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Se il coniuge si ammala si può chiedere la separazione?

4 Settembre 2018


Se il coniuge si ammala si può chiedere la separazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Settembre 2018



Obbligo di assistenza per il coniuge invalido e malato: il reato di abbandono di persona incapace e la libertà di sciogliersi dal matrimonio. Cosa prevede la legge?

«In ricchezza e povertà, in salute e malattia». Una cosa però è dirlo, un’altra farlo. Quando ci si sposa si è quasi sempre giovani, belli, aitanti e con tanta voglia di vivere. Le cose cambiano col tempo: il corpo si deteriora per natura e la malattia diventa quasi una condizione normale con la vecchiaia. C’è poi chi è più sfortunato e vede sopraggiungere invalidità ed handicap prima ancora della terza età. In tal caso, quando il legame affettivo non è solido, è facile perdere interesse per chi è più debole fisicamente. A nessuno piace vivere di rinunce e sacrifici se non c’è amore. Chi è abituato a correre a una velocità difficilmente rallenta per stare al passo con l’altro, sia pure il coniuge. Anche per questo che ci si separa: la malattia è una delle più forti prove che una coppia possa ricevere nel corso della sua esistenza. Ma è consentito divorziare se il marito o la moglie sta male? Una volta che è sopraggiunta l’invalidità, la richiesta di scioglimento del matrimonio può essere considerata come un abbandono di un soggetto incapace? Cosa prevede a riguardo la legge? Lo spunto per trattare questo delicato tema sociale, prima ancora che legale, ci è stato offerto da una recente ordinanza della Cassazione [1] che ha addebitato la separazione al coniuge “in salute” che aveva lasciato l’altro perché malato. A suo carico è stato poi stabilito anche un assegno di mantenimento. Per non cadere in facili equivoci, approfondiamo l’argomento. In questo articolo risponderemo quindi alla domanda: se il coniuge si ammala si può chiedere la separazione?

Quando si può chiedere la separazione

La legge dice che ci si può separare quando la convivenza è divenuta “intollerabile”. Non è quindi necessario che vi sia una colpa da parte di uno dei due coniugi. La situazione di incompatibilità può essere dettata anche da semplici divergenze di opinioni e di carattere, dal venir meno dell’amore, dalla lontananza fisica, ecc. Anche se in teoria bisognerebbe motivare le ragioni dell’intollerabilità, nei fatti non è condizione per ottenere la separazione e il successivo divorzio: il giudice si limita a prendere atto di ciò che viene dichiarato davanti a sé, ritenendo già questo una prova sufficiente dell’intollerabilità della convivenza. Per dirsi addio è sufficiente recarsi in tribunale, per il tramite di un avvocato, e chiedere la separazione. Se l’altro coniuge accetta le condizioni del distacco, si procede a una separazione consensuale, altrimenti si instaura una causa (separazione giudiziale).

Se però la richiesta di separazione è stata causata da una colpa dell’altro coniuge (comportamento violento e aggressivo, tradimento, abbandono della casa, disinteresse e mancata assistenza in un momento di necessità) c’è l’addebito. L’addebito è una sorta di “sanzione” (anche se, propriamente, non può essere definito tale); in pratica chi viene dichiarato responsabile della rottura del matrimonio (e quindi subisce l’addebito) non può:

  • rivendicare l’assegno di mantenimento qualora ne avesse diritto (anche cioè se ha un reddito basso);
  • rivendicare diritti sull’eredità dell’ex qualora questi muoia prima del divorzio.

Abbandonare il coniuge malato comporta l’addebito

La Cassazione ha ricordato che tra i doveri del matrimonio vi è quello della reciproca assistenza morale e materiale, il che significa aiutarsi l’un l’altro sia economicamente che fisicamente. In questo rientra ad esempio il dovere dei rapporti sessuali e il supporto nei momenti di difficoltà psicologica (ad esempio per un licenziamento o per la perdita di un genitore). Ma l’assistenza è anche economica (così il coniuge che non lavora deve provvedere alla casa o cercare un’occupazione) e materiale. Nell’assistenza materiale rientra quella del coniuge eventualmente malato. Se ti fratturi una gamba e non puoi guidare l’auto per recarti dal medico, è obbligo di tua moglie accompagnarti laddove possibile; se soffri di depressione e tuo marito ti lascia sempre sola, magari umiliandoti, è certamente responsabile.

