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Posso accettare una riduzione dello stipendio?

25 Set 2018


Posso accettare una riduzione dello stipendio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 Set 2018



Uno dei principi che regge il rapporto di lavoro è quello della cosiddetta incomprimibilità della retribuzione. Ciò significa che anche se durante la vita lavorativa possono esserci dei cambiamenti del rapporto di lavoro, in ogni caso, queste modifiche non possono portare ad una riduzione dello stipendio del lavoratore dipendente. Ma è sempre così? In verità esiste la possibilità di ridurre lo stipendio ad un dipendente ma solo seguendo una specifica procedura che la legge richiede per tutelare il dipendente.

Durante la propria carriera lavorativa un dipendente viene messo spesso di fronte a delle scelte non semplici. Pensiamo al caso in cui al lavoratore viene proposto di trasferirsi in un’altra sede, oppure di ridurre il proprio orario di lavoro o ancora di cambiare le proprie mansioni.

Non sempre il lavoratore ha gli strumenti per sapere quali aspetti del rapporto di lavoro possono essere modificati dal datore di lavoro e quali modifiche, invece, richiedono il consenso del dipendente.

Pensiamo al caso in cui il datore di lavoro propone al lavoratore, a causa di un periodo di crisi aziendale, una riduzione del proprio stipendio. In questo caso il lavoratore si chiederà: posso accettare una riduzione dello stipendio?

Che cos’è il principio di incomprimibilità della retribuzione?

Nel momento in cui viene assunto un dipendente, quest’ultimo pattuisce con il datore di lavoro la retribuzione che gli verrà erogata. La retribuzione è, infatti, uno degli elementi più importanti del rapporto di lavoro. La legge stabilisce il principio di incomprimibilità o di irriducibilità della retribuzione [1].

In base a tale principio, il lavoratore ha diritto a percepire la retribuzione che ha pattuito con il datore di lavoro al momento dell’assunzione. Ogni patto contrario tra datore di lavoro e lavoratore è nullo. Il lavoratore, che ha sottoscritto consapevolmente la riduzione della sua retribuzione può sempre invocare la nullità di questa pattuizione e richiedere tutte le somme dovute.

Questa regola vale anche se il datore di lavoro modifica le mansioni del lavoratore. Anche in questo caso, infatti, lo stipendio non può essere toccato [2]. Le uniche voci dello stipendio che possono essere eliminate sono quelle legate a particolari modalità di esecuzione del lavoro. Si pensi al caso del cassiere che, maneggiando denaro, riceve una specifica indennità, detta indennità di cassa. In questo caso, se l’azienda presso cui lavora modifica le sue mansioni, adibendo il dipendente alla gestione dei reclami, lo stipendio base non può essere toccato ma può essere cancellata dalla busta paga la voce “indennità di cassa” proprio perché, nelle nuove mansioni, il dipendente non maneggia più denaro.

Quando si può ridurre lo stipendio?

Come regola generale, dunque, lo stipendio non può essere ridotto. Il principio, però, non è assoluto. Ci sono dei casi in cui datore di lavoro e lavoratore possono accordarsi e modificare, anche in senso peggiorativo per il dipendente, molti aspetti del rapporto di lavoro e, in particolare:

  • le mansioni;
  • la categoria legale ed il livello di inquadramento;
  • la relativa retribuzione.

Questi patti che, di fatto, peggiorano le condizioni di impiego del dipendente, sono validi sono se ricorrono due condizioni [3].

La prima condizione è che il patto deve essere approvato dalle parti per uno dei seguenti obiettivi:

  • interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione;
  • interesse del lavoratore all’acquisizione di una diversa professionalità;
  • interesse del lavoratore al miglioramento delle condizioni di vita.

La seconda condizione è che il patto non può essere approvato privatamente da datore di lavoro e lavoratore ma la firma dell’accordo deve avvenire in una sede particolare, la cosiddetta sede protetta. Si tratta di sedi, previste dalla legge [4], in cui si è ragionevolmente certi che il dipendente firma il patto in modo libero e consapevole e non perché obbligato dal datore di lavoro.

Queste sedi sono:

a) la sede di un sindacato. In questi casi il patto viene firmato alla presenza di un Conciliatore sindacale che spiega al lavoratore gli effetti dell’accordo che sta sottoscrivendo e verifica che il dipendente sia realmente convinto di ciò che sta firmando;

b) la commissione di conciliazione istituita presso l’Ispettorato nazionale del lavoro. Si tratta di commissioni composte da un rappresentante sindacale, uno delle associazioni dei datori di lavoro e un dipendente dell’Ispettorato. Anche la commissione di conciliazione ha la funzione di spiegare al lavoratore gli effetti dell’accordo che sta sottoscrivendo e di verificare che il dipendente sia realmente convinto di ciò che sta firmando;

c) la commissione di certificazione. Si tratta di commissioni appositamente autorizzate dal Ministero del lavoro che hanno lo scopo di certificare i contratti di lavoro.

Il lavoratore – nella firma del patto – può farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro.

Cosa fare se l’accordo non è stato firmato in sede protetta?

Come abbiamo detto, ogni accordo per la riduzione dello stipendio tra lavoratore e dipendente che non sia stato sottoscritto in sede protetta è nullo.

La legge stabilisce che il lavoratore può impugnare l’accordo entro 6 mesi dalla sua sottoscrizione.

Il dipendente dovrà quindi presentare un ricorso al giudice del lavoro per far dichiarare la nullità dell’accordo. La conseguenza della pronuncia di nullità del giudice è che il datore di lavoro dovrà ripristinare la retribuzione originaria e risarcire al lavoratore il danno subito versandogli la differenza tra le retribuzioni erogate dopo la firma dell’accordo e quelle che avrebbe avuto diritto a ricevere se non vi fosse mai stata la riduzione dello stipendio.

note

[1] Articolo 2103, comma 1, c.c. Cassazione, 23 luglio 2008, n. 20310 ; Cassazione, 1° marzo 2007 n. 4821; Cassazione, 19 maggio 1987 n. 4573 ; Cassazione, 12 giugno 1986 n. 3914 ; Cassazione, 08 maggio 2008, n. 11362; Cassazione, 19 febbraio 2008, n. 4055 ; Cassazione, 08 agosto 2007, n. 17435 ; Cassazione, 27 ottobre 2003, n. 16106 ; Cassazione, 27 ottobre 2003, n. 16106.

[2] Articolo 2103, comma 5, c.c.

[3] Articolo 2103, comma 8, c.c.

[4] Articolo 2113, comma 4, c.c.

Autore immagine: 123rf com


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