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Infortunio in bici: quando il lavoratore va indennizzato

3 settembre 2018


Infortunio in bici: quando il lavoratore va indennizzato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 settembre 2018



Chi si fa male in bicicletta viene sempre risarcito dall’Inail se sta andando a lavoro o sta rientrando a casa dopo il turno. Il tragitto casa-lavoro è sempre tutelato per i ciclisti.

Se cadi dalla bicicletta e ti fai male nessuno ti risarcisce salvo che tu non abbia stipulato una apposita polizza infortuni. Se però la colpa è di un’automobile che ti ha urtato o ti ha fatto sbandare vieni indennizzato dall’assicurazione del proprietario. Se la responsabilità è invece di un passante che, magari, non si è accorto di te e ti ha tagliato la strada dovresti fargli causa ma non tutti possono pagare i sostanziosi importi di un risarcimento per danni fisici; rischi quindi di rimanere all’asciutto. Tuttavia c’è un’altra possibilità di avere un ristoro: è se l’incidente è avvenuto durante il percorso casa-lavoro o viceversa, a prescindere dalla strada che hai imboccato e dalle responsabilità (a meno che non te la sei andata a cercare facendo magari dei cross spericolati). Una recente ordinanza della Cassazione [1] spiega quando il lavoratore va indennizzato per l’infortunio in bici. Ma procediamo con ordine.

Infortunio in itinere: quando il lavoratore viene risarcito

Avrai certamente sentito parlare del cosiddetto infortunio in itinere: si tratta degli incidenti che possono avvenire nel normale tragitto per recarsi al lavoro o tornare a casa. Si pensi al dipendente che inciampa in un tombino mentre percorre il marciapiede o che mette un piede in fallo mentre scende dal pullman. La legge considera la strada che separa la dimora dall’azienda come “luogo di lavoro”: per cui è previsto un risarcimento a carico dell’Inail per tutti gli infortuni avvenuti lungo tale percorso. Ma se, nel caso dell’auto, l’infortunato deve dimostrare che l’uso del mezzo privato è stato necessario (per via della mancanza di soluzioni ragionevoli con i mezzi pubblici) e che la tratta prescelta è anche la più breve tra il punto di partenza e quello di destinazione (non spetta risarcimento per aver percorso strade alternative magari per fare la spesa o altre incombenze personali), nel caso di infortunio con la bici il risarcimento spetta sempre. Cerchiamo di approfondire questo aspetto.

Infortunio in itinere in bici: quando il lavoratore viene risarcito

Chi usa i pedali e si fa male, quindi, ha diritto a ottenere la rendita dell’Inail senza dover fornire prove particolari. Secondo la Cassazione, l’utilizzo della bicicletta è sempre considerato necessario per una tendenza, presente nell’ordinamento, rivolta all’incentivazione dell’uso della bicicletta [2]. Tale orientamento, confermato dall’ordinanza odierna, è stato trasfuso qualche anno in legge con il collegato ambientale alla Legge di Stabilità del 2016 [3]. La normativa ha introdotto misure di green economy, a partire dalla mobilità sostenibile, e contro lo spreco di risorse naturali. Secondo, infatti, il nuovo testo di legge, l’uso della bicicletta per andare al lavoro deve intendersi “sempre necessitato”, per i suoi “positivi riflessi ambientali”: ecco perché il sinistro al ciclista nel percorso casa-azienda configura sempre un infortunio in itinere indennizzabile dall’Inail. Ma in più andare al lavoro in bici e non a piedi consente di arrivare più riposati, rendere di più in servizio e guadagnare tempo da dedicare alla famiglia. Questo significa che l’uso dei pedali deve essere incentivato dall’ordinamento e non pregiudicato: con la conseguenza che chi si fa male per strada mentre sta in sella ha un indennizzo scontanto.

Le nuove regole sono retroattive

Le nuove regole sul collegato ambientale sono, a detta della Cassazione, retroattive. Pertanto l’Inail deve indennizzare anche il sinistro occorso al lavoratore in bicicletta perché costituisce infortunio in itinere. E ciò anche prima della legge di Stabilità del 2016 che ne ha definito l’uso «sempre necessitato» perché si tratta di un mezzo che non inquina. L’utilizzo deve ritenersi consentito per motivi sociali e familiari e il rischio elettivo a carico dell’infortunato va a maggior ragione escluso quando non ci sono mezzi pubblici che coprono il tragitto fra la casa del prestatore d’opera e il luogo di lavoro, specialmente se l’interessato ha problemi di salute e gli riesce più complicato coprire le distanze a piedi.

note

[1] Cass. ord. n. 21516/18 del 31.08.2018.

[2] Cass. sent. n. 7313/2016.

