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Piscina gonfiabile: ci vuole il permesso?

4 settembre 2018


Piscina gonfiabile: ci vuole il permesso?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 settembre 2018



L’abuso edilizio scatta in caso di mutamento di destinazione dell’area che sussiste solo in caso di opere stabili ma non in caso di opere amovibili al termine dell’utilizzo.  

Ha intenzione di posizionare, sul giardino di casa tua, una piscina gonfiabile di modeste dimensioni: quanto basta per consentire a te e ai tuoi bambini di godere del sole e dell’acqua anche in campagna. Non sarà di certo possibile fare una nuotata o l’acquagym, ma quantomeno avrete una piacevole sensazione di refrigerio. Hai già individuato una zona del prato dove posizionare il basamento che non verrà ancorato a terra con supporti stabili. Dei sostegni metallici conterranno i lati della piscina, rigorosamente in plastica, in modo da tenerli sempre rigidi e dritti. Il fondo è costituito da un largo telone celeste, simili a quelli che si trovano nelle strutture “professionali”. La piscina verrà poi sgonfiata al termine della stagione estiva in modo da recuperare il verde che c’era prima. Mentre stai provvedendo al travaso dell’acqua dalla pompa, il tuo vicino – probabilmente invidioso ma dichiaratamente disturbato dagli schiamazzi che il gioco acquatico provoca – ha chiamato la polizia municipale: a suo avviso hai realizzato un abuso edilizio perché non hai chiesto alcuna autorizzazione al Comune. A te sembra una pretesa assurda: si tratta di una struttura semovibile e provvisoria, priva di ancoraggi fissi a terra. Il vigile appare però dubbioso e ti ha detto che, ad ogni modo, dovrà riferire alle autorità. Ti chiedi quali possano essere le conseguenze, anche sotto un profilo penale, per te che hai agito in buona fede. Per una piscina gonfiabile ci vuole il permesso? Ecco cosa ha detto in merito una sentenza della Cassazione pubblicata proprio ieri [1].

Premesso che né la buona fede, né un parere dell’ufficio tecnico del Comune possono deresponsabilizzare il cittadino visto che «la legge non ammette ignoranza» e che pertanto scatta il reato di abuso edilizio quando il giudice ritiene sussistenti i presupposti, andiamo a vedere cosa succede per quanto riguarda le piscine gonfiabili non particolarmente ingombranti, di quelle di piccole dimensioni per bambini (e adulti), priva di ancoraggio al suolo e comunque posizionata sul giardino.

Secondo la consolidata giurisprudenza, in tema di reati edilizi, il mutamento di destinazione d’uso, senza opere, è assoggettato a SCIA (un tempo era la DIA) purché intervenga nell’ambio della stessa categoria urbanistica. È invece richiesto il permesso di costruire laddove le modifiche di destinazione comportino un passaggio di categoria o se il cambio d’uso è effettuato in centri storici.

Solo il Comune può decidere, fra tutte quelle possibili, la destinazione d’uso dei suoli e degli edifici, poiché alle varie e diverse destinazioni, in tutte le loro possibili relazioni, devono essere assegnate – proprio in sede pianificatoria – determinate qualità e quantità di servizi. Non può il cittadino così realizzare su un prato ove non vi è edificabilità una nuova opera senza aver prima ottenuto il placet da parte dell’amministrazione. Ma la piscina gonfiabile si può ritenere una costruzione o, comunque, la sua collocazione sul prato può essere considerata una modifica della destinazione d’uso? La risposta è negativa: secondo la Cassazione, la piscina gonfiabile non necessita di autorizzazioni ossia del permesso di costruire del Comune. Sempre che sia di modeste dimensioni e non stabilmente fissata al suolo come nel caso in cui sia ricavata da uno scavo a terra e, quindi, diventi ineliminabile se non tramite riempimento.

Il mutamento di destinazione che assume rilevanza è dunque quella modifica che si connota da «stabilità nel tempo»; esso non può essere ritenuto sussistente in caso di opere amovibili al termine dell’utilizzo, come nel caso della piccola piscina gonfiabile semplicemente appoggiata al suolo e che può essere sgonfiata al termine della stagione estiva.

note

[1] Cass. sent. n. 39406/2018 del 3.09.2018.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 30 maggio – 3 settembre 2018, n. 39406

Presidente Lapalorcia – Relatore Gai

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 23 giugno 2016, il Tribunale di Ivrea ha condannato M.S. e M.F. , alla pena sospesa di Euro 4.000 di ammenda ciascuno, per il reato di cui all’art. 44 lett. a) del d.P.R. n. 380 del 2001, per avere, quali proprietari, in difformità del permesso a costruire n. 14/06 nonché della d.i.a. del 18 settembre 2007 ed in contrasto con le NTA del PRG, realizzato opere di trasformazione/cambio di destinazione d’uso dei luoghi, installando sull’area destinata a parcheggio una piscina gonfiabile ed altro materiale di varia natura. Fatto accertato in (omissis) .

2. Avverso la sentenza hanno presentato ricorso gli imputati, a mezzo del difensore di fiducia, e ne hanno chiesto l’annullamento deducendo i seguenti motivi enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione come disposto dall’art. 173 disp.att. cod.proc.pen..

