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Datore di lavoro autoritario: come difendersi

6 settembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 settembre 2018



Cosa fare se il capo maltratta i dipendenti? Cos’è il mobbing del datore? Quando scatta il reato di maltrattamenti in famiglia? Si può denunciare il boss?

Lavorare come dipendente, si sa, non è mai semplice, soprattutto se il datore è particolarmente duro. Sia chiaro: è ovvio che chi si trova al vertice di un’azienda o di un’impresa ha interesse all’efficienza della prestazione dei dipendenti; altrettanto indubitabile, però, è che a tutto c’è un limite. Se anche tu presti il tuo servizio per un capo, allora saprai sicuramente di cosa parlo. Il datore può esercitare i propri poteri nei limiti stabiliti dalla legge, la quale tutela ampiamente il lavoratore: dall’orario alle ferie, ogni aspetto è regolamentato da apposita disciplina. Ciononostante, i soprusi posti in essere dal “boss” spesso oltrepassano il limite del tollerabile: probabilmente la condotta più nota è quella del mobbing, cioè di quella serie di vessazioni che conducono il dipendente all’esasperazione. Quando ciò avviene, il lavoratore può ricorrere al tribunale per la tutela delle proprie ragioni: il codice prevede un apposito rito molto più celere di quello ordinario, al fine di ottenere giustizia il prima possibile. Mi dirai: questo già lo so. Forse, però, quello che non sai è che le prepotenze e i soprusi del datore di lavoro possono sfociare nel penale. Eh sì, hai capito bene: il datore che maltratta i dipendenti rischia una querela con tanto di condanna alla reclusione. Il fatto è ancora più grave se i dipendenti sono suoi familiari. Se anche tu sei un dipendente e vuoi saperne di più sugli strumenti in tuo possesso per difenderti, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme come difendersi dal datore di lavoro autoritario.

Mobbing: cos’è?

Prima di spiegare come difendersi dal datore di lavoro autoritario, affrontiamo un argomento tristemente legato agli ambienti di lavoro: il mobbing. Il mobbing si manifesta nei reiterati e prolungati comportamenti ostili del datore di lavoro ai danni del dipendente: si parla, in questo caso, di mobbing verticale (o di bossing, proprio perché posti in essere dal boss). Al contrario, quando le pratiche moleste giungono dai colleghi, si discorre di mobbing orizzontale. In entrambi i casi, comunque, la vittima subisce dei soprusi che hanno dei risvolti negativi sia sulla sua carriera che sulla sua salute.

La Corte di Cassazione [1] ha individuato i cinque elementi fondamentali del mobbing, in presenza dei quali v’è sicuramente responsabilità del datore o dei colleghi:

  • molteplicità dei comportamenti ostili;
  • ripetitività delle vessazioni per un congruo periodo di tempo: è stato ritenuto congruo un periodo pari a circa sei mesi;
  • lesione della salute e della dignità del dipendente (si pensi al disturbo di adattamento, alla depressione, ecc.);
  • tra le condotte del datore e il danno subito dalla vittima ci deve essere un rapporto di causa-effetto;
  • l’intento persecutorio che collega tutti i comportamenti illeciti. In altre parole, il mobbing deve essere finalizzato proprio a danneggiare la vittima.

Mobbing: esempi

Sebbene in teoria sia facile capire cos’è il mobbing, nella pratica potrebbe non esserlo. Facciamo qualche esempio. Ipotesi ricorrente è quella in cui il datore di lavoro svuoti di mansioni il dipendente, obbligandolo a una forzata inattività, per umiliarlo e farlo sentire inadeguato. Un altro caso di mobbing frequente è quello del demansionamento, che avviene quando si costringe il dipendente a svolgere mansioni di livello inferiore rispetto a quelle per cui è stato assunto. Come detto, ciò deve avvenire in più situazioni e con il medesimo intento, non solo occasionalmente (magari per colmare lacune del personale).  Altri esempi di mobbing sono l’emarginazione sul lavoro; la diffusione di maldicenze; le continue critiche; la persecuzione sistematica; le limitazioni alla possibilità di carriera.

È chiaro, quindi, che il mobbing rappresenti una situazione penalizzante che, nei casi più estremi, conduce il dipendente a compiere scelte drastiche, come abbandonare il proprio lavoro o cambiare completamente vita; questo a voler tacere dei casi in cui la salute psico-fisica viene totalmente compromessa. E allora, in tutti questi casi, come difendersi dal datore di lavoro autoritario?

Come difendersi dal mobbing del capo?

Il lavoratore vittima di mobbing del datore di lavoro può difendersi; certo, non è facile, ma la legge offre degli strumenti cui ricorrere. Innanzitutto, la persona che ritiene di essere mobbizzata può, per prima cosa, diffidare per iscritto (mediante raccomandata a/r, ad esempio) il proprio datore di lavoro, denunciando il mobbing subito e comunicandogli che l’illegittimo comportamento può essere provato davanti all’autorità giudiziaria competente per far valere il risarcimento dei danni.

Certo, bisogna avere coraggio: diffidare apertamente il proprio datore di lavoro è un atto che pochi compiono, soprattutto se il mobbing proviene proprio dal capo! Il rischio è di esasperare una situazione già difficile. L’ipotesi della diffida, però, non è da scartare, perché il boss potrebbe anche rendersi conto che la vittima non sta scherzando e, in presenza di prove evidenti, gli converrà sicuramente cessare spontaneamente la condotta molesta.