[3] L. 208/2015.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 20 aprile – 31 agosto 2018, n. 21516

Presidente D’Antonio – Relatore Bellè

Fatto e diritto

Rilevato che:

la Corte d’Appello di Bologna, con sentenza n. 1046/2012, riformando la sentenza del giudice del lavoro di Forlì, ha respinto la domanda con cui C.M. aveva chiesto la condanna dell’I.N.A.I.L. a riconoscere le tutele di legge, già attribuite dal giudice di prime cure sub specie di indennizzo in ragione di una menomazione del 8 %, rispetto all’infortunio occorso al ricorrente in data 12 marzo 2008, nel corso del tragitto in bicicletta per raggiungere il posto di lavoro; la Corte territoriale riteneva che l’uso del mezzo privato, pur a fronte delle condizioni fisiche che rendevano la deambulazione faticosa, disagevole e scarsamente tollerata, non fosse necessitato, ma “risultava solo ed esclusivamente corrispondente ad aspettative che (…) non assumono uno spessore sociale tale da giustificare un intervento di carattere solidaristico a carico della collettività”;

il C. ha proposto ricorso per cassazione sulle base di due motivi, poi illustrati da memoria e resistiti dall’I.N.A.I.L. con controricorso;

Considerato che:

con il primo motivo di ricorso si afferma, ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c, la violazione dell’art. 2 d.p.r. 1124/1965 e 12 del d. lgs. 38/2000, per non avere ritenuto la sussistenza dei presupposti di necessità dell’uso del mezzo privato previsti dall’art. 12 cit.;

con il secondo motivo si sostiene, ai sensi del n. 5 del medesimo art. 360 c.p.c., l’omesso esame della Corte rispetto ad un fatto decisivo consistente nelle condizioni fisiche del ricorrente, anche in relazione all’esigenza di tutela della salute rispetto all’attività lavorativa da svolgere;

i motivi, da esaminare congiuntamente, sono fondati;

secondo l’art. 210, u.c., tu. 1124/1965, nel testo integrato dall’art. 12 d. lgs. 38/2000, rispetto al c.d. infortunio in itinere “l’assicurazione opera anche nel caso di utilizzo del mezzo di trasporto privato, purché necessitato”;

premesso che risulta pacifica l’insussistenza di mezzi pubblici per la percorrenza del tratto di strada tra l’abitazione del C. ed il luogo di lavoro, la sentenza impugnata, pur menzionando le valutazioni del c.t.u. secondo cui la deambulazione del ricorrente sarebbe “faticosa, disagevole e scarsamente tollerata” esclude però che vi fosse necessità dell’uso del mezzo privato (bicicletta), sulla base di una qualificazione, neppure del tutto chiara, in termini di mera aspettativa, inidonea ad assumere uno “spessore sociale utile tale da giustificare un intervento di carattere solidaristico a carico della collettività”;

così facendo si manifesta un’inadeguata interpretazione della nozione di “utilizzo necessitato” di cui all’art. 210 t.u. cit., in quanto tale è senza dubbio l’uso che sia determinato da ragioni di impedimento per la percorrenza a piedi del tragitto da casa al lavoro, per tali non intendendosi soltanto le situazioni in cui l’impossibilità sia assoluta, ma, evidentemente, alla luce dei principi di tutela della dignità della persona (art. 2 Cost.) e della salute (art. 32), anche quelle in cui la deambulazione sia motivo di pena ed eccesso di fatica, oltre che di rischio (“scarsamente tollerata” si legge appunto nella stessa sentenza ove si riportano le valutazioni del c.t.u.) per l’integrità psicofisica;

d’altra parte e più in generale si è recentemente ritenuto, con affermazioni qui condivise, che “l’uso della bicicletta privata per il tragitto “luogo di lavoro-abitazione” può essere consentito secondo un canone di necessità relativa, ragionevolmente valutato in relazione al costume sociale, anche per assicurare un più intenso rapporto con la comunità familiare, e per tutelare l’esigenza di raggiungere in modo riposato e disteso i luoghi di lavoro in funzione di una maggiore gratificazione dell’attività ivi svolta, restando invece escluso il cd. rischio elettivo, inteso come quello che, estraneo e non attinente all’attività lavorativa, sia dovuto ad una scelta arbitraria del dipendente, che crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella ad essa inerente” (Cass. 13 aprile 2016, n. 7313), interpretazione che poi coincide con quanto stabilito dalla normativa integrativa dell’art. 210, u.c., cit., entrata in vigore successivamente alle vicende oggetto di causa, secondo cui “l’uso del velocipede, come definito ai sensi dell’articolo 50 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, deve, per i positivi riflessi ambientali, intendersi sempre necessitato” (art. 5, co. 5, L. 221/2015); che la sentenza impugnata si è palesemente discostata dai canoni interpretativi di cui sopra;

infine appare arbitraria, dal punto di vista giuridico, la riduzione, operata in sentenza, ad una generica aspettativa, poi valutata come non meritevole di tutela, di quello che palesemente è costruito dalle norme, allorquando ricorrano i relativi presupposti fattuali, come un diritto pieno, addirittura attuativo – art. 38, co. 2, Cost. – di norme costituzionali, che il giudice è pertanto tenuto a garantire;

è dunque palese sia il verificarsi della violazione dell’art. 210 d.p.r. 1124/1965 cit., sia l’inadeguata valutazione delle conseguenze che derivano, rispetto alle modalità di percorrenza del tragitto casa-lavoro, dalle condizioni personali proprie del ricorrente pur menzionate in sentenza;

la pronuncia va dunque cassata, con rinvio alla medesima Corte d’Appello, in altra composizione, affinché valuti le circostanza di causa alla luce dei principi di cui sopra.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello di Bologna, in diversa composizione.


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