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Quando andare in pensione: ecco come fare il calcolo

30 Settembre 2018 | Autore:


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Riforma pensioni, pensione anticipata, di vecchiaia, di anzianità, Ape, totalizzazione, cumulo quota 100, quota 41: come calcolare quando uscire dal lavoro.

Quando vado in pensione? La possibilità di uscire dal lavoro è un argomento del quale si discute sempre più spesso, a causa, da una parte, del continuo inasprirsi dei requisiti per la pensione, legati all’aumento della speranza di vita e, dall’altra parte, delle novità annunciate dal governo sulla riforma delle pensioni. Agli attuali trattamenti, difatti, si dovrebbero aggiungere delle nuove pensioni dai requisiti più leggeri, come la pensione anticipata quota 100 e quota 41; potrebbero inoltre essere prorogate alcune prestazioni agevolate, come l’Ape sociale, o l’opzione Donna. Ma è possibile conoscere con certezza la data della pensione? In realtà, non esiste una risposta valida per tutti che consenta di sapere quando andare in pensione. La data del pensionamento, difatti, dipende da molti fattori: età, anzianità contributiva, riconoscimento dell’invalidità o inabilità, gestione previdenziale alla quale si è iscritti, presenza di maggiorazioni contributive, di periodi riscattati… Inoltre, non esistendo una sola tipologia di pensione, è possibile fare delle scelte diverse: sommare, o meno, i contributi presenti in fondi differenti, utilizzando cumulo, totalizzazione, oppure ricongiunzione; pensionarsi al raggiungimento dei requisiti per la pensione anticipata, oppure attendere l’età per la pensione di vecchiaia; uscire dal lavoro a 63 anni con l’Ape e, dal 2019, con la quota 100, la quota 41 o 42. Facciamo allora il punto della situazione e cerchiamo di capire quando andare in pensione: ecco come fare il calcolo e che cosa potrebbe cambiare con la riforma pensioni.

Come si calcolano i requisiti per la pensione?

A seconda del tipo di pensione (anticipata, di vecchiaia, etc.) la legge prevede differenti requisiti, che possono riguardare sia l’età che gli anni di contributi.

Per quanto riguarda il calcolo dell’età, è necessario fare riferimento all’età pensionabile prevista per ciascun trattamento vigente ogni anno, in base agli incrementi periodici legati all’aumento della speranza di vita.

L’età pensionabile è rilevante per quasi tutte le prestazioni, esclusa la pensione anticipata ordinaria e la pensione di anzianità in totalizzazione, anche se cambia a seconda del tipo di trattamento (la pensione di vecchiaia richiede 67 anni dal 2019, la pensione di vecchiaia contributiva ne richiede 71…).

Il discorso è più complesso per il calcolo dei contributi, in quanto, generalmente, nell’estratto conto dell’Inps, la contribuzione è segnata in settimane, ma può essere indicata anche in mesi o in giorni, a seconda della gestione alla quale appartiene il dipendente.

Normalmente è necessario considerare i seguenti coefficienti di trasformazione, per capire quanti anni di contributi si possiedono:

  • 1 anno= 52 settimane;
  • 1 mese= 4,333 settimane;
  • 1 giornata= 0,19259 settimane.

I coefficienti sono differenti in alcune gestioni particolari, oppure nel passaggio dalla gestione Inps ordinaria ad un fondo diverso (ad esempio Enpals, gestione lavoratori agricoli…).

I periodi di contribuzione appartenenti a diverse gestioni possono essere sommati:

  • gratuitamente, nel caso in cui si richieda la totalizzazione dei contributi, il cumulo o il computo;
  • a titolo oneroso, se si chiede la ricongiunzione dei contributi presso un’unica gestione.

Se non ci si avvale di questi strumenti, i contributi di ogni gestione devono essere considerati separatamente, per verificare il diritto ad un’autonoma pensione, o a un’eventuale pensione supplementare o supplemento di pensione (per approfondire: pensione supplementare, supplemento della pensione, ricalcolo e ricostituzione della pensione).

Come si calcolano le quote?

In alcuni casi si richiede, per il diritto alla pensione, il raggiungimento di una determinata quota.