Chi abbandona il coniuge malato quindi subirebbe di certo l’addebito se quest’ultimo dovesse chiedere la separazione.

Nel caso deciso dalla sentenza in commento della Cassazione, è stato ritenuto ingiustificato il comportamento dell’uomo che «si era allontanato dalla casa familiare, aveva una relazione extraconiugale e non aveva prestato alla moglie la necessaria assistenza materiale e morale», nonostante «le accertate condizioni di salute» della donna.

Affinché però la separazione possa essere addebitata al coniuge che abbandona l’altro è necessario dimostrare che proprio questo comportamento sia stato la causa della rottura. Se invece dovesse risultare che la coppia era già in crisi per cause diverse allora non si avrebbe più addebito.

Eccezionalmente abbandonare il coniuge malato può essere reato; succede quando questi è completamente incapace di provvedere ai propri bisogni primari. Si pensi a un malato di Alzheimer o a chi è disabile al 100% o è in chemioterapia e non può badare a sé stesso. In tal caso scatta il reato di «abbandono di persone incapaci». Questo è quanto ha stabilito la Cassazione [2]. La sentenza ha condannato una moglie per il reato suddetto perché, pur avendo sposato il marito già malato di una patologia genetica degenerativa, si era allontanata da casa per un breve periodo. In linea generale, chi abbandona il coniuge invalido o disabile non solo contravviene all’obbligo di assistenza, ma soprattutto mette in pericolo l’incolumità fisica dell’altro, che in quel momento è un “soggetto bisognoso” considerata l’età, le condizioni fisiche e mentali. Nei momenti di vulnerabilità del consorte si ha un dovere di custodia. In assenza di essa si crea una situazione di pericolo anche solo potenziale; ne deriva che il coniuge è responsabile anche quando l’abbandono sia parziale.

Ci si può separare a causa della malattia?

Il divieto di abbandonare il coniuge, tanto più se malato, non implica però che non ci si possa separare da lui. Come detto, la separazione scatta anche quando ci si è stancati del matrimonio, il che può derivare da diversi fattori. Poiché è moralmente riprovevole chiedere una separazione a causa dell’altrui malattia, basterà dire al tribunale che la causa di scioglimento è l’intollerabilità della convivenza. Per non subire l’addebito però è necessario non allontanarsi da casa prima che intervenga la sentenza del giudice. Difatti, come abbiamo detto, la responsabilità (penale e/o civile) scatta solo se c’è l’abbandono.

In sintesi, se il coniuge si ammala si può chiedere la separazione ma non si può abbandonarlo prima che sia il tribunale ad autorizzare la cessazione della convivenza.

note

[1] Cass. ord. n. 21576/2018 del 3.09.2018.

[2] Cas. sent. n. 2149/2014.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 28 giugno – 3 settembre 2018, n. 21576

Presidente Scaldaferri – Relatore Acierno

Ragioni della decisione

Con sentenza del 29 aprile 2016 la Corte d’appello di Catania ha rigettato l’appello proposto da Gu. Pa. avverso la sentenza del Tribunale di Ragusa che aveva pronunciato la separazione personale di quest’ultimo e Ni. In. e la addebitava al Pa., disponendo altresì che egli versasse Euro 300,00 mensili a titolo di mantenimento in favore della moglie, oltre a Euro 300 mensili in favore del figlio.

