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Posso insultare il capo su Facebook?

28 settembre 2018


Posso insultare il capo su Facebook?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 settembre 2018



I social network sono ormai entrati a far parte della nostra vita quotidiana e molte persone tendono ad usarli come se stessero parlando all’interno di una sorta di “piazza” virtuale. Occorre però prestare attenzione alle espressioni che vengono usate in quanto l’autore di un post o di un commento potrebbe essere chiamato a rispondere per le conseguenze legali delle proprie affermazioni non solo sul piano penale ma anche nell’ambito del rapporto di lavoro con il proprio datore di lavoro.

Facebook, Twitter, Instagram, Whatsap e molti altri. I Social network sono ormai parte della nostra vita. Molte persone si conoscono tramite i social network e proprio lì prendono le mosse molte relazioni sentimentali. Ormai questi spazi virtuali sono considerati dei normali luoghi sociali in cui discutere, litigare, criticare, confrontarsi con gli altri. E a volte sfogarsi. Si leggono spesso commenti o post di persone che usano il social network per sfogarsi di una situazione che non sta andando bene. Ma questo può essere molto rischioso, soprattutto se lo sfogo è rivolto all’azienda per cui si lavora o al proprio capo. La posta in gioco è alta ed è lo stesso posto di lavoro. È bene allora che prima di scrivere di getto quello che passa per la testa su Facebook o su qualunque altro social network  il dipendente scontento si fermi e si chieda: posso insultare il capo su Facebook? Vediamo perché.

Il rapporto di lavoro: che ruolo ha la fiducia?

Quando un’azienda ed un lavoratore sottoscrivono il contratto di lavoro ciascuna delle due parti, spesso senza esserne nemmeno del tutto consapevole, assume una serie di obblighi nei confronti dell’altra. L’azienda si impegna, ad esempio, a pagare regolarmente lo stipendio, a mettere in campo tutte le azioni necessarie a rendere il posto di lavoro sicuro e sano, a pagare i contributi previdenziali, ad accantonare il trattamento di fine rapporto, etc.

Il lavoratore, dal canto suo, si impegna a svolgere le mansioni che gli sono state affidate, a recarsi al lavoro negli orari stabiliti, a rispettare i regolamenti e le policy aziendali, etc. Ci sono, tuttavia, altri obblighi non scritti nel contratto che sono previsti direttamente dalla legge. Tra questi occorre ricordare sicuramente l’obbligo di comportarsi sempre secondo correttezza e buona fede [1] e di essere fedele al datore di lavoro [2]. Essere fedeli al datore di lavoro significa, ad esempio, cooperare con lui nell’interesse dell’azienda, non fargli concorrenza, non rivelare ad altri fatti e notizie apprese durante il lavoro, difendere e non gettare ombre sull’immagine dell’azienda.

L’obbligo di fedeltà deriva dal fatto che uno degli elementi basilari del rapporto di lavoro è la fiducia. Il datore di lavoro deve potersi fidare del lavoratore che ha assunto.

Se la fiducia viene meno per un fatto grave commesso dal lavoratore, il datore di lavoro può legittimamente porre fine al rapporto di lavoro. Può, in sostanza, licenziare il dipendente per giusta causa [3]. La fiducia è irrimediabilmente lesa, ad esempio, quando il lavoratore compie un reato del tutto incompatibile con le mansioni che svolge. Si pensi al caso del banchiere che viene condannato per truffa, anche se commessa al di fuori del lavoro.

L’insulto su Facebook al capo o all’azienda lede la fiducia?

Il lavoratore, se non vuole mettere in discussione la fiducia del datore di lavoro, deve evitare di porre in essere qualsiasi comportamento che possa ledere irrimediabilmente la fiducia stessa.

Non esiste una lista preconfezionata di comportamenti che possono considerarsi lesivi della fiducia.

Un aiuto, però, possono darcelo i contratti collettivi nazionali di lavoro. Molto spesso, infatti, il rapporto di lavoro tra azienda e lavoratore richiama un determinato contratto collettivo nazionale di lavoro. In questo caso, dunque, oltre alle regole scritte nel contratto individuale di lavoro, azienda e lavoratore dovranno attenersi anche alle regole scritte nel contratto nazionale di lavoro che loro stessi hanno richiamato e deciso di applicare al loro rapporto.

In alcuni contratti collettivi le parti sociali illustrano anche un’esemplificazione di comportamenti scorretti che il lavoratore non deve compiere pena il suo licenziamento per giusta causa. Ad esempio, il contratto collettivo dei metalmeccanici prevede il licenziamento per giusta causa, tra le altre ipotesi, in caso di insubordinazione ai superiori, rissa nello stabilimento al di fuori degli spazi di produzione, abbandono del posto di lavoro.

L’elencazione dei comportamenti che possono provocare il licenziamento per giusta causa contenuta nei contratti collettivi di lavoro non è, tuttavia, esaustiva e vincolante. In generale, oltre ai comportamenti descritti nel contratto collettivo di lavoro, qualsiasi comportamento talmente grave da rompere irrimediabilmente la fiducia può legittimare il licenziamento per giusta causa.

