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Risarcimento danni per rumori molesti: cosa serve?

3 settembre 2018


Risarcimento danni per rumori molesti: cosa serve?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 settembre 2018



Rumori intollerabili del vicino di casa: la tutela civile e penale. Quali prove bisogna fornire al giudice?

Impossibile dormire se il cane del vicino abbaia sul terrazzo, quando la televisione dei condomini del piano di sopra viene lasciata a un volume esagerato o per colpa del calpestio dei tacchi di scarpa alle due di notte. In tutti questi casi non resta che alzarsi e citofonare o bussare alla porta del maleducato. Il che significa litigare. E se già i rapporti tra i proprietari confinanti sono aspri è probabile che non si riesca a trovare l’agognata pace neanche con una lettera di diffida. Non resta che agire in tribunale affinché sia il giudice a convincere il vicino con una sentenza che lo condanni ad astenersi dal ripetere le molestie acustiche ed, eventualmente, al risarcimento. Proprio di quest’ultimo tema vogliamo parlare in questo articolo. Per quanto possa apparire una scontata conseguenza che, alla mancanza di riposo consegua sempre un danno alla salute e alla qualità della vita, non è così per i giudici. Insomma, sì all’azione volta a interdire la ripetizione dei rumori ma per l’indennizzo serve una prova in più. Tale è l’orientamento espresso più volte dalla Cassazione, da ultimo con una ordinanza odierna [1]. La Corte ha ricordato cosa serve per ottenere il risarcimento danni per rumori molesti. Cerchiamo dunque di fare il punto della situazione.

Ad ogni risarcimento deve corrispondere un danno

Il processo civile è basato su una regola tanto elementare quanto importante: quello dell’onere della prova. Chi lamenta la lesione di un diritto deve prima dimostrarla. Chi, ad esempio, ritiene di essere stato privato del possesso di un bene deve dimostrarne la proprietà; chi sostiene di non aver ottenuto un pagamento deve documentare il titolo da cui deriva il credito vantato; e così via.

Nell’ambito poi delle cause rivolte a ottenere il risarcimento del danno bisogna dimostrare tre elementi fondamentali:

  1. la condotta illecita altrui, commessa in violazione della legge o di obblighi contrattuali. Così è possibile chiedere il risarcimento al vicino la cui tubatura ha procurato degli allagamenti in casa nostra in quanto questi non ha adempiuto all’obbligo di manutenzione e di custodia delle cose di sua proprietà; allo stesso modo spera il risarcimento dalla ditta dei lavori che, invece di fare le opere a regola d’arte, ha creato delle crepe sui muri. Non è invece possibile chiedere un risarcimento per la rottura di un ramo, caduto sull’auto, a causa di un fulmine (chi mai, del resto, dovrebbe risponderne?);
  2. un danno apprezzabile e attuale, procurato dalla condotta illecita altrui: se una persona si appropria di un oggetto che avevamo intenzione di buttare nella spazzatura, per quanto commette un’azione astrattamente illecita, non ci ha procurato alcun danno, per cui non possiamo chiedergli il risarcimento. Se una persona ci sfiora con l’auto ma non ci fa nulla, non possiamo avere il risarcimento solo perché si tratta formalmente di un investimento. Se un tale rovina il campo che abbiamo lasciato incolto non possiamo pretendere che ci ripaghi la coltivazione di alberi da frutto che avremmo potuto piantare (ma che non abbiamo mai fatto);
  3. il cosiddetto rapporto di causalità: in pratica il danno deve essere conseguenza della condotta illecita e non di altri fattori. Se una persona viene investita da un’auto e, trasportata all’ospedale dall’ambulanza, muore in un incidente fatto dal conducente dell’ambulanza stessa non può chiedere al primo automobilista il risarcimento; se una persona cade in una grossa ed evidente buca stradale mentre sta con gli occhi fissi sul cellulare non può poi pretendere il risarcimento dal Comune visto che la causa dell’infortunio è stata la sua distrazione e non l’insidia che poteva essere invece percepita ed evitata per tempo.

Insomma, non è possibile ottenere un risarcimento se non c’è un danno effettivo, concreto, attuale e non irrisorio. Così se il cane del vicino fa la pipì sulle nostre piantine di basilico rovinandole non possiamo fare causa al padrone per un danno di pochi centesimi.

Il danno per il rumore

Fatto questo doveroso preambolo vediamo come si applicano tutte queste regole nell’ambito delle cause per un rumore molesto.

L’azione civile è rivolta a ottenere due risultati:

  • l’ordine del giudice a non ripetere più i rumori molesti per il futuro (eventualmente condannando in anticipo il responsabile al pagamento di una somma di denaro per ogni violazione successiva alla pubblicazione della sentenza);
  • il risarcimento.

Se poi il rumore integra anche gli estremi del reato di disturbo alla quiete pubblica si può fare una denuncia ai carabinieri o alla polizia e sperare che le autorità agiscano nei confronti del colpevole con un procedimento penale che avrà come scopo l’applicazione delle sanzioni. Ma attenzione: perché si possa parlare di reato è necessario che il rumore infastidisca un numero elevato di persone (tutti gli abitanti dello stabile o i vicini del quartiere). Leggi sul punto Quando un rumore è reato.

Il danno alla salute per i rumori

Ritorniamo al processo civile. Se per ottenere l’ordine del giudice a non ripetere più i rumori (cosiddetta inibitoria) è sufficiente dimostrare solo che i rumori hanno superato la «normale tollerabilità» (criterio generico volto a consentire al giudice di verificare una serie di variabili come l’orario, la ripetizione dei rumori, l’ambiente urbano in cui si sono verificati ecc.), invece per ottenere il risarcimento del danno ci vuole una prova in più. Difatti, secondo la Cassazione è necessario dimostrare un pregiudizio alla salute. Insomma – ed è questo il fulcro della sentenza – per quanto chiunque dà per scontato che un’ora di sonno in meno sia un grosso problema per l’umore, il riposo e la salute delle persone, secondo i giudici non può bastare una semplice presunzione di questo tipo per ottenere l’indennizzo. Risultato: chi agisce davanti al giudice deve provare una lesione alla qualità della vita che non può essere solo il semplice rumore. Qualsiasi prova potrà essere valida, ma sicuramente il certificato medico è quella più adatta. Il medico – meglio quello di una struttura pubblica – dovrà certificare l’assenza di riposo e le ripercussioni sulla salute del soggetto.

Il succo della sentenza in commento è questo: il danno alla salute non si presume ma va dimostrato.

Il danno alla vita familiare per i rumori

Ma allora chi non dorme non deve essere risarcito? Sembrerebbe così, ma la Cassazione lascia una porticina aperta: il condomino che lamenta i rumori del vicino può ambire solo al danno per la lesione del normale svolgimento della vita familiare. Si tratta di un altro nome del danno non patrimoniale «allorché siano stati lesi il diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione e il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, quali diritti costituzionalmente garantiti, nonché tutelati dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo».  

note

[1] Cass. ord. n. 21554/18 del 3.09.2018.

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