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Moneta fallimentare: che significa?

9 settembre 2018


Moneta fallimentare: che significa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 settembre 2018



Come funziona il fallimento e come vengono pagati i creditori dell’imprenditore fallito.

Ti è mai capitato di sentire pronunciare il termine «moneta fallimentare» e di chiederti cosa significa? Siamo in un’epoca di forti attacchi al sistema monetario tradizionale, di fatto controllato dall’Ue e dalle banche; un’epoca in cui le idee rivoluzionarie della new economy hanno trovato man forte nella reazione di un popolo sempre più alle strette, dando origine a monete virtuali come i bitcoin. Facile quindi pensare che la moneta fallimentare non sia che una di queste neonate forme di speculazione, un nuovo metodo di scambio, magari fondato sul “fallimento” dell’economia reale. In verità non è nulla di tutto ciò. La parola si allaccia invece a concetti molto più vecchi di quanto non possa sembrare e, in particolare, a una legge del 1942, il regio decreto numero 267. Si tratta della cosiddetta “legge fallimentare”. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire che significa moneta fallimentare.

Cos’è il fallimento?

Quando una impresa commerciale non riesce più a pagare in modo regolare i propri fornitori e i debiti raggiungono un livello elevato, viene dichiarata fallita. La richiesta di fallimento viene di solito presentata da uno dei creditori che non è stato pagato (spesso è solo un ultimo tentativo per ottenere il dovuto prima che il tribunale si pronunci ritirando poi in extremis il ricorso). Ma nulla esclude che a presentare la domanda sia lo Stato per non aver ricevuto il versamento delle tasse. La richiesta di fallimento può essere infine avanzata anche dallo stesso imprenditore che, accortosi di non poter più onorare gli impegni presi, decide di “depositare i libri in tribunale” e lasciare che sia il giudice a prendere le redini dell’azienda.

Il fallimento non è quindi la morte dell’impresa ma solo una sorta di passaggio di consegne: il titolare diventa la “procedura fallimentare” costituita dal tribunale, dal giudice delegato e dal curatore (un professionista privato come un avvocato o un commercialista, nominato dal tribunale). Questi tre organi hanno il compito – ciascuno secondo le proprie competenze – di vendere i residui beni dell’azienda, curare eventuali crediti non ancora riscossi e con il ricavato di entrambe le operazioni pagare i creditori che hanno dimostrato i loro diritti e si sono “insinuati” nella procedura (ossia hanno chiesto di essere pagati).

Dal momento dell’apertura del fallimento, l’imprenditore – che viene dichiarato fallito – viene spossessato di tutta l’azienda. Se poi si tratta di una società di persone (Società semplice, Snc, Sapa), il fallimento si estende anche alla persona fisica. Viceversa, nel caso di società di capitali (Srl, Sapa, Spa) a fallire è solo la persona giuridica ed alcuna conseguenza si riversa né sui soci, né sugli amministratori e/o sui relativi patrimoni.

L’accertamento dei crediti

Chi avanza dei crediti da una ditta o una società fallita deve presentare al curatore una istanza con cui chiede di essere pagato. A questa istanza dovrà allegare le prove del proprio diritto. Tali documenti verranno vagliati dal curatore e dal giudice delegato, all’esito delle operazioni di “verifica dello stato passivo”. Una volta accertate tutte le istanze, i creditori vengono suddivisi in categorie a seconda della preferenza accordata loro dalla legge. Vengono così messi prima i crediti dei professionisti che hanno prestato servizio nella procedura, i crediti dei lavoratori, quelli assistiti da ipoteca, ecc. Poi ci sono tutti gli altri crediti che vengono detti chirografari.

Fatto ciò si dichiara “esecutivo lo stato passivo”: è questo il termine tecnico per dire che sono stati accertati i crediti e si può passare alle operazioni di vendita dei beni residui e alla riscossione di quanto avanzato da eventuali clienti dell’azienda.

Con il ricavato si procederà a pagare i creditori secondo le rispettive cause di prelazione. I creditori appartenenti alla stessa classe verranno pagati in percentuale di volta in volta che viene venduto uno stock di beni.

Quasi mai il fallimento si chiude con l’intero pagamento di tutti i creditori (del resto se così fosse vorrebbe dire che l’imprenditore aveva liquidità e non doveva fallire). Sicché di solito ci si deve accontentare di percentuali molto più ridotte del 100%.

Cosa significa moneta fallimentare?

Ora diventa molto più facile spiegare che significa moneta fallimentare. L’espressione è solo un modo di dire usato dagli avvocati per spiegare che, in caso di fallimento, il creditore non ottiene subito quanto gli spetta ma verrà pagato, in base alla propria “classe di appartenenza” secondo quanto riscosso dalla vendita dei beni dell’azienda fallita. In pratica, ciò può comportare un recupero solo in percentuale del proprio diritto di credito e, peraltro, dopo numerosi anni.

Dire che un creditore di una azienda fallita sarà pagato con moneta fallimentare significa che questi deve prima presentare una domanda al curatore e poi attendere che quest’ultimo inizi a liquidare il patrimonio dell’imprenditore. Ma ciò non basterà a ottenere ciò che spetta: sempre che non ci siano creditori di grado superiore al suo ad assorbire il poco attivo rimasto, il creditore sarà pagato in percentuale con gli altri creditori della sua stessa classe.

Ora che sai che significa moneta fallimentare ti tocca anche ammettere, se sei magari un lavoratore dipendente o un altro creditore di un’azienda, che non sempre conviene far dichiarare fallito il proprio debitore. Non è infatti questo il metodo migliore per riscuotere il dovuto.


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