art. 2
[2] art. 3 Cost. e art. 15 dello Statuto dei lavoratori
[3] Corte di Cassazione sent. n. 15869del 2012; sent. n. 3865/2008; sent. n. 10942 del 2000


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