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Turni di servizio: quali sono le regole?

3 settembre 2018


Turni di servizio: quali sono le regole?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 settembre 2018



Che grado di autonomia ha il datore di lavoro nella programmazione dei turni? È possibile affidare sempre gli stessi incarichi allo stesso soggetto?

Sperequazioni e discriminazioni: sono queste le parole che si insidiano puntualmente quando un lavoro è organizzato in base ai turni dei vari dipendenti. E quando c’è un po’ di invidia tra colleghi è più facile che nascano contestazioni. Tra chi preferisce il turno della mattina e chi vuole il pomeriggio, tra chi è costretto a lavorare nei weekend e chi, invece, non ne vuole sapere di sacrificare il sonno non è facile mettere tutti d’accordo. In questa difficile situazione, la patata bollente è in mano del datore di lavoro. A lui spetta mettere a tacere i rumori di corridoio con la decisione finale. Onòri ma anche òneri: il capo deve gestire gli orari con la massima imparzialità; diversamente ne paga le conseguenze. Una sentenza della Cassazione pubblicata proprio questa mattina [1] ricorda quali sono le regole per i turni di servizio. Cerchiamo di vederci chiaro.

Cosa si considera “lavoro a turni”?

Si ha un lavoro a turni quando diversi dipendenti sono successivamente occupati negli stessi posti di lavoro, secondo un determinato ritmo (compreso quello rotativo). Il ritmo può essere di tipo «continuo» o «discontinuo» e comporta la necessità per i lavoratori di compiere un lavoro a ore differenti su un periodo determinato di giorni o di settimane.

Dove si trovano le regole sul lavoro a turni?

Le regole principali sul lavoro a turni si trovano nel contratto collettivo. È in questo che vengono disciplinate le modalità – anche generiche – di organizzazione del lavoro. Se il Ccnl non dovesse disporre alcunché si applicano le norme di legge e, laddove non previsto nulla, il datore di lavoro è libero di organizzare come meglio crede la propria azienda, fatto salvo il dovere generale di buona fede e il divieto di discriminazione. A tal fine deve rispettare comune l’orario di lavoro e quello dei riposi.

Quanto all’orario di lavoro, esso ammonta a 40 ore settimanali distribuite su 5 giorni; è consentita la distribuzione su 6 giorni per obiettive esigenze tecnico-produttive da portare preventivamente a conoscenza delle RSU: in quest’ipotesi, per le ore prestate nei limiti delle 40 settimanali, al lavoratore spetta una maggiorazione dell’8% per l’attività della giornata di sabato. Oltre le 40 ore settimanali scatta il cosiddetto lavoro straordinario che va retribuito con una maggiorazione.

Il lavoro straordinario è ammesso, con il consenso del lavoratore, nei limiti di 250 ore all’anno.

Alcuni accordi locali definiscono un regime di flessibilità per gli operai, stabilendo la ripartizione dell’orario normale nei vari mesi dell’anno, nel rispetto della media su base annua di 40 ore settimanali, al fine di tenere conto delle situazioni meteorologiche della singola zona.

Attualmente è previsto anche un limite giornaliero alla prestazione lavorativa, pari a 10 ore.

Pause e riposi dei turnisti

I lavoratori turnisti hanno diritto, al pari degli altri lavoratori subordinati, alle pause intermedie, al riposo giornaliero e a quello settimanale. La durata delle pause è normalmente fissata dai contratti collettivi.

Il riposo settimanale può essere fruito in un giorno diverso dalla domenica, a prescindere dal tipo di lavorazione effettuata. Resta fermo che deve essere goduto ogni 7 giorni, cumulato con le ore di riposo giornaliere e calcolato come media in un periodo non superiore a 14 giorni.

Il turno va comunicato in anticipo? 

Anche se il datore di lavoro ha un certo grado di autonomia e di elasticità nel programmare gli orari di lavoro, egli non può certo ridursi all’ultimo minuto nel comunicare al dipendente il proprio turno. Lo deve informare con un adeguato anticipo in modo da dargli la possibilità di organizzarsi, anche ai fini del riposo e della gestione della famiglia.

Pur mancando una norma specifica che imponga al datore di lavoro di comunicare in anticipo i turni di servizio, in ogni caso egli deve comunque garantire un minimo preavviso. E questo perché tutta la normativa in materia di rapporto di lavoro impone ai contraenti (datore e dipendente) di comportarsi, nell’esecuzione del contratto, secondo buona fede e correttezza.

Ne consegue che, in assenza di una tempestiva comunicazione dei turni di servizio, il  lavoratore ha diritto a vedersi riconosciuto un risarcimento. Risarcimento però che è subordinato al fatto che l’interessato dimostri di aver subito un danno dall’organizzazione intempestiva degli orari di lavoro.

La Cassazione ha ricordato che, nei rapporti di lavoro, siano essi a tempo pieno o a tempo parziale, il tempo libero ha una sua specifica importanza. Infatti, assumono rilievo sociale accanto alle attività extralavorative anche quelle relative a un secondo lavoro (sempre che non sia stata concordata un’esclusiva). Ne consegue che se è evidentemente consentito al datore di lavoro, in relazione a sue specifiche esigenze, organizzare l’attività in turni di servizio, ciò nonostante, pur in assenza di disposizioni specifiche di legge o di contratto, questi devono essere portati a conoscenza dei lavoratori con un ragionevole anticipo così da consentire loro una programmazione del tempo di vita.

Si tratta di un obbligo, ha specificato la Corte, che nasce dalla necessità di eseguire con correttezza e buona fede le obbligazioni nascenti dal contratto di lavoro.

Ebbene, dal contemperamento delle opposte esigenze discende che non si può escludere che alla particolare connotazione dell’attività consegua una necessità di adattare i turni lavorativi con un certo grado di elasticità. Con l’ulteriore conseguenza che grava sul lavoratore che si duole dell’irregolarità nella comunicazione dei turni, assumendo di aver subito un pregiudizio da tale condotta, allegare e dimostrare non solo l’intempestività della comunicazione ma anche la concreta incidenza di tale condotta.

note

[1] Cass. sent. n. 21562 del 3.09.2018.

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