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Separazione con marito disoccupato a carico della moglie

9 settembre 2018


Separazione con marito disoccupato a carico della moglie

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 settembre 2018



Assegno di mantenimento e assegno divorzile a carico del coniuge con un reddito o uno stipendio più basso dell’altro.

Sebbene nella maggior parte dei casi le famiglie si mantengono con il reddito del marito, potrebbe ben succedere che quest’ultimo, per una ragione o per un’altra, perda il lavoro e sia la moglie a mandare avanti la baracca. Quando manca un’occupazione – si sa – si è sempre più nervosi, a volte depressi, e i motivi di conflitto con il coniuge possono aumentare, sino a sfociare addirittura nella separazione. Non è un’ipotesi da manuale di giurisprudenza, ma realtà di tutti i giorni. Basti pensare che, ad oggi, per ogni tre coppie sposate ce n’è una che si separa: una percentuale altissima che non ha precedenti nella nostra storia. Che succede, allora, in caso di separazione con marito disoccupato a carico della moglie? Le ipotesi che possono profilarsi sono diverse. Le vedremo qui di seguito.

In questo articolo ci occuperemo innanzitutto di chiarire come funziona l’assegno di mantenimento, di comprendere la differenza con l’assegno divorzile e di stabilire come viene quantificato il relativo importo. Approfondiremo poi le ipotesi di separazione per colpa di uno dei coniugi e spiegheremo cos’è l’addebito. Infine chiariremo se, in caso di marito disoccupato, il mantenimento lo paga la moglie. Ma procediamo con ordine.

Separazione consensuale o giudiziale

Quando la coppia si separa può mettersi a tavolino e stabilire le condizioni del distacco. Verrà decisa la divisione dei beni se la coppia era in comunione (in caso di separazione dei beni il problema non si pone visto che ciascuno resta proprietario di ciò che ha acquistato coi propri soldi). Nel caso in cui uno dei due coniugi guadagni di più dell’altro si addosserà, a carico di questi, un assegno di mantenimento che garantisca all’ex di vivere in modo decoroso. In presenza di figli, infine, bisognerà decidere con chi questi andranno a vivere stabilmente (fermo il diritto di visita dell’altro genitore), l’ammontare dell’assegno di mantenimento per le spese ordinarie necessarie alla loro crescita, istruzione e salute, la destinazione della casa familiare (che, di solito, va alla madre con cui i figli minorenni restano).

Se però questo accordo non viene raggiunto bisogna andare dal giudice affinché prenda una decisione. Decisione che non è definitiva ma soggetta a eventuali modifiche successive se dovessero mutare le condizioni (modifica della situazione economica dei coniugi o dei figli); nel qual caso sarà necessario promuovere un nuovo ricorso al tribunale affinché riveda il proprio precedente provvedimento.

Nel primo caso avremo una separazione consensuale, che può essere effettuata sia in tribunale che con un accordo firmato con l’assistenza dei rispettivi avvocati (cosiddetta «negoziazione assistita»). Se poi non ci sono figli e non è prevista la divisione di beni (fatto salvo il mantenimento) si può fare tutto in Comune, davanti a un ufficiale di Stato civile, in due appuntamenti.

Nel secondo caso, avremo invece una separazione giudiziale che consiste in una vera e propria causa, coi tempi e costi che comporta.

Assegno di mantenimento e assegno divorzile

L’assegno da corrispondere dopo la separazione si chiama assegno di mantenimento. Lo scopo di tale contributo è consentire al coniuge con un reddito più basso di mantenere lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. Pertanto l’ex dovrà dargli teoricamente circa un terzo del proprio stipendio, considerando che l’altro terzo andrà via per le spese vive come nuove utenze e un affitto. La misura del mantenimento non è prestabilita dalla legge: tutto dipende dalle circostanze concrete. Se tra i due coniugi non c’è grosso divario di reddito o il matrimonio è stato “lampo” l’assegno potrebbe essere negato del tutto.

La finalità del mantenimento è di non far trovare il coniuge più povero, dall’oggi al domani, in una situazione di assenza di mezzi di sopravvivenza cui non saprebbe far fronte. Ecco che allora l’altro lo deve aiutare, almeno finché i due non divorziano, in modo da garantirgli lo stesso stile di vita che aveva quando ancora vivevano insieme. I due redditi dovranno essere sommati, andranno poi sottratte le spese cui è soggetto il coniuge che verserà il mantenimento, e infine il risultato andrà diviso per due: sarà questo, in linea tendenziale, l’importo da versare all’ex.

Si può divorziare dopo sei mesi dalla separazione consensuale o dopo un anno dalla separazione giudiziale. A questo punto il giudice – con o senza il consenso delle parti – sostituisce l’assegno di mantenimento con il cosiddetto assegno divorzile. Questo non serve più per garantire lo stesso tenore di vita che il coniuge debole aveva durante il matrimonio ma funge da sostegno solo per chi non è autosufficiente, tenendo anche conto del contributo fino ad allora fornito al ménage domestico, alla carriera dell’altro coniuge e quindi al suo patrimonio. Il che significa che la donna cinquantenne casalinga avrà diritto a conservare il mantenimento mentre la trentenne che può lavorare no; la moglie che ha seguito il marito nei suoi trasferimenti rinunciando alla carriera ha diritto all’assegno, quella che invece ha continuato a perseguire la propria crescita professionale no.

A chi spetta l’assegno di mantenimento e quello divorzile?

Di norma, comunque, l’assegno di mantenimento e quello divorzile spettano a chi ha un reddito più povero, salvo che questi sia tale solo per pigrizia e per non volersi attivare a cercare un’occupazione.

In questo si innesca un altro discorso: quello del cosiddetto addebito. Non ha mai diritto al mantenimento, anche se povero, il coniuge che ha violato le regole del matrimonio così determinando la rottura dell’unione. È ad esempio il caso di chi ha tradito, di chi è scappato di casa, di chi ha usato violenza o indifferenza verso l’altro.

Il giudice, accertate le condotte colpevole, dichiara l’addebito e rigetta la sua eventuale richiesta di mantenimento.

La regola vale sia per l’assegno di mantenimento che per quello di divorzio.

Marito disoccupato: è a carico della moglie?

Tornando al quadro di partenza: se un marito è disoccupato e la moglie lavora, sarà quest’ultima a dover pagare l’assegno di mantenimento al primo a meno che questi non abbia altre risorse con cui vivere come, per esempio, la proprietà di immobili o di partecipazioni societarie.

La legge infatti non dice che la moglie ha diritto al mantenimento ma parla solo del coniuge più debole economicamente che può essere ovviamente tanto l’uomo quanto la donna.

L’unico caso in cui il marito disoccupato non potrà chiedere il mantenimento è quando questi abbia subìto l’addebito per le condotte in precedenza descritte.

Resta che, anche senza lavoro, l’uomo dovrà adoperarsi al più presto a cercare un’occupazione perché, se in sede di successivo divorzio dovesse risultare che il suo stato di “senza lavoro” dipende da inerzia, nonostante la giovane età e comunque uno stato di salute che gli consente di lavorare, egli perderebbe l’assegno mensile.

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