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Come leggere l’etichettatura dei prodotti non alimentari

15 settembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 settembre 2018



Viene chiamata “venditore silenzioso” perchè risponde alle domande dell’acquirente ancora prima che si possano articolare. Si tratta della etichettatura dei prodotti: ottima dispensatrice di informazioni utili.

Non tutti possiamo comprendere l’importanza della etichettatura allo stesso modo nonostante sia davvero importante per ciascuno di noi conoscerne il senso pratico (oltre che il significato). E lo posso dimostrare subito. Se sei un soggetto allergico alle proteine del latte, ad esempio, riesci ad arrivare velocemente al concetto che voglio esprimere: l’obbligo di legge che impone al venditore di inserire nella etichettatura del prodotto tutte le informazioni necessarie al consumatore, ti salva la vita quando vai a fare la spesa. Perché ti anticipa quali sostanze (e realmente tutte le sostanze) compongono quell’alimento che stai pensando di acquistare ma che, sempre continuando l’esempio, magari contiene delle “tracce di latte” e che, se non ti venisse detto prima dell’acquisto così come prima del suo consumo, potrebbe provocarti un arresto respiratorio. L’indicazione posta sulla etichetta ti ha salvato la giornata, ti ha evitato il pronto soccorso o, almeno, da una bella paura e dalla necessità di ingerire prodotti farmaceutici. Ecco: se non hai problemi di questo tipo e non lavori nel settore specifico, difficilmente potrai avere la giusta visione del valore che si deve dare alla etichettatura. E ciò nonostante altrettanta utilità l’etichetta la possieda anche nel settore non alimentare. Dunque, nel modo più semplice possibile, proviamo a districarci nell’oceano dei segni delle etichette dei prodotti non alimentari per capire cos’è l’etichettatura nonché per distinguere, prima, le informazioni obbligatorie da quelle non obbligatorie, cioè le informazioni che, se non esistenti sulla etichetta, comportano l’applicazione a carico del trasgressore di salate sanzioni amministrative, da quelle informazioni la cui assenza non viene reputato dal legislatore in danno al consumatore. E poi, imparati alcuni tra i segni più importanti, procediamo a capire come leggere l’etichettatura dei prodotti non alimentari.

L’etichettatura cosa è

Si parla spesso di “decisione informata” o di necessità di “orientare scelte consapevoli” o, ancora, ad esempio, di “obbligo di informazione preventiva”. In realtà, si tratta di princìpi validi in diversi settori giuridici, anche in quello medico ad esempio, che sostanzialmente impone ad un soggetto (generalmente il più forte economicamente e quello più vicino alle informazioni) di fornire alla altra parte (ad esempio, un consumatore, un risparmiatore che vuole investire od un paziente) tutte le notizie che allo stesso occorrono per poter assumere, nel modo migliore, la decisione sul da farsi (ad esempio, per l’acquisto di un prodotto o l’investimento del proprio denaro o la sottoposizione ad una operazione chirurgica). Ma per ciò che ci concerne, queste espressioni ci riportano all’obbligo stabilito dalla normativa italiana, oltre che da quella europea, dell’inserimento sulle etichette dei beni di tutte quelle informazioni che necessitano al consumatore per orientarsi nell’acquisto. E, dunque, elementi come alcune informazioni (ad esempio, gli ingredienti del prodotto o l’origine del prodotto, se extra o intra Unione Europea) o marchi (per identificare il produttore) o simboli (ad esempio, il coniglietto bianco per i prodotti cruel free) entrano di forza nel vocabolario del consumatore il quale deve impararli per apprendere, con un semplice sguardo, il tipo di prodotto che sta guardando, la sua composizione ed altro ancora. L’acquirente, difatti, può apprendere cosa è l’etichettatura pensando alle notizie che sono fornite dai simboli e dai dati, inseriti sulle etichette od anche nei codici a barre. Si tratta di informazioni di ciò che gli può tornare utile sapere sul prodotto, prima di comprarlo, al fine di permettergli una scelta correttamente orientata negli acquisti. Nell’introduzione ho fatto un esempio molto conosciuto dalle donne che usano i trucchi o le creme o, in generale, prodotti di bellezza e del wellness ma che non vogliono creare il miglioramento del proprio aspetto sulle sofferenze degli animali, sui quali vengono testati generalmente questi prodotti: l’informazione sul cruelty free del bene, cioè, l’attestazione che per quel prodotto non è stato vivisezionato alcun animale e che il bene finito e le suoi singoli componenti non sono stati testati sugli animali. Nella introduzione, ricordavo, ho fatto riferimento al simbolo del coniglietto bianco posto al centro di due stelle che salta, universalmente riconosciuto, e che fornisce e garantisce proprio questo dato. Ma ve ne sono altri anche se, in ordine a questo delicato argomento, c’è da discernere da simboli che forniscono garanzie da quelli che sono solo sigle di autocertificazioni ottenute a pagamento e che, quindi, ben poco garantiscono.