La quota è il risultato della somma dell’età pensionabile dell’interessato e degli anni di contributi posseduti: dal 2019 dovrebbe diventare operativa la pensione anticipata quota 100, che potrà essere raggiunta da tutti coloro la cui somma di età e contribuzione è almeno pari a 100 (ad esempio, 60 anni di età e 40 anni di contributi).

La quota 100 non è una novità assoluta, in quanto, prima che entrasse in vigore la legge Fornero, era possibile ottenere la pensione di anzianità (ora abolita e sostituita dalla pensione anticipata) con le quote.

Ad oggi sopravvivono alcune tipologie residuali di pensione di anzianità con le quote: si tratta delle pensioni degli addetti ai lavori usuranti, delle pensioni dei beneficiari delle salvaguardie e del cosiddetto salvacondotto.

Quando l’età o le annualità di contribuzione non corrispondono a una cifra esatta, per calcolare la quota i mesi devono essere trasformati in decimi:

  • ad esempio, se il lavoratore ha raggiunto 63 anni e 6 mesi di età, ai fini del calcolo della quota dovrà indicare 63,5;
  • potrà ottenere la pensione quota 100 se possiede almeno 36 anni e 6 mesi di contributi (perché 100-63,5= 36,5, ossia 36 anni e 6 mesi).

In base alle proposte più recenti, per pensionarsi con la quota 100 dovrebbe essere stabilita un’età minima e un requisito contributivo minimo; in alternativa, la quota 100 potrebbe essere limitata ad alcune categorie di lavoratori.

Come si calcola l’aspettativa di vita?

A partire dal 2021, l’aspettativa di vita sarà calcolata considerando la media del biennio immediatamente precedente, confrontata con la media del biennio ancora anteriore; per il 2021, ad esempio, l’aspettativa di vita dovrebbe essere calcolata sulla base della media del biennio 2018-2019, confrontata con la media del biennio 2016-2017: l’eventuale aumento determinerebbe un incremento dei requisiti per la pensione legati all’aspettativa di vita sul biennio 2021-2022.

Nel caso invece in cui si riscontri una diminuzione della speranza di vita media, il decremento sarà scomputato nella verifica per il biennio successivo: non ci sarà quindi un calo dell’età pensionabile, ma solo un congelamento dei requisiti. L’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita, in ogni caso, continuerà a essere verificato ogni due anni.

Qual è, invece, la situazione attuale? Ad oggi si applica ancora quanto disposto dalla riforma delle pensioni 2010, poi confermato dalla legge Fornero: la normativa prevede, in particolare, degli adeguamenti periodici alla speranza di vita, biennali dal 2019. Gli adeguamenti previsti nelle apposite tabelle possono essere però disattesi, sia nel caso in cui la speranza di vita media riscontrata sia maggiore rispetto alle proiezioni, sia nel caso in cui invece si registrino decrementi nell’aspettativa di vita media: in quest’ultima ipotesi, però, i requisiti previsti per la pensione non possono mai diminuire, ma vengono soltanto bloccati per un biennio.

Come si calcolano le maggiorazioni sulla pensione?

La maggiorazione dei contributi consiste nella possibilità di vedersi riconosciuti maggiori periodi di lavoro, ai fini della pensione: ne hanno diritto alcuni lavoratori appartenenti a categorie tutelate, come gli invalidi, oppure chi ha svolto particolari tipologie di servizio. In pratica, con le maggiorazioni dei contributi, o maggiorazioni convenzionali dell’anzianità contributiva, sono riconosciuti dei contributi aggiuntivi, come se il beneficiario avesse lavorato di più, rispetto al servizio effettivo prestato. In questo modo, il lavoratore può anticipare la pensione. Per approfondire: Maggiorazioni dei contributi.

Come si calcola la pensione?

Per quanto concerne il calcolo della pensione, ricordiamo che questo è:

  • retributivo (si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni) sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31/12/1995;
  • retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo (il cosiddetto misto), per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995;
  • interamente contributivo (si basa esclusivamente sulla contribuzione versata), per chi non ha contributi precedenti al 1996.