Contro il capo autoritario che eserciti mobbing è sicuramente possibile ricorrere al tribunale del lavoro competente per chiedere il risarcimento dei danni patiti. In questa sede, oltre alla richiesta risarcitoria, il lavoratore potrà domandare anche l’eventuale annullamento dei provvedimenti a lui deleteri (quali, ad esempio, gli ingiusti provvedimenti sanzionatori di cui la vittima è stata bersaglio) o la reintegra nel posto di lavoro.

Datore di lavoro autoritario: è reato?

Il comportamento del datore di lavoro autoritario può sfociare addirittura nel penale: ciò avviene, ad esempio, nel caso in cui il mobbing si concretizzi in minacce, molestie, maltrattamenti anche verbali, diffamazioni e, nei casi più gravi (generalmente che sfociano in condotte anche extra-lavorative), stalking. Quindi, se il tuo capo è giunto perfino a minacciare di farti del male, a tormentarti anche al di fuori dell’orario di lavoro e a diffondere maldicenze sul tuo conto al fine di screditarti, sappi che hai tutto il diritto, oltre che di adire il giudice del lavoro, di querelarlo per uno dei reati sopra indicati. La veste datoriale non significa mai immunità.

In queste circostanze, dunque, puoi esporre l’accaduto alle autorità competenti (polizia, carabinieri), sporgendo denuncia per uno dei reati sopra indicati, non per mobbing (che reato non è). Se le indagini confermeranno quanto esposto, inizierà un vero e proprio processo penale; in questa sede potrai costituirti parte civile per chiedere il risarcimento dei danni, morali e materiali, patiti. Ma approfondiamo l’argomento.

Datore autoritario: quando è reato di maltrattamenti?

Un’importante sentenza della Corte di Cassazione [2] ha stabilito che i soprusi e le vessazioni poste in essere dal datore di lavoro ai danni dei suoi dipendenti possono integrare addirittura il reato di maltrattamenti in famiglia. Ti sembra impossibile? Continua a leggere. Capita molto spesso che tra capo e dipendente corra un vincolo parentale: in un mondo del lavoro sempre più simile ad una giungla, è più che normale che le prime domande di assunzione vengano rivolte ai familiari. Così, in tutte le ipotesi in cui il datore ha alle sue dipendenze un parente e approfitti della posizione subalterna di quest’ultimo per vessarlo, allora può scattare il reato di maltrattamenti in famiglia. In pratica, l’ambiente di lavoro viene giustamente equiparato a quello familiare tutte le volte in cui il vincolo tra i soggetti sia riconducibile ad un rapporto di parentela vero e proprio.

Maltrattamenti in famiglia: quando il datore è colpevole?

Quando il datore autoritario maltratta i dipendenti e rischia il reato? La norma che punisce i maltrattamenti in famiglia dice che commette reato chiunque maltratta un familiare o un convivente, ovvero una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni [3].

Il maltrattamento di cui parla la norma non deve essere necessariamente fisico: la giurisprudenza ha applicato questa fattispecie di reato anche a chi causi un dolore psichico o una manipolazione psicologica. Secondo i giudici, infatti, nei maltrattamenti non rientrano soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità, idonei a causare sofferenze morali [4].

Orbene, se fino ad oggi la giurisprudenza aveva applicato il reato di maltrattamenti in famiglia essenzialmente quando essi si rivolgevano ai familiari o ai conviventi tra le mura domestiche, da oggi l’interpretazione fornitane dalla Corte di Cassazione consente di estende questo reato anche agli ambiti lavorativi di tipo familiare, cioè a quegli ambienti che, di fatto, sono connotati dalla cosiddetta para-familiarità. Cosa significa? Vuol dire che il luogo in cui la condotta penalmente rilevante è realizzata deve porsi a metà tra un posto di lavoro vero e proprio e un ambiente familiare. In altre parole, il requisito della para-familiarità si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità dell’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni delle comunità familiari.

Secondo la Corte di Cassazione, è possibile qualificare come maltrattamenti in famiglia la condotta di mobbing del datore di lavoro autoritario, quando sussistano molteplici condotte, ripetute nel tempo, convergenti nell’esprimere ostilità verso la vittima e preordinati a mortificare e a isolare il dipendente nell’ambiente di lavoro, aventi carattere persecutorio e discriminatorio.

È indifferente la grandezza del luogo di lavoro: il datore autoritario che maltratta i dipendenti rischia di incorrere nel reato di cui parliamo anche se alle sue dipendenze vi siano più persone, non legate da alcun rapporto se non di tipo giuridico. Detto altrimenti: se il datore vessa il dipendente che gli è anche parente (o coniuge) incorre nel reato di maltrattamenti anche se alle sue dipendenze ci sono altre persone non legate dallo stesso rapporto familiare.

note

[1] Cass., sent. n. 2142 del 27.01.2017.

[2] Cass., sent. n. 39920 del 04.09.2018.

[3] Art. 572 cod. pen.

[4] Cass., sent. n. 8396/1996 del 12.09.1996.

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