Anche l’insulto all’azienda o al capo su Facebook o su qualsiasi altro social network può, dunque, legittimare l’azienda a licenziare il dipendente per giusta causa e ciò quando l’insulto e le espressioni usate sono tali da rompere irrimediabilmente la fiducia nel dipendente.

La stessa giurisprudenza ha, anche di recente, giudicato legittimo il licenziamento del dipendente che usa espressioni ingiuriose verso l’azienda su Facebook [4].

Nel caso affrontato dalla Cassazione il dipendente era stato particolarmente incauto in quanto il legale rappresentate della società era nella sua rete di amici su Facebook ed ha dunque potuto agevolmente leggere il post offensivo ed avviare il licenziamento per giusta causa. Per stabilire se il post possa legittimare il licenziamento occorre valutarne il contenuto: una semplice critica espressa all’azienda non può legittimare il licenziamento poichè anche i dipendenti hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma la critica non deve essere offensiva.

Di recente, la Cassazione ha giudicato legittimo il licenziamento degli operai della Fiat che a Melfi avevano inscenato il suicidio dell’amministratore delegato Fiat Marchionne. Anche li, il confine tra diritto di critica e rottura della fiducia era abbastanza labile. Ma i giudici hanno ritenuto che la messa in scena degli operai fosse eccessiva e andasse oltre il legittimo diritto a criticare.

Ovviamente, non qualsiasi post su Facebook può condurre al licenziamento. Facciamo alcuni esempi. E’ stato ritenuto giusto il licenziamento per giusta causa del dipendente che aveva postato sul proprio profilo Facebook una foto nella quale egli era ritratto impugnando un’arma [5].

E’ stato considerato legittimo anche il licenziamento del dipendente che, dopo aver ricevuto dall’azienda la lettera di riammissione in servizio, pubblicava su Facebook il seguente post offensivo dell’azienda e dei colleghi: “Grazie coglioni!! ! Beccare Cash stando a casa a grattarsi il cazzo!! Very thanks!!! Il pacco ? rivedere colleghe milf arrapate con sti bacetti? odiose! Nn vedono cazzo dall?89? Cacciate sti 100 euro a qualche gigol??Mortacci vostre?” [6].

E’ stato ritenuto legittimo anche il licenziamento della dipendente che, dopo aver subito una modifica delle proprie mansioni, si era sfogata su Facebook scrivendo “Mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda“.

In certi casi può condurre al licenziamento anche il semplice fatto di condividere sulla propria bacheca Facebook un comunicato ingiurioso redatto da altri. Il dipendente, infatti, postandolo sulla bacheca, aveva, così, mostrato di condividerne il contenuto [7].

Insomma, criticare si, ma senza offendere. Premettendo che ogni caso è a sé e non si può stabilire a priori quale post è legittimo e quale no si può ritenere, ad esempio, che si possa scrivere “preferisco comprare prodotti al supermercato piuttosto che nel discount in cui lavoro perchè preferisco le marche” ma non si possa scrivere “non comprerei mai i prodotti dell’azienda dove lavoro”. Continuando con alcuni esempi, si potrebbe senz’altro scrivere “in questo periodo l’azienda mi fa lavorare molto” ma sarebbe preferibile evitare frasi del tipo “l’azienda mi fa lavorare come un negro”. Si consideri, infatti, che l’uso di espressioni razziste potrebbe portare al licenziamento, come successo al dipendente Trenord che aveva gridato ad un senegalese “negro di merda”.

Il sindacalista può scrivere ciò che vuole su Facebook?

E’ stato affermato che quando ad usare frasi forti è un sindacalista la tolleranza deve essere maggiore. Il sindacalista infatti, vista la sua attività, ha una sorta di diritto rafforzato alla critica [8].

E se il post su Facebook viene scritto durante l’orario di lavoro?

Il post pubblicato su Facebook o su qualunque altro social network durante l’orario di lavoro potrebbe essere rischioso per il lavoratore anche sotto un altro profilo.

L’azienda infatti potrebbe, in base all’orario del post, contestare al dipendente di usare i social network durante l’orario di lavoro anziché lavorare.

Anche questo comportamento, in particolare nel caso in cui l’uso dei social network durante l’orario di lavoro sia espressamente vietato nei regolamenti aziendali, può esporre il dipendente ad una contestazione disciplinare che potrebbe risolversi nell’applicazione di una sanzione disciplinare che, nei casi più gravi, può anche consistere nel licenziamento per giusta causa.

note

[1] Articolo 1375 c.c.

[2] Articolo 2105 c.c.

[3] Articolo 2119 c.c.

[4] Cassazione 27 aprile 2018,  n. 10280.

[5] Trib. Bergamo, 24 dicembre 2015.

[6] Trib. Ivrea, 28 gennaio 2015.

[7] App. Potenza, 14 marzo 2017.

[8] Trib. Milano, 28 novembre 2017, n. 3153/2017.


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