Coloro a cui spetta il calcolo interamente contributivo, o che optano per il computo nella gestione Separata, hanno diritto, a determinate condizioni, a requisiti più leggeri per accedere alla pensione anticipata (63 anni e 7 mesi di età, 64 anni dal 2019, con 20 anni di contributi) ed a quella di vecchiaia (70 anni e 7 mesi, 71 anni dal 2019, ma con soli 5 anni di contributi).

Per maggiori approfondimenti sul calcolo della pensione, vi invitiamo a leggere la nostra guida: come calcolare l’assegno di pensione.

Quando andare in pensione di vecchiaia?

Per ottenere la pensione di vecchiaia è necessario possedere un determinato requisito anagrafico, assieme ad almeno 20 anni di contributi (15 anni per chi rientra nella Deroga Amato o nell’Opzione Contributiva Dini); l’assegno di pensione, inoltre, non deve risultare inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (cioè a circa 672 euro) se si rientra tra i soggetti al calcolo integralmente contributivo.

Vediamo, di seguito, i requisiti d’età necessari, anno per anno:

  • 2017: 66 anni e 7 mesi per gli uomini e le dipendenti pubbliche, 66 anni e 1 mese per le lavoratrici autonome, 65 anni e 7 mesi per le dipendenti;
  • 2018: 66 anni e 7 mesi per tutti;
  • 2019: 67 anni;
  • 2020: 67 anni;
  • 2021: 67 anni e 3 mesi;
  • 2022: 67 e 3 mesi;
  • 2023: 67 e 6 mesi;
  • 2024: 67 e 6mesi;
  • 2025: 67 e 9 mesi;
  • 2026: 67 e 9 mesi;
  • 2027: 68 anni;
  • 2028: 68 anni;
  • 2029: 68 e 2 mesi;
  • 2030: 68 e 2 mesi;

I requisiti, successivamente a tale data, aumenteranno sempre di 2 mesi ogni biennio, ma potrebbero variare nel caso in cui si rilevino incrementi o decrementi della speranza di vita diversi da quelli previsti originariamente.

Quando andare in pensione di vecchiaia contributiva?

Chi ha diritto al calcolo interamente contributivo del trattamento, ha diritto alla pensione di vecchiaia con soli 5 anni di contributi e senza soglie di accesso, ma con i seguenti requisiti di età:

  • nel triennio 2016-2018, 70 anni e 7 mesi;
  • nel 2019-2020, 70 anni e 11 mesi: si tratta del requisito originariamente previsto dalle tabelle Fornero, che però, con tutta probabilità, sarà elevato a 71 anni;
  • nel 2021-2022, 71 anni e 3 mesi.

I requisiti continueranno, poi, ad aumentare di 3 mesi ogni biennio, e di 2 mesi ogni biennio dal 2029, salvo variazioni di rilievo nella speranza di vita media.

Quando andare in pensione di vecchiaia anticipata?

La pensione di vecchiaia può essere ottenuta anche con 60 anni e 7 mesi di età (55 anni e 7 mesi per le donne) e 20 anni di contributi (15 per i beneficiari di deroga Amato) se si possiede un’invalidità pensionabile pari almeno all’80%. Questa possibilità vale solo per i dipendenti del settore privato. Per i non vedenti il requisito è anticipato di 5 anni. In ogni caso, dalla maturazione dei requisiti alla data di liquidazione della pensione deve trascorrere una finestra di 12 mesi.

Dal 2019, i requisiti per la pensione di vecchiaia anticipata saranno pari, rispettivamente, a 61 e 56 anni; sarà sempre applicata la finestra di 12 mesi.

Quando andare in pensione anticipata?

La pensione anticipata, introdotta a partire dal 2012 dal Decreto Salva-Italia, o Legge Fornero [1], al posto della pensione di anzianità, è un trattamento che può essere raggiunto con un determinato numero di anni di contributi, a prescindere dall’età. Un limite di età esiste per la sola pensione anticipata contributiva (alla quale può accedere a 63 anni di età solo chi è assoggettato al calcolo contributivo della pensione).

