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Cosa rischia l’azienda che non applica il contratto collettivo?

2 settembre 2018


Cosa rischia l’azienda che non applica il contratto collettivo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 settembre 2018



Chi intende avviare una nuova attività economica si chiede, tra le prime cose, cosa deve fare per assumere dei dipendenti e qual è il costo del lavoro, ossia, il costo che dovrà sostenere per erogare ai lavoratori tutti i loro diritti: stipendio, contributi, malattia, infortunio, trattamento di fine rapporto, etc. Nel farsi questa domanda verrà sicuramente detto all’imprenditore che il costo del personale dipende dal contratto collettivo di lavoro applicato ai rapporti di lavoro. E che, in ogni caso, l’applicazione del contratto collettivo di lavoro non è obbligatoria.

Sono centinaia i contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti. Districarsi nella giungla dei contratti collettivi non è affatto semplice e questa straordinaria molteplicità di contratti non facilita di certo chi decide di venire ad investire nel nostro Paese né chi vuole avviare una nuova attività. La scelta del contratto collettivo nazionale di lavoro da applicare ai propri dipendenti è, in ogni caso, un passaggio importante in quanto il costo della manodopera dipende molto dal contratto di lavoro applicato in quanto è proprio il contratto collettivo a stabilire tutta una seria di diritti e di tutele a favore del lavoratore, tutele e diritti i quali hanno, ovviamente, un costo per il datore di lavoro. L’applicazione del contratto collettivo di lavoro non è obbligatoria per legge e, dunque, l’imprenditore può legittimamente chiedersi cosa rischia l’azienda che non applica il contratto collettivo?

Cos’è il contratto collettivo nazionale di lavoro?

Il contratto collettivo nazionale di lavoro è un accordo tra i sindacati e le associazioni dei datori di lavoro. Solitamente il contratto collettivo nazionale di lavoro si riferisce ad uno specifico settore e disciplina i rapporti tra datori di lavoro e lavoratori che operano in quel determinato settore. Per fare degli esempi c’è un contratto collettivo nazionale di lavoro per gli addetti alle imprese metalmeccaniche, uno per gli addetti alle imprese chimico-farmaceutiche, uno per le imprese del legno, e così via.

Dal punto di vista giuridico, il contratto collettivo nazionale di lavoro non è altro che un normale contratto e si applica, dunque, solo ai firmatari del contratto stesso, il che significa che si applica solo alle aziende che aderiscono alle associazioni dei datori di lavoro che lo hanno firmato ed ai lavoratori che aderiscono ad uno dei sindacati firmatari del contratto collettivo stesso.

Tuttavia, in realtà, il raggio di applicazione dei contratti collettivi è molto più ampio. Di solito, infatti, quando l’azienda ed il lavoratore firmano il contratto individuale di lavoro, inseriscono all’interno dell’accordo una clausola con cui rimandano ad un determinato contratto collettivo nazionale di lavoro. In questo caso, dunque, anche se azienda e lavoratore non aderissero alle associazioni che hanno firmato il contratto collettivo, quest’ultimo sarebbe comunque applicato al rapporto di lavoro, per espressa volontà delle parti.

L’azienda è obbligata ad applicare un contratto collettivo nazionale di lavoro?

Non esiste alcun obbligo di applicare al rapporto di lavoro un determinato contratto collettivo nazionale di lavoro. In Italia, infatti, vige il principio di libertà sindacale [1]. In base a tale principio ciascun lavoratore è libero di iscriversi ad un sindacato ma anche di non iscriversi a nessun sindacato e, dunque, non può essere obbligato a subire gli effetti di un contratto collettivo firmato da un sindacato al quale lui ha scelto di non aderire.

La stessa libertà sindacale tutela anche l’imprenditore che è libero di iscriversi all’associazione datoriale che preferisce ma è anche libero di non iscriversi a nessuna associazione di datori di lavoro e non può essere obbligato a subire gli effetti di un contratto collettivo firmato da un’associazione alla quale ha scelto di non aderire.

Cosa rischia l’azienda che non applica nessun contratto collettivo?

L’azienda può legittimamente decidere di non applicare nessun contratto collettivo nazionale di lavoro, senza che nessuno possa obbligarla in tal senso.

Occorre però precisare che questa scelta può comportare conseguenze negative per l’azienda stessa sotto diversi profili.

Innanzitutto, pur non applicando nessun contratto collettivo nazionale di lavoro, l’azienda non può decidere liberamente lo stipendio da erogare ai propri dipendenti. In particolare, la retribuzione non deve essere comunque inferiore alla retribuzione minima stabilita dai contratti collettivi nazionali di riferimento del settore in cui opera l’azienda (cosiddetto minimo contrattuale).

Per fare un esempio, se il contratto collettivo nazionale per l’industria metalmeccanica prevede che ad un operaio di III livello spetti una retribuzione mensile minima di euro 1.600, l’azienda metalmeccanica  che ha deciso di non applicare il contratto collettivo non può, comunque, decidere di pagare un operaio di III livello solo euro 1.500 al mese.

Se lo fa si espone a due rischi.

Innanzitutto il dipendente può fare causa all’azienda per aver ricevuto un salario inferiore a quello stabilito dalla contrattazione collettiva [2] e chiedere, dunque, le differenze retributive, ossia, la differenza tra le somme pagate dall’azienda e quelle che avrebbe avuto diritto a percepire in base al minimo contrattuale previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro di riferimento del settore in cui opera l’azienda.

Inoltre, l’azienda potrebbe avere problemi anche nei confronti dell’Inps. Erogando un salario inferiore al minimo contrattuale, infatti, l’azienda versa anche meno contributi all’Inps in quanto i contributi sono proporzionali alla retribuzione.

È stato chiarito, tuttavia, che in caso di ispezione, indipendentemente dalla retribuzione materialmente erogata al lavoratore, l’Inps esige che i contributi previdenziali vengano calcolati avendo a riferimento il minimo contrattuale stabilito dalla contrattazione collettiva di settore.

Tornando all’esempio di prima, se l’azienda paga al lavoratore uno stipendio di 1.500 euro al mese e calcola i contributi Inps su questa somma ma la contrattazione collettiva di settore prevede un minimo contrattuale di 1.600 euro al mese, l’Inps pretende che i contributi previdenziali vengano calcolati sulla retribuzione di 1.600 euro al mese e, quindi, l’istituto previdenziale può chiedere all’azienda la relativa differenza.

Inoltre, come chiarito di recente dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro [3], molto spesso vengono previsti benefici e contributi per le imprese che assumono nuovo personale ma occorre notare che questi benefici possono essere riconosciuti solo alle aziende che applicano i contratti collettivi nazionali di lavoro di riferimento del settore. L’azienda che non applica il contratto collettivo ai propri dipendenti potrebbe, dunque, perdere importanti contributi e benefici fiscali e contributivi.

note

[1] Articolo 39, Costituzione.

[2] Articolo 36, Costituzione.

[3] Ispettorato Nazionale del Lavoro, circolari n. 3 e 4 del 2018.


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