Ebbene, sin da subito occorre chiarire che la normativa, italiana e transfrontaliera, distingue nella etichettatura le informazioni obbligatorie, vale a dire quelle in assenza delle quali il produttore viene sanzionato perché vengono considerate informazioni minime da dover fornire al consumatore, dalle informazioni facoltative, cioè quelle che sono inserite solo per il miglior uso oppure la migliore conoscenza del prodotto ma dalla cui omessa indicazione non discende l’applicazione di alcuna sanzione. Sono un esempio delle prime: l’indicazione dell’origine del bene, se U.E. o extra U.E. anche per i prodotti non alimentari (carrozzine, trucchi, biciclette, spray ecc.); la denominazione legale o merceologica del prodotto; l’eventuale presenza di materiale o di sostanze che possono arrecare danno all’ambiente, all’uomo od alle cose; i materiali impiegati e così via dicendo. In realtà, la normativa di settore è davvero ampia e quella nazionale di arricchisce sempre di nuove disposizioni introdotte da quella europea. Sono un esempio delle informazioni facoltative: la eco-etichetta; l’indicazione di prodotto ecologico; l’indicazione del prodotto solidale, cioè lavorato senza causare sfruttamento o povertà nei Paesi nel Sud del mondo ecc.

L’etichettatura dei prodotti non alimentari cosa significa

A questo punto, vediamo quali possono essere i simboli informativi sui prodotti non alimentari e, soprattutto, per ciascuno di essi cosa significa l’etichettatura.

Settore dell’abbigliamento

Una delle indicazioni da fornire con riferimento all’abbigliamento è la composizione del tessuto con la dichiarazione delle fibre, ricordando che la dicitura “puro” oppure “100% di” indica che nel prodotto vi è una unica fibra; quando esistono più fibre, ne vengono indicate almeno due con indicazioni delle rispettive percentuale; laddove, invece, viene menzionata la presenza di una sola fibra vuol dire che nel capo questa raggiunge almeno l’85% del peso totale. Altra informazione, normalmente indicata con simboli come il ferro da stiro o la bacinella, è quella afferente alle istruzioni sulle modalità di pulitura e stiratura del capo oltre alla possibilità di utilizzo di candeggina. Ricordando a tal proposito che quando qualcuno di questi simboli sono contrassegnati con una X ciò indica che quel tipo di trattamento è vietato.

Settore delle calzature

Anche qui, come nel settore dell’abbigliamento, sono necessarie le informazioni sulla relativa composizione e, precisamente, o il materiale predominante (cioè, quello che compone almeno l’80% del peso del bene) o, in caso di presenza di più elementi, sui due componenti principali che costituiscono il prodotto e le relative percentuali. Trattandosi di calzature, sulla etichetta di composizione le informazioni devono riguardare ciascuna delle tre parti della scarpa e precisamente: da cosa è costituita la suola interna ed il rivestimento della tomaia, da cosa la suola esterna e da cos’altro la tomaia. Nel caso specifico, poi, del fabbricate di sole suole, è in suo potere, se vuole, di  inserire solo nella parte interna della suola la dicitura “suola prodotta in Italia”.

Settore degli elettrodomestici

Una informazione tipica per questo settore è l’indicazione della classe energetica del bene (le famose A, A+, A++, A+++, fino alla G, dove con la lettera più bassa si indica l’elettrodomestico più efficiente e quella più alta quello con minor risparmio energetico). Poi la famosa sigla CE che indica che il produttore si assume la responsabilità di garantire la conformità del prodotto alle prescrizioni della normativa comunitaria e la sigla ECOLABEL che indica che per ciascuna fase del ciclo di vita del bene ha un ridotto impatto ambientale, in termini di inquinamento acquatico ed atmosferico per la sua produzione, imballaggio, distribuzione e smaltimento. Ed ancora, ad esempio, il marchio FSC che indica i prodotti che contengono legno o suoi derivati, come la cellulosa, derivante da foreste controllate.

Settore dei cosmetici

Si tratta di prodotti dei quali devono essere forniti gli ingredienti, il numero del lotto di fabbricazione, le istruzioni per l’uso ed anche la data di scadenza. Informazioni alternative sono, ad esempio, quella di prodotto non testato sugli animali, il simbolo del PaO (una scatolina aperta su cui sono indicati dei numeri) che indica il “periodo dopo l’apertura” in cui ancora il prodotto può essere utilizzato senza effetti nocivi per l’acquirente; prodotto testato dermatologicamente, prodotto naturale ed eventuali indicazioni afferenti alle precauzioni da osservare per i beni ad uso professionale. Ricordando che se le informazioni da fornire sono numerose c’è sempre la possibilità di inserirne alcune in un foglietto introdotto nella confezione del prodotto.

Settore dei detersivi

In questo campo esistono delle informazioni in più da dover fornire al consumatore come la composizione, l’esistenza di eventuali flagranze, che sia superiore allo 0,01%, che possono causare fenomeni allergici e le indicazioni di sicurezza in caso di beni pericolosi. Ed anche il marchio WASHRIGHT che, per i detersivi per bucato, indica alcune informazioni su come ridurre l’impatto ambientale del lavaggio del capo.

di SAMANTHA MENDICINO

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