Il requisito contributivo previsto per la pensione anticipata ordinaria è più basso per i lavoratori precoci (cioè che possiedono almeno 12 mesi di contributi da lavoro accreditati prima del 19° anno di età) che appartengono a determinate categorie tutelate.

Ma procediamo per ordine e vediamo quali sono le condizioni previste per accedere alle diverse tipologie di pensione anticipata.

Quando andare in pensione anticipata ordinaria

I requisiti previsti per fruire dell’ordinaria pensione anticipata, nel 2018, sono:

  • 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne;
  • 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini.

Non sono più previste penalizzazioni della pensione legate all’età pensionabile.

Dal 2019 i requisiti saliranno a:

  • 42 anni e 3 mesi di contributi per le donne;
  • 43 anni e 3mesi di contributi per gli uomini.

Successivamente, i requisiti aumenteranno di 3 mesi ogni biennio, salvo scostamenti nella speranza di vita media rispetto a quelli attesi.

Quando andare in pensione anticipata contributiva?

I requisiti per la pensione anticipata sono diversi, invece, per chi non possiede contributi versati precedentemente al 1996, o per chi effettua il computo nella gestione Separata, ossia per i soggetti il cui calcolo dell’assegno è effettuato col solo sistema contributivo; per loro, i requisiti per l’accesso alla pensione anticipata sono:

  • 63 anni e 7 mesi d’età;
  • 20 anni di contributi;
  • pensione superiore all’assegno sociale di almeno 2,8 volte.

I lavoratori assoggettati al calcolo contributivo possono comunque optare per la pensione anticipata ordinaria con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi se donne).

Quando andare in pensione anticipata lavoratori precoci?

Per i lavoratori precoci appartenenti a determinate categorie tutelate è possibile ottenere la pensione anticipata con soli 41 anni di contributi.

In particolare, per ottenere la pensione anticipata con 41 anni di contributi non è sufficiente essere dei lavoratori precoci, ossia aver versato almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro prima del 19° anno di età: oltre a questo, è necessario appartenere o alle categorie degli addetti ai lavori usuranti e notturni, come previste dal noto decreto del 2011 [2], o alle categorie beneficiarie dell’Ape sociale: disoccupati, caregiver, invalidi dal 74% e addetti ai lavori gravosi.

Gli addetti a lavori usuranti e turni notturni, per aver diritto alla pensione agevolata, devono essere stati adibiti a tali attività per almeno metà della vita lavorativa, o per almeno 7 anni negli ultimi 10; gli addetti ai lavori gravosi devono risultare occupati in tali mansioni per almeno 6 anni negli ultimi 7.

Quando andare in pensione anticipata con salvacondotto?

La pensione anticipata può essere anche ottenuta con la cosiddetta eccezione del salvacondotto per nati sino al 31 dicembre 1952: in questo caso, è possibile andare in pensione se sono stati compiuti 60 anni entro il 31 dicembre 2012, e maturati almeno 35 anni di contributi e la quota 96, entro la stessa data, per gli uomini, o 20 anni di contributi, per le donne (l’agevolazione non è fruibile dai dipendenti pubblici, dai lavoratori agricoli, e dai non occupati al 28 dicembre 2011).

La pensione si ottiene a 64 anni e 7 mesi di età.

Quando andare in pensione di anzianità lavori usuranti?

Gli addetti ai lavori usuranti [2] e gli addetti ai turni notturni possono ottenere un particolare tipo di pensione di anzianità se sono stati adibiti a tali mansioni per almeno metà della vita lavorativa, o per almeno 7 anni negli ultimi 10.

Per ottenere la pensione di anzianità, è necessario che il lavoratore addetto a mansioni usuranti maturi i seguenti requisiti:

  • quota pari a 97,6, con:
    • almeno 61 anni e 7 mesi d’età;
    • almeno 35 anni di contributi.

Dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione non è più necessario attendere la cosiddetta finestra, pari a 12 mesi per i dipendenti e a 18 mesi per gli autonomi, perché è stata abolita dalla Legge di bilancio 2017.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, i requisiti sono aumentati di un anno.

Hanno diritto alla pensione d’anzianità anche i lavoratori adibiti a turni notturni, ma le quote sono differenti a seconda del numero di notti lavorate nell’anno: vediamo i requisiti nel dettaglio.