La Corte d’appello ha ritenuto, per quanto ancora interessa:

a) che la pronuncia di addebito fosse pienamente giustificata, essendo emerse plurime e gravi violazioni dei doveri matrimoniali da parte del Pa. ed essendo stata accertata la loro stretta connessione causale con la intollerabilità della convivenza: nello specifico, era provato che il Pa. già alla data dell’allontanamento dalla casa familiare – che già da sola integra una violazione dei doveri familiari – si fosse allontanato dalla casa coniugale e intrattenesse una relazione extra-coniugale.;

b) che sussistessero pienamente i presupposti di legge per l’assegno di mantenimento in favore della In. sia rispetto all’an che rispetto al quantum: nel procedimento di primo grado la polizia tributaria aveva accertato che il Pa. era titolare di un reddito nettamente superiore a quello della moglie, la quale, dal canto suo, percepisce solo una pensione di invalidità e non può lavorare a causa delle sue condizioni di salute.

Avverso suddetta pronuncia ricorre per cassazione Gu. Pa., affidandosi a due motivi:

Nel primo viene dedotta la violazione degli artt. 143, 151, 2. c., 2697 c.c.; nonché artt. 115 e 116 c.p.c. per avere la Corte territoriale erroneamente addebitato a lui la separazione pur in mancanza del nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale, la quale, invece, è riferibile a reciproche difficoltà risalenti nel tempo. Secondo la giurisprudenza di legittimità la situazione di intollerabilità, disaffezione e distacco affettivo, giustificante la separazione, può verificarsi anche in relazione a uno solo dei coniugi, senza che ciò possa costituire motivo di addebito.

Nel secondo viene dedotta la violazione dell’art. 156 c.c. e 115, 116, c.p.c. nonché vizio di motivazione, per essersi la Corte territoriale sottratta al principio in base a cui il coniuge richiedente è gravato dall’onere di dedurre e dimostrare sia l’an debeatur che il quantum debeatur dell’assegno di mantenimento. La sentenza è anche viziata per avere utilizzato a fini probatori le dichiarazioni rese dal Pa. al c.t.u. circa i propri redditi ma non le dichiarazioni della In., la quale affermava di essere economicamente indipendente.

Il primo motivo è inammissibile, perché si risolve nella sollecitazione di un nuovo accertamento di merito sui presupposti della pronuncia di addebito. L’apprezzamento circa la responsabilità di un coniuge nel determinarsi della intollerabilità della convivenza in ragione della violazione dei doveri matrimoniali è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di motivazione congrua e logica (ex multis, Cass. 18074/2014). In riferimento all’istruttoria svolta in primo grado è emerso, infatti, che il Pa. si era allontanato dalla casa familiare, aveva una relazione extra-coniugale e non aveva prestato alla moglie la necessaria assistenza materiale e morale, anche in relazione alle accertate condizioni di salute della In. mancando invece la prova da parte sua che la violazione dei doveri coniugali fosse successiva alla crisi matrimoniale. I fatti, così come insindacabilmente accertati dal giudice del merito, possono giustificare una pronuncia di addebito, non configurandosi la denunciata violazione di legge. Peraltro la prova del nesso causale può essere fornita con qualsiasi mezzo, anche per presunzioni tenuto conto dei principi di recente affermati da questa Corte nella sentenza n.16859 del 2015 così massimati:

“In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale”.

Il secondo motivo è parimenti inammissibile per la medesima ragione. I redditi delle parti, invero, sono stati accertati nel procedimento di primo grado attraverso l’indagine della polizia tributaria, mentre le dichiarazioni rese dai coniugi al consulente tecnico d’ufficio, il quale, invece, non aveva il compito di accertare la loro situazione economica ma l’idoneità genitoriale, non sono state ritenute idonee, con valutazione incensurabile, a modificare i riscontri di natura documentale. Pertanto, la sperequazione reddituale e l’inidoneità al lavoro della In., affetta da sclerosi multipla, hanno correttamente condotto la Corte territoriale a confermare l’assegno di mantenimento sia nell’an che nel quantum.

Il ricorso, in conclusione, deve essere dichiarato inammissibile.

Il processo risulta esente, ex lege, dalla debenza del doppio contributo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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