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Moglie segue il marito nei trasferimenti: quanto di mantenimento?

4 settembre 2018


Moglie segue il marito nei trasferimenti: quanto di mantenimento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 settembre 2018



In caso di separazione e divorzio la moglie ha diritto a ottenere un assegno di mantenimento pari al contributo che ha fornito alla ricchezza della famiglia e dell’altro coniuge rinunciando alla propria carriera. 

La moglie che accetta di trasferirsi per consentire al marito di fare carriera, così rinunciando a un proprio lavoro, ha diritto, in caso di separazione e di successivo divorzio, a un risarcimento. Risarcimento che le spetta da un lato per aver contribuito ad incrementare il patrimonio familiare e dell’uomo e, dall’altro lato, per aver perso opportunità di crescita professionale personale. In pratica l’assegno di mantenimento dovrà essere più alto. Ma a quanto ammonterà l’importo che il giudice sarà chiamato a liquidare? Di tale problema si è occupata una recente sentenza del Tribunale di Pescara [1], una delle prime che affronta il problema dell’assegno divorzile dopo che le Sezioni Unite della Cassazione [2] hanno riscritto le regole. La Corte ha spiegato quanto spetta di mantenimento alla moglie che segue il marito nei trasferimenti. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Come si determina l’assegno di mantenimento 

La Cassazione ha detto che, per stabilire se e quanto spetta come assegno divorzile, bisogna prima verificare lo squilibrio economico determinato dal divorzio, facendo riferimento per esempio alle dichiarazioni dei redditi. Proprio queste ultime vanno subito prodotte per dare un quadro completo al tribunale. L’assegno di divorzio ha una funzione di riequilibrare le condizioni delle parti. Non serve a ricostituire lo stesso “tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio, ma deve comunque riconoscere al coniuge con un reddito più basso il contributo da questi fornito alla famiglia nel momento in cui cessano gli effetti civili del matrimonio. In pratica, una volta accertati i rispettivi redditi, il giudice deve anche verificare se tale «eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata» del matrimonio. Detto in due parole, il giudice verifica se uno dei due coniugi ha rinunciato al lavoro per badare alla casa e alla famiglia, consentendo nello stesso tempo all’altro di fare carriera e occuparsi di meno del ménage domestico. Se così stanno le cose, viene riconosciuto al soggetto più “povero” un assegno di mantenimento che tenga conto da un lato delle sue capacità economiche, dell’età e della durata del matrimonio e, dall’altro lato, dell’entità del contributo da questi fornito al patrimonio familiare e dell’ex.

Il diritto all’assegno divorzile debba essere escluso in tutti quei casi in cui, pur sussistendo astrattamente una (rilevante) sproporzione tra le posizioni economico-patrimoniali delle parti, l’ex coniuge richiedente abbia i mezzi per condurre una vita autonoma e non abbia contribuito in maniera significativa alla formazione del patrimonio familiare o dell’altro coniuge, poiché in tal caso la disparità non dipende dalle scelte di vita fatte dai coniugi durante il matrimonio.

Se la moglie accetta di trasferirsi con il marito

Non tutti hanno la fortuna di avere una sede di lavoro stabile in una città. Alcuni lavoratori sono soggetti a trasferimenti periodici. Succede spesso a chi lavora con le banche, in altri grande aziende private o in determinati settori della pubblica amministrazione (si pensi ai supplenti nelle scuole, ai funzionari del fisco o della direzione del lavoro).

La moglie – tanto per fare un esempio – è costretta a trasferirsi con il marito che riceve uno spostamento di sede in una città lontana? Il codice civile dice che i coniugi scelgono di comune accordo la residenza della famiglia. Di solito, per evitare al coniuge e ai figli di spostarsi, è chi lavora che accetta di fare il pendolare. Ma quando c’è il consenso dell’altro coniuge quest’ultimo può seguirlo nelle varie sedi; in questo caso si fanno le valigie e ci si sposta tutti di città in città. Una tale situazione non può che giovare alla carriera del marito, ma sicuramente la donna perde ogni chance lavorativa. Si sacrifica per il bene dell’unità familiare. È questo proprio il caso analizzato dalla sentenza in commento: il sacrificio della moglie che rinuncia a lavorare per dedicarsi alla famiglia e aiutare il partner nella carriera ha diritto ad essere ricompensato. Spetta quindi l’assegno divorzile e pure nella misura massima di un terzo del reddito mensile nella disponibilità del marito.

Nel caso di specie, una signora, a sessant’anni, aveva un titolo di maestra d’asilo, che non aveva mai potuto utilizzare per aver seguito il marito nei vari trasferimenti; questi aveva cominciato la carriera nella Finanza come vice brigadiere ed era diventato colonnello. Proprio a causa di ciò, la moglie non poteva più trovare un’occupazione e dunque ha giustamente diritto ad essere mantenuta. Il giudice le ha riconosciuto un assegno di quasi 1.100 sui 3.250 euro di stipendio dell’ex marito.

note

[1] Trib. Pescara, sent. n. 1248/18 del 29.08.2018.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018 che ha corretto il tiro della sentenza n. 11504/2017, la quale a sua volta aveva mandato in soffitta il criterio del mantenimento improntato a garantire al coniuge più debole economicamente lo stesso «tenore di vita» che aveva durante la convivenza.


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1 Commento

  1. Quindi se lascio moglie e figli al paese di origine sobbarcandomi viaggi lunghi e faticosi (con incidente sul tratto casa-lavoro) la mia ex non ha diritto all’assegno di mantenimento ?

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