Quando andare in pensione di anzianità addetti ai lavori notturni?

Chi ha lavorato per almeno 78 notti l’anno deve possedere, per accedere al pensionamento, i seguenti requisiti, che sono gli stessi validi per tutti gli addetti ai lavori usuranti:

  • quota 97,6, con un minimo di:
  • 61 anni e 7 mesi d’età;
  • 35 anni di contributi.

I requisiti, come già visto in merito agli addetti ai lavori usuranti, sono innalzati di un anno (quota 98,6 e 62 anni e 7 mesi di età) per chi possiede contribuzione mista da lavoro dipendente ed autonomo.

Chi ha lavorato per un numero di notti tra le 72 e le 78 l’anno deve possedere, invece, i seguenti requisiti:

  • quota 98,6, con un minimo di:
  • 62 anni e 7 mesi d’età;
  • 35 anni di contributi.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, la quota è innalzata a 99,6, con un minimo di 63 anni e 7 mesi di età.

Chi ha lavorato per un numero di notti tra le 64 e le 71 l’anno deve possedere i seguenti requisiti:

  • quota 99,6, con un minimo di:
  • 63 anni e 7 mesi d’età;
  • 35 anni di contributi.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, la quota è innalzata a 100,6, con un minimo di 64 anni e 7 mesi di età.

Il lavoratore, in ogni caso, deve aver prestato servizio per almeno 6 ore in ciascuna notte; in caso contrario, il lavoro notturno viene valorizzato se si raggiungono almeno 3 ore di attività notturna svolte per l’intero anno.

La legge di Bilancio 2018 ha introdotto un bonus per chi svolge lavoro notturno per meno di 78 giorni all’anno ed è impiegato in cicli produttivi del settore industriale su turni di 12 ore (sulla base di accordi collettivi sottoscritti entro il 31 dicembre 2016). In questi casi, i giorni lavorativi effettivamente svolti devono essere moltiplicati per il coefficiente 1,5: questo dovrebbe comportare il perfezionamento dei requisiti pensionistici anticipatamente.

Quando andare in pensione con l’Ape?

L’Ape, o anticipo pensionistico, è uno strumento che consente di uscire dal lavoro a 63 anni di età, con 20 anni di contributi: grazie a un prestito bancario, si percepisce un assegno sino alla data di compimento del requisito d’età per la pensione di vecchiaia. La restituzione del prestito comporta però delle penalizzazioni sulla pensione. Per approfondimenti: Ape volontario.

L’Ape sociale, come l’Ape volontario, consente ugualmente consente di uscire dal lavoro a 63 anni di età, ma con 30 o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza: disoccupati, invalidi, caregivers, addetti ai lavori gravosi. L’assegno è riconosciuto direttamente dallo Stato e non si applicano penalizzazioni sulla pensione. Ancora non si sa se l’Ape sociale sarà prorogato al 2019.

Per approfondimenti: Ape sociale.

Quando andare in pensione con la totalizzazione?

La totalizzazione consiste nella possibilità di sommare tutti i contributi accreditati in diverse gestioni pensionistiche, per perfezionare i requisiti richiesti per il conseguimento della pensione di vecchiaia, anticipata, di inabilità e indiretta.

Per ottenere la pensione di vecchiaia con la totalizzazione, è necessario possedere:

  • 65 anni e 7 mesi di età (requisito valido attualmente sia per gli uomini che per donne, che salirà a 66 anni dal 2019);
  • almeno 20 anni di contributi (complessivamente, tra tutte le casse in cui si possiede contribuzione);
  • gli eventuali ulteriori requisiti, diversi da quelli di età ed anzianità contributiva, previsti dai singoli ordinamenti per l’accesso alla pensione di vecchiaia;
  • aver cessato l’attività lavorativa dipendente (come avviene per la generalità delle pensioni dirette; in seguito, è possibile rioccuparsi).

La pensione di vecchiaia derivante dalla totalizzazione della contribuzione decorre dopo 18 mesi dal raggiungimento dei requisiti.