– Violazione di legge in relazione all’erronea applicazione dell’art. 44 lett. a) del d.P.R. n. 380 del 2001 e vizio di illogicità della motivazione anche con il travisamento della prova. Il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto sussistente una trasformazione urbanistica con cambio di destinazione d’uso ei luoghi in presenza di un’opera precaria e amovibile; in ogni caso non sarebbe violato il disposto dell’art. 9 delle NTA in relazione alla misura degli spazi da adibire a parcheggio.

– Vizio di motivazione in relazione alla configurazione del reato con riferimento “all’altro materiale di varia natura” che avrebbe inibito l’accesso alla zona.

– Violazione di legge e carenza di motivazione in relazione alla configurazione del mutamento di destinazione d’uso ed errata interpretazione dell’art. 23 ter del d.P.R. n. 380 del 2001 in assenza di mutamento della categoria funzionale.

XVizio di motivazione in relazione al diniego di riconoscimento della causa d non punibilità cui all’art. 131 bis cod.pen. esclusa dalla reiterazione dei fatti.

3. Il Procuratore Generale ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

4. I ricorsi sono fondati per le ragioni qui esposte.

La sentenza impugnata fonda la responsabilità penale degli imputati su un travisamento della prova e su un’errata interpretazione delle norme giuridiche di cui il giudice deve tenere conto nell’applicazione della legge penale, e segnatamente dell’art. 23 ter del d.P.R. n. 380 del 2001.

Osserva il Collegio, in primo luogo, che la sentenza mostra di cadere in un errore giuridico laddove ritiene sussistente la contravvenzione con riguardo al deposito di “materiale edile vario” dal momento che la medesima sentenza dà atto che era stato rivenuto “sull’area limitrofa” all’area destinata a parcheggio che, secondo l’accusa, sarebbe stata oggetto di mutamento di destinazione d’uso, mediante opere, sicché alcun rilievo penale assume il deposito di “altro materiale di varia natura” non ricadente nell’area dove sarebbe intervenuto il mutamento di destinazione d’uso.

Non di meno, la sentenza fonda la responsabilità degli imputati in relazione alle violazioni delle NTA, del permesso a costruire, per la modifica della destinazione d’uso a parcheggio con opere, realizzate, mediante posizionamento di una piscina gonfiabile, sulla scorta di un travisamento della prova. Dagli atti, a cui questa Corte ha accesso essendo denunciato il suddetto vizio, risulta che una piscina gonfiabile di piccole dimensioni del tipo di quelle in commercio per bambini, priva di aggancio al suolo e opere per il suo utilizzo (scaletta per accedervi)) era posizionata sul giardino (dalle fotografie si apprezza anche la facile amovibilità, una volta sgonfiata).

Costituisce ius receputm di questa Corte il principio secondo cui in tema di reati edilizi, il mutamento di destinazione d’uso (ora disciplinato dall’art. 23-ter del d.P.R. n. 380 del 2001 (Mutamento d’uso urbanisticamente rilevante), senza opere è assoggettato a D.I.A. (ora SCIA), purché intervenga nell’ambito della stessa categoria urbanistica, mentre è richiesto il permesso di costruire per le modifiche di destinazione che comportino il passaggio di categoria o, se il cambio d’uso sia eseguito nei centri storici, anche all’interno di una stessa categoria omogenea (Sez. 3, n. 26455 del 05/04/2016, P.M. in proc. Stellato, Rv. 267106; Sez. 3, n. 12904 del 03/12/2015, Postiglione, Rv 266483; Sez. 3, n. 39897 del 24/06/2014, Filippi, Rv. 260422; Sez. 3, n. 5712 del 13/12/2013; Tortora, Rv. 258686).

La destinazione d’uso è un elemento che qualifica la connotazione dell’immobile e risponde agli scopi di interesse pubblico perseguiti dalla pianificazione. Essa, infatti, individua il bene sotto l’aspetto funzionale, specificando le destinazioni di zona fissate dagli strumenti urbanistici in considerazione della differenziazione infrastrutturale del territorio, prevista e disciplinata dalla normativa sugli standard, diversi per qualità e quantità proprio a seconda della diversa destinazione di zona. In tale ambito solo gli strumenti di pianificazione, generali ed attuativi, possono decidere, fra tutte quelle possibili, la destinazione d’uso dei suoli e degli edifici, poiché alle varie e diverse destinazioni, in tutte le loro possibili relazioni, devono essere assegnate – proprio in sede pianificatoria – determinate qualità e quantità di servizi. Da cui l’ovvia conseguenza che le modifiche non consentite della singola destinazione, incidendo sull’assetto del territorio comunale come pianificato, incidono negativamente sull’organizzazione dei servizi, alterando appunto la possibilità di una gestione ottimale del territorio.

In tale contesto, il mutamento di destinazione d’uso con opere deve, pur sempre, avere i connotati modificativi tendenzialmente stabili e non può ritenersi in presenza di opere precarie perché destinate ad un uso temporaneo e facilmente amovibili al termine di utilizzo, situazione riscontrabile, nel caso in esame, in considerazione delle dimensioni della piscina gonfiabile appoggiata sul suolo e destinata per la sua stessa tipologia costruttiva ad essere sgonfiata al termine della stagione estiva e del suo temporaneo utilizzo.

La sentenza, in accoglimento dei primi tre motivi di ricorso, va annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste, resta assorbito il quarto motivo di ricorso.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


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