Per ottenere la pensione di anzianità in totalizzazione sono invece necessari 40 anni e 7 mesi di contributi (41 dal 2019), indipendentemente dall’età.

Il trattamento di anzianità decorre dopo 21 mesi successivo a quello di raggiungimento dei requisiti.

La pensione in totalizzazione è calcolata secondo il sistema contributivo, e ogni gestione calcola separatamente la propria quota di pensione.

Se, però, in una delle gestioni previdenziali privatizzate si matura il diritto ad un’autonoma pensione di vecchiaia, il calcolo di quella quota non è contributivo, ma segue il sistema di calcolo proprio della gestione. Il più delle volte, le casse dei liberi professionisti prevedono, sino a un determinato anno, il calcolo reddituale della pensione (basato sui redditi migliori), poi il calcolo contributivo: è dunque questa sorta di calcolo misto che deve essere utilizzato, se presso il fondo si ottiene il diritto alla pensione di vecchiaia, senza bisogno di sommare i contributi di altre gestioni.

Quando andare in pensione con il cumulo?

Il cumulo dei contributi, istituito nel 2012e poi esteso ad un’ulteriore platea di beneficiari, tra cui i liberi professionisti, dalla legge di Bilancio 2017, consiste nella possibilità di sommare gratuitamente i contributi presenti in casse differenti ai fini del diritto alla pensione di vecchiaia, anticipata (con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne), d’inabilità e ai superstiti.

A differenza della totalizzazione, nelle gestioni Inps non si applica il ricalcolo contributivo della prestazione.

Per approfondire: Cumulo dei contributi.

Quando andare in pensione con l’opzione Donna?

Dovrebbe essere prorogata al 2019 l’opzione Donna, una pensione agevolata dedicata alle sole lavoratrici, che possono anticipare notevolmente l’uscita dal lavoro in cambio del ricalcolo contributivo della prestazione.

Ad oggi, per potersi pensionare con opzione Donna devono essere rispettati precisi requisiti di età:

  • per le lavoratrici dipendenti, è necessario aver raggiunto 57 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016, e 35 anni di contributi al 31 dicembre 2015; dalla data di maturazione dell’ultimo requisito alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo, detto finestra, pari a 12 mesi;
  • per le lavoratrici autonome, è necessario aver raggiunto 58 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016, e 35 anni di contributi al 31 dicembre 2015; dalla data di maturazione dell’ultimo requisito alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo di finestra pari a 18 mesi.

In pratica, possono ottenere la pensione le dipendenti che hanno compiuto 57 anni e le autonome che hanno compiuto 58 anni entro il 31 dicembre 2015, se possiedono 35 anni di contributi entro la stessa data.

Con la proroga dell’opzione donna si vorrebbe rendere strutturale questo trattamento, rendendo così possibile ottenere la pensione per tutte le lavoratrici con un minimo di 57 anni e 7 mesi (o 58 anni e 7 mesi) di età, eventualmente adeguabili all’aspettativa di vita, e 35 anni di contributi.

Altre proposte parlano invece di un’età più elevata per accedere all’opzione donna, pari a 63 anni, ma con minori penalizzazioni legate al calcolo della pensione.

Quando andare in pensione come lavoratori agricoli?

I lavoratori agricoli, rispetto alla generalità dei lavoratori dipendenti, beneficiano di agevolazioni per il diritto alla pensione. In determinati casi, difatti, hanno diritto a delle maggiorazioni, e possono essere sufficienti 156 o 270 giornate per possedere un anno di contributi.

Per approfondire: Pensione lavoratori agricoli.

Quando andare in pensione come liberi professionisti?

Per gli iscritti alle casse professionali, i requisiti per la pensione sono differenti rispetto a quelli previsti per la generalità degli iscritti alle gestioni Inps. I liberi professionisti possono infatti ottenere, oltre alla pensione in regime di cumulo e totalizzazione (se possiedono versamenti in casse diverse), anche delle particolari pensioni di vecchiaia, anzianità e anticipata.

Per approfondire: Requisiti per la pensione dei liberi professionisti.

note

[1] D.L. 201/2011.

[2] D.lgs. 67